“Io dono l’arte”: lo strano caso di Mr. Lauder
di Carol VogelLeonard A. Lauder con le fotografie Irving Penn a New York
New York
Negli anni ’80, quando i grandi collezionisti facevano incetta di quadri di Monet e Matisse, Leonard A. Lauder, filantropo ed erede del colosso dei cosmetici, stava forgiando il proprio percorso con il cubismo, collezionando Picasso e Braque, i suoi pionieri. Decenni prima, invece di accumulare cartoline d’albergo da inviare ad amici e parenti, Lauder aveva iniziato a collezionarle ovunque andasse. E quando gli amministratori di luoghi come il Museum of Modern Art stavano staccando assegni per costruire nuovi e più grandi edifici, Lauder era intenzionato a far crescere la dotazione del Whitney Museum of American Art, di cui è presidente emerito.
«Ecco la cosa strana di me», dice durante il pranzo nel suo appartamento di Manhattan, davanti a una parete di fotografie di Irving…
New York
Negli anni ’80, quando i grandi collezionisti facevano incetta di quadri di Monet e Matisse, Leonard A. Lauder, filantropo ed erede del colosso dei cosmetici, stava forgiando il proprio percorso con il cubismo, collezionando Picasso e Braque, i suoi pionieri. Decenni prima, invece di accumulare cartoline d’albergo da inviare ad amici e parenti, Lauder aveva iniziato a collezionarle ovunque andasse. E quando gli amministratori di luoghi come il Museum of Modern Art stavano staccando assegni per costruire nuovi e più grandi edifici, Lauder era intenzionato a far crescere la dotazione del Whitney Museum of American Art, di cui è presidente emerito.
«Ecco la cosa strana di me», dice durante il pranzo nel suo appartamento di Manhattan, davanti a una parete di fotografie di Irving Penn. «Mentre la maggior parte dei collezionisti fa un grande regalo e poi smette, io non mi fermo mai».
Sono passati dodici anni da quando Lauder ha promesso al Metropolitan Museum of Art di New York 78 dipinti, disegni e sculture cubiste per un valore di oltre 1 miliardo di dollari, un dono che ha immediatamente trasformato il patrimonio cubista del Met in un tesoro che, secondo gli studiosi, supera istituzioni di livello mondiale come il Museum of Modern Art di New York, l’Ermitage di San Pietroburgo e il Centre Pompidou di Parigi.
Eppure, a 91 anni, la sua sete di collezionismo è più vorace che mai. Lauder, presidente emerito di Estée Lauder Cos. — la cui fortuna è stata stimata quest’anno da Forbes in 15,1 miliardi di dollari — ha aggiunto silenziosamente 12 importanti opere cubiste al patrimonio del Met, opera di artisti come Picasso, Léger, Gris e Braque. Oltre a questi maestri del XX secolo, sta anche aiutando il museo a rafforzare la sua rappresentanza di artisti del Dopoguerra e contemporanei, con dipinti fondamentali di Alex Katz, Roy Lichtenstein e Larry Rivers.
In questa giornata invernale, indica proprio un dipinto di Rivers, l’artista proto-pop, su una parete adiacente. «Ho appena acquistato un altro suo capolavoro, L’ultimo veterano della guerra civile (1960), per il Met, perché mi sono reso conto che non avevano una sua opera importante». Anche la collezione fotografica del Met ha beneficiato della generosità di Lauder, con un numero crescente di immagini di Irving Penn che acquista costantemente. Forse meno nota, tra le sue collezioni, è quella dei manifesti letterari graficamente audaci e colorati creati nel XIX secolo da illustratori di spicco per pubblicizzare riviste, giornali e libri. Nel 1984, Lauder li ha donati al Met e da allora il loro numero è più che raddoppiato, arrivando a circa 400.
Anni fa, aveva applicato la stessa tenacia per trasformare il Whitney Museum da istituzione provinciale di New York a museo di livello mondiale noto per il suo straordinario patrimonio di arte americana. Nel 1977 Lauder ne è diventato fiduciario e infine il suo più importante benefattore. Nel 2008, invece di contribuire alla costruzione della nuova sede nel quartiere delle carni di Manhattan, ha donato al Whitney 131 milioni di dollari per la sua dotazione. Nel 1977, ricorda, convinse quindici persone a donare 5mila dollari ciascuno per acquistare Die Fahne Hoch!, un primo “Black Painting” del giovane Frank Stella. I proprietari, Eugene e Barbara Schwartz, importanti collezionisti, avevano accettato di donarlo al Whitney come dono congiunto, se il museo fosse riuscito a raccoglierne l’altra metà, 75mila dollari.
«È stato allora che ho portato Tom Armstrong a pranzo», racconta, riferendosi al direttore del Whitney, morto nel 2011. «E gli dissi: “Non arriverai mai da nessuna parte facendo così. Devi fare un grande acquisto che faccia notizia”». Alla fine Lauder ha guidato un gruppo di amministratori per pagare l’acquisto nel 1980 di Three Flags di Jasper Johns per un milione di dollari, che all’epoca era il prezzo più alto pagato per l’opera di un artista vivente. In questo modo, creò il modello per la donazione che avrebbe trasformato il mondo dei musei e il mercato dell’arte. Una tripla immagine della bandiera americana del 1958, oggi considerata una pietra miliare dell’arte del XX secolo, che Lauder definisce la Monna Lisa del Whitney. «Quella era la strada per il futuro», commenta. Da allora ha aiutato il museo ad acquisire quasi 50 opere di Johns: dipinti, disegni, sculture e stampe, perché, come spiega, «voglio che il Whitney sia il luogo dove vedere il lavoro di Johns».
Negli ultimi dieci anni ha anche acquistato decine di opere d’arte, tra cui sculture fondamentali di Frank Stella e Robert Rauschenberg, dipinti di Rauschenberg e Wayne Thiebaud, fotografie, stampe e disegni di artisti come Lucas Samaras e Brice Marden. Il suo acquisto più recente per il Whitney è una scultura in acciaio più che a grandezza naturale, che raffigura un uomo seduto con uno sguardo affranto e disperato, opera dell’artista Charles Ray. Intitolata Jeff, è considerata uno degli esempi più importanti dell’opera di Ray. Lauder si rallegra del fatto che questi doni, così come decine di altri, siano rimasti sotto traccia fino a oggi. «Io vendo rossetti», dice con un sorriso impetuoso.
E le immagini per lui non significano sempre opere d’arte da milioni di dollari. In effetti, Lauder è quasi altrettanto appassionato di cartoline. «Quando avevo sette anni, mia madre mi portava a Miami Beach, dove vendeva le sue creme», racconta, descrivendo Estée Lauder, pioniera dell’industria cosmetica, morta nel 2004 a 97 anni. «Andavo a Collins Avenue e prendevo le cartoline dell’hotel e le adoravo perché erano fantasiose. Inoltre, potevo averle gratis». Nel 2002, rendendosi conto che il Museum of Fine Arts di Boston possedeva la più grande e importante collezione di xilografie giapponesi al di fuori del Giappone, Lauder ha donato all’istituzione una collezione di circa 20mila cartoline giapponesi. Otto anni dopo, nel 2010, ha finito per donare a Boston più di 100mila cartoline, dagli anni Settanta dell’Ottocento fino a poco dopo la Seconda guerra mondiale.
«Collezionare è un viaggio», conclude, «che si percorre al meglio con pazienza e buon occhio».
© The New York Times