«Proporre un programma di storia fondato sull’identità italiana rischia di tradursi in un’operazione pedagogicamente molto pericolosa, oltre che restituire una visione falsa della nostra storia». Andrea Giardina, storico dell’età romana, autore di un famoso manuale di storia, un curriculum da normalista ricco di incarichi internazionali, esprime un giudizio critico sulla riforma di Valditara.
Da sinistra, Benedetta Tobagi, Andrea Giardina (al centro) e Simonetta Fiori
Professor Giardina, le agenzie avevano annunciato una sua piena adesione.
«No, non potevo darla perché non conosco nel dettaglio i nuovi programmi. Alla domanda se fossi contento dell’introduzione dello studio della storia romana nella scuola media, non ho potuto che esprimere la mia soddisfazione. Ma non è nemmeno scontato che la proposta della commissione sia approvata dal Ministero. Aggiungo che la nuova periodizzazione sa…
«Proporre un programma di storia fondato sull’identità italiana rischia di tradursi in un’operazione pedagogicamente molto pericolosa, oltre che restituire una visione falsa della nostra storia». Andrea Giardina, storico dell’età romana, autore di un famoso manuale di storia, un curriculum da normalista ricco di incarichi internazionali, esprime un giudizio critico sulla riforma di Valditara.
Da sinistra, Benedetta Tobagi, Andrea Giardina (al centro) e Simonetta Fiori
Professor Giardina, le agenzie avevano annunciato una sua piena adesione.
«No, non potevo darla perché non conosco nel dettaglio i nuovi programmi. Alla domanda se fossi contento dell’introduzione dello studio della storia romana nella scuola media, non ho potuto che esprimere la mia soddisfazione. Ma non è nemmeno scontato che la proposta della commissione sia approvata dal Ministero. Aggiungo che la nuova periodizzazione sarebbe migliore della precedente, ma non è la mia».
Lei cosa propone?
«Penso che bisognerebbe connettere l’insegnamento delle diverse fasi storiche alla maturità cognitiva dei ragazzi. Lo sanno bene i neuroscienziati e gli psicologi dell’apprendimento: solo verso i 16 anni si comincia a raggiungere una soddisfacente capacità di percepire la profondità del tempo. Quindi il massimo della cronologia dovrebbe essere offerto nel momento di maggiore consapevolezza, negli anni del liceo».
Quindi non introdurrebbe la storia romana nella scuola media?
«No. Io comincerei con lo studio della storia contemporanea: partirei dal presente, al massimo risalirei alla generazione dei nonni. Un ragazzo che pesa quaranta chili non può sollevare pesi da una tonnellata».
Lei giustamente diceva prima che i programmi nel dettaglio ancora non li conosciamo. Ma conosciamo il principio ispiratore di questa riforma della storia, enunciato dal ministro Valditara sui social e in una intervista al “Giornale”. “Non c’è futuro senza identità”, ha twittato il ministro. “Studiare più storia significa studiare meglio l’identità italiana”. Lei che ne pensa?
«Ho qualche perplessità rispetto alla nozione di identità italiana in un progetto formativo. Identità è una di quelle parole che insieme a radici ed eredità appartengono a una retorica fuorviante e fasulla. Non esiste una identità intesa come patrimonio nazionale esclusivo per il quale possiamo dirci italiani. Questo potrebbe quasi sottintendere un’idea biologica e mistica della nostra appartenenza, quindi un’idea falsa e pericolosa. Le identità sono frutto di mescolanze multiculturali. E la storia di Italia è una storia ricca di contatti con il mondo».
L’identità può essere un oggetto storico, ma non può essere il principio ispiratore di programmi scolastici.
«È questo il punto. Come storico posso studiare l’identità germanica sotto il nazismo o l’identità italiana durante il Risorgimento. Ma non posso da politico e governante porre l’identità al centro di un progetto che deve formare un popolo».
Quasi il dieci per cento de ragazzi tra gli 11 e i 19 anni sono stranieri residenti in Italia. La riforma Valditara sembra indicare una soluzione culturale nazionalistico-identitaria: insegnare più storia significa creare più identità italiana a cui assimilare i figli degli immigrati. Non si rischia in questo modo di alimentare conflitti identitari pericolosi?
«Mi sembra che tutto ciò non faciliti l’integrazione. La stessa storia d’Italia è fatta di appartenenze e culture molto diverse. E anche nei momenti più chiusi e più claustrofobici c’è stata una dimensione dialogante con il mondo».
Eppure questa impostazione identitaria si ricava anche dal libro che ha ispirato la riforma, “Insegnare l’Italia”, scritto da Ernesto Galli della Loggia e Loredana Perla: entrambi gli autori fanno parte della commissione preposta alla riscrittura dei programmi. Vi si legge: “La scuola deve perseguire l’obiettivo dell’inclusione. In che cosa dovranno essere inclusi i giovani immigrati o i figli di immigrati se non in un ambiente italiano e per ciò necessariamente in buona misura italocentrico?”.
«Io credo alla buona fede del ministro Valditara e degli studiosi che fanno parte della commissione, tutti di alto profilo. Ma il messaggio identitario rischia di essere recepito in chiave etnica, ossia nel modo in cui per svariati secoli l’Occidente ha inteso i popoli-razza. L’idea è che ciascun popolo, etnicamente definito o immaginato, possa vantare un patrimonio antico che va difeso comunque. Purtroppo questa idea, cavalcata dalle destre populiste, è molto diffusa».
Il ministro Valditara ha affermato che occorre insistere sulla “continuità” della nostra storia “conservando il meglio della tradizione italiana”.
«Anche in questo caso le intenzioni sono buone, ma si trascura il rischio di quella che chiamerei l’eugenetica storiografica. Nella storia dei gruppi umani i fallimenti, le dissipazioni, i percorsi sterili sono importanti quanto i successi. E la storia d’Italia è particolarmente ricca di quei drammi evolutivi che chiamiamo “crisi”».
Sembra tornare in campo un modello di storiografia nazionale, ottocentesco e risorgimentale, ormai superato dalle nuove prospettive della global history.
«Molte categorie della storiografia tradizionale restano valide, ma da sole non aiutano a comprendere le trasformazioni del mondo contemporaneo. Non si possono certo ignorare i metodi della global history. Pensiamo in primo luogo al concetto di nazione, che oggi ritorna martellante nella retorica al potere. Nazione inoltre è un’idea recente che non può essere messa al centro di un racconto che si dispiega dall’antichità a oggi. Fare degli antichi romani i padri fondatori dell’identità italiana è paradossale. I romani si celebravano come popolo che discendeva da una comunità promiscua, sia socialmente sia etnicamente».
Romolo era un fondatore, non un patriarca.
«I miti della fondazione di Roma evocano con orgoglio la mescolanza tra genti diverse. E questo serviva a corroborare una politica dell’inclusione per cui i romani concedevano la cittadinanza con facilità. Allora, per favore, ricordiamo che i romani non si ponevano certo una questione di identità!».
Resta attuale il nesso tra formazione storica e indirizzo politico. Oggi abbiamo il problema dell’inclusione culturale dei nuovi italiani. Per creare codici comuni con chi arriva dalla Cina, dalle Filippine, dell’Africa, più che sull’identità italiana non occorrerebbe forse insistere sugli aspetti universalistici della nostra storia? Lei l’ha fatto in un’opera importante, “La storia mondiale dell’Italia”, che rompeva con il paradigma storiografico nazionale.
«Noi abbiamo l’obbligo di raccontare non ciò che ci conviene ma la verità della storia. E in quell’opera mettevamo in crisi i vecchi paradigmi rassicuranti della storiografia nazionale. Nessun paese al mondo ha un rapporto così ricco tra spazio geografico – limitato! – e uno straordinario miscuglio di etnie, lingue, religioni e culture diverse, sia in uno stesso momento storico che nello scorrere del tempo. Chi altri nell’antichità ospitava greci, etruschi, fenici, celti, diversi popoli italici, indoeuropei e non indoeuropei? E più tardi ha registrato presenze ispaniche, germaniche, francesi, musulmane? Questa storia di culture stratificate e coesistenti si è ripetuta nei secoli. Non è esistito al mondo niente di simile».
Di fronte a questa storia, la nozione di identità italiana sembra impallidire.
«Non possiamo illuderci di costruire il nostro futuro nel mondo conservando nella testa categorie sbagliate. Si parte male. Spero che il ministro ripensi ad alcuni principi ispiratori del suo programma. È in gioco anche la stabilità di un Paese in grande trasformazione».