Dove andrà il mondo con Trump
di Lucio Caracciolo, Paolo Garimberti, Maurizio Molinari, Gianni Riotta - Coordinamento editoriale Carlo Bonini. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi VisualUn’agenda dettata dagli istinti
di Gianni Riotta
Nel 1955 il presidente Dwight Eisenhower lanciò l’Operazione Wetback, alla lettera culo bagnato, deportando dagli Stati Uniti al Messico, secondo lo storico Francisco Balderrama, 1,3 milioni di emigranti. I lavoratori guadavano a piedi il Rio Grande e da lì l’impietoso nomignolo del brutale raid dell’esercito, dimenticato se non nei versi della poetessa Diana Garcia, «il suono dei camion che non tornarono mai a casa», ma che potrebbe ripetersi con Donald Trump deciso al rimpatrio forzato di 14 milioni di illegali. Come per ogni minaccia, o promessa, di Trump è necessario partire dalla sua tecnica del negoziato, condensata nel saggio del 1987 L’arte di fare affari, «a volte si attacca, a volte si attende», lasciando nemici ed amici in forse. Così la coalizione trumpiana si divide sull’emigrazione, i populisti del Sud sognano Culo Bagnato II, i tecnocrati alla Elon Musk chiedono più visti H1-B per tecnici specializzati, da India e Sud Est…
Un’agenda dettata dagli istinti
di Gianni Riotta
Nel 1955 il presidente Dwight Eisenhower lanciò l’Operazione Wetback, alla lettera culo bagnato, deportando dagli Stati Uniti al Messico, secondo lo storico Francisco Balderrama, 1,3 milioni di emigranti. I lavoratori guadavano a piedi il Rio Grande e da lì l’impietoso nomignolo del brutale raid dell’esercito, dimenticato se non nei versi della poetessa Diana Garcia, «il suono dei camion che non tornarono mai a casa», ma che potrebbe ripetersi con Donald Trump deciso al rimpatrio forzato di 14 milioni di illegali. Come per ogni minaccia, o promessa, di Trump è necessario partire dalla sua tecnica del negoziato, condensata nel saggio del 1987 L’arte di fare affari, «a volte si attacca, a volte si attende», lasciando nemici ed amici in forse. Così la coalizione trumpiana si divide sull’emigrazione, i populisti del Sud sognano Culo Bagnato II, i tecnocrati alla Elon Musk chiedono più visti H1-B per tecnici specializzati, da India e Sud Est asiatico, per sottrarre cervelli alle aziende tech di Pechino.
Gli europei, politici e analisti, sottovalutano la rivoluzione che Trump si accinge a scatenare a Washington, perdute le insicurezze del 2016 quando si circondava di generali e manager. Dalle criptovalute come valuta a corso legale, alla fine degli obblighi vaccinali sotto il ministro no vax Kennedy jr, con Musk a sognare psicofarmaci psichedelici e funghi stile Prozac legali in farmacia, ai dazi per difendere le aziende Usa, alla revisione degli accordi Plaza 1985, per indebolire il dollaro e rendere competitive le merci Made in Usa, Trump ha l’agenda di casa pronta, mentre le voci sui dazi mandano a picco il renminbi cinese, creando guai al ministro del Tesoro Scott Bessent deciso a annacquare le banconote verdi e Musk parla su X di tagliare 2000 miliardi di spesa pubblica, un terzo del budget federale, scotennando pensioni, difesa, sanità, istruzione.
Nel discorso d’addio, il democratico Joe Biden echeggia il repubblicano Eisenhower che il 17 gennaio 1961 ammonì contro il “complesso militare-industriale”. Per Biden l’oligarchia pericolosa è la lobby delle piattaforme digitali e social vassalla di Trump, fondendo informazione, difesa, macchina del consenso sotto l’egida di Musk, Bezos, Zuckerberg.
Eppure, anche su questo tema cruciale, la realtà contraddice le pillole da talk show: se l’“America Deve Tornare Grande” con Trump, perché da giorni le azioni delle aziende militari legate al Pentagono calano a Wall Street? Pete Hegseth, ministro della Difesa che, per la conferma al Senato, invoca «Gesù Cristo Salvatore» schivando le accuse di stupro mentre, sposato, stava avendo un bimbo con una terza donna, su incarico di Trump vuol tagliare i contratti ai brand militari tradizionali, investendo il bilancio sterminato di 850 miliardi del Pentagono su Silicon Valley, Musk, Peter Thiel, il gruppo dei droni Anduril. Ne seguirà una stagione di innovazione radicale, che spaventa la Cina e condanna l’Europa all’oblio, mentre, opportunamente, Ola Källenius, amministratore di Mercedes-Benz e leader di Acea, associazione marchi auto europei, propone a Bruxelles di prevenire la disastrosa guerra commerciale con Washington.
Trump non ha in politica interna ideologie classiche, solo istinti, per cui l’offensiva evocata in campagna elettorale contro Pechino si ammorbidisce subito su TikTok, che Biden voleva fuorilegge e che il leader repubblicano, conscio che la sua base di ragazzini adora i reel video, salverà malgrado proprietà cinese e dati sottratti agli utenti.
I guru pessimisti, Martin Wolf e Gideon Rachman del Financial Times, vaticinano un’America “Stato pirata”, il bis del golpe del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill, Trump come Joker della saga horror. Gli ottimisti, vedi Niall Ferguson su Foreign Affairs, contano su un Trump II alla Ronald Reagan, pragmatico e conciliante. Chi avrà ragione? Impossibile dire, di certo il maelstrom che Donald Trump libererà dal 20 gennaio indurrà mulinelli politici capaci, per paradosso, di eliminare ritardi e sprechi come di approfondire disagi e ingiustizie. Sola certezza, vietato illudersi, Trump resterà Trump, consapevole che da decenni l’amnesia nazionale copre Operazione Culo Bagnato mentre Eisenhower è venerato da eroe, come lui spera per se stesso.
Tra Putin e Xi: il fascino degli autocrati
di Paolo Garimberti
A mano a mano che si allontana il tempo di lotta (elettorale) e si avvicina quello di governo (il re-ingresso alla Casa Bianca), le tracotanti promesse di Donald Trump di porre fine alla guerra in Ucraina in quattro e quattr’otto sbiadiscono. Ora si parla di mesi, non più di giorni. Il generale in congedo Keith Kellogg, designato da Trump per trattare con il Cremlino, è stato abusato verbalmente (secondo un oligarca vicinissimo a Putin) quando è andato a Mosca a presentare una ipotesi di piano di pace.
Trump l’aveva fatta facile un po’ per impressionare l’audience elettorale, un po’ perché è realmente convinto che Vladimir Putin lo ammiri e lo tema. «Ha detto cose molto gentili su di me», si è vantato. Secondo la sua versione, Putin lo avrebbe definito “brillante” in una dichiarazione fatta prima dell’elezione del 2016. Ma Bill Burns, direttore uscente della Cia, che parla perfettamente russo (è stato ambasciatore a Mosca dal 2005 al 2008 e ha incontrato molte volte lo zar), ha detto un po’ velenosamente che la parola in russo vuol dire piuttosto “pittoresco”.
Nel suo ultimo libro, War, Bob Woodward racconta che durante le numerose interviste con Trump nel 2020 «l’allora presidente non era restio a vantarsi della sua affinità con uomini forti» come Putin e Xi Jinping. Gli aveva addirittura «consegnato le lettere d’amore che si era scambiato con il leader nordcoreano Kim Jong Un» (con il quale aveva avuto uno storico summit il 12 giugno 2018 sull’isola di Sentosa a Singapore).
Trump dunque si sente molto più in sintonia con gli uomini forti e con i dittatori che con i leader democratici. E questo approccio è conforme alla sua visione della politica estera, che è piuttosto semplicistica. Il mondo è una giungla nella quale i predatori più grandi mangiano i più piccoli. Perciò ha un grande rispetto per gli animali grossi, come la Cina e la Russia, mentre non ha alcun riguardo per quelli piccoli (le dichiarazioni sulla Groenlandia sono una dimostrazione lampante di questa visione).
Nell’ottica trumpiana la differenza tra la Russia e la Cina è che la prima è un interlocutore, con il quale si può dialogare, e la seconda è un rivale, che bisogna contrastare. Questa percezione finirà per caratterizzare il rapporto che Trump avrà da presidente con Putin e Xi Jinping. E la postura “benevola” verso Putin rischia di essere un serio problema per l’esito della guerra in Ucraina, per la Nato, per l’Europa. Insomma, per tutto quello che ancora ci ostiniamo a chiamare Occidente.
Trump ha una fascinazione per Putin, sostiene Fiona Hill, profonda conoscitrice della Russia, autrice di un libro su Putin, che ha lavorato durante la prima presidenza Trump al Consiglio per la sicurezza nazionale. E questo lo mette in una posizione di debolezza. Trump si comporta come un piazzista che vuole compiacere. Mentre Putin, come ha imparato alla scuola del Kgb, è un abile manipolatore, che finge di compiacere.
C’è un episodio illuminante, raccontato proprio da Kellogg a Woodward. In piena pandemia da Covid Trump spedì in gran segreto a Putin apparecchi per l’autodiagnostica. L’uomo del Cremlino lo ringraziò chiededongli di non dirlo a nessuno; e spiegò a Trump: «Non voglio che lo dica a qualcuno perché la gente se la prenderà con lei, non con me». Ecco la tipica manipolazione della spia diventato zar.
A questa fascinazione ha maliziosamente fatto riferimento Joe Biden quando, nel suo discorso di addio, ha parlato di un’«oligarchia che sta prendendo campo in America», come nella Russia putiniana. Ma c’è di più. Perché, ha scritto un commentatore autorevole come Gideon Rachman, con la sua visione di politica estera, tra “bestie grosse” da rispettare e “bestie piccole” da divorare, l’America rischia di assomigliare più a uno “Stato canaglia” che al leader dell’Occidente democratico quale è sempre stata.
Medio Oriente, l’incognita resta Erdogan
di Maurizio Molinari
Una strategia in tre tappe per trasformare il Medio Oriente da culla dei conflitti a perno di una rinnovata proiezione globale degli Stati Uniti: questo è l’intento del nuovo presidente, Donald Trump, che per riuscire fa leva su un’idea di leadership basata, come ripetono i collaboratori, sulla «minaccia dell’uso massiccio della forza economica e militare» per siglare intese e superare resistenze. Le tappe sono quelle che Trump ha indicato in una raffica di dichiarazioni tese a preparare il terreno con avversari ed alleati affinché non vi siano dubbi sulle sue intenzioni: fine della guerra a Gaza, intesa Israele-Arabia Saudita e neutralizzazione del nucleare dell’Iran.
Il momento iniziale è l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza perché, sebbene fragile, serve a innescare un percorso più ampio per allontanarsi dalla guerra regionale innescata dal pogrom jihadista del 7 ottobre 2023 e riprendere il cammino degli Accordi di Abramo - siglati nel 2020 da Israele con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco durante il primo mandato di Trump - al fine di estenderli all’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, leader dei sunniti, portando alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
L’intesa Gerusalemme-Riad si propone di cambiare l’assetto, strategico ed economico, del Medio Oriente ed è complementare alla terza tappa: ridimensionare l’Iran, obbligandolo a rinunciare - con le sanzioni economiche o un intervento militare - al programma nucleare considerato da Trump il maggior fattore di pericolo, a causa dei legami fra la Repubblica Islamica e più organizzazioni terroristiche. Se dunque Hamas ha lanciato l’attacco del 7 ottobre per impedire l’intesa Riad-Gerusalemme, favorendo Teheran, ora Trump vuole riprendere quel cammino, anche per tentare di aggredire l’irrisolta questione palestinese almeno con una soluzione “in più tempi” come suggeriscono alcune persone attorno a lui.
L’intento di fondo è ambizioso perché il 47° presidente Usa ha in mente un Medio Oriente dove gli Accordi di Abramo diventino il pilastro di un’intesa a più dimensioni. Sul fronte della difesa dando vita a un patto di sicurezza comune fra Israele e Paesi sunniti sul modello della Nato. Sul fronte interreligioso innescando una stagione di dialogo fra Islam, Ebraismo e Cristianesimo capace di rovesciare la dinamica della violenza jihadista. E sul fronte dell’economia rendendo possibile l’integrazione fra le risorse delle monarchie del Golfo e la tecnologia di Israele al fine di realizzare il progetto di infrastrutture “I2U2” - acronimo di Israele, India, Usa ed Emirati Arabi Uniti - creando un corridoio di scambi e sviluppo da Mumbay a Haifa, attraverso la Penisola arabica, per realizzare un’alternativa tanto alla Via della Seta promossa da Pechino quanto alla dorsale Golfo-Iran-Russia-Artico a cui lavora il Cremlino. È questa prospettiva di sviluppo integrato regionale, che lega stabilità e commerci, a spiegare la determinazione con cui Trump si è impegnato per la tregua a Gaza dopo aver ottenuto il cessate il fuoco in Libano fra Hezbollah e Israele. Sempre in stretto coordinamento con l’amministrazione uscente di Joe Biden.
La posta in palio non potrebbe essere più alta: trasformare il Medio Oriente in un polmone della crescita globale fra il motore dell’India e i mercati di Europa e Nordamerica. Tutto ciò offre un ruolo attivo agli alleati europei: non solo per contribuire con le loro forze alla stabilizzazione delle aree a rischio – Gaza, Libano e Siria - ma anche per essere protagonisti del corridoio “I2E2” moltiplicando lo scambio di beni e servizi con l’India partner privilegiato al posto della Cina. Per non parlare delle risorse, dal gas naturale al greggio, dall’alta tecnologia alla desalinizzazione. Il progetto Trump però include rischi: gli ostacoli più prevedibili vengono da Teheran, Pechino e gruppi jihadisti ma c’è anche l’incognita di Recep Tayyip Erdogan. Perché il leader turco, partner della Nato, ha una propria ambizione egemonica sul Medio Oriente, espressione dei Fratelli musulmani rivali dei sauditi ed avversari di Israele, che non prevede compromessi. E potrebbe tentare di cavalcare l’irrisolta questione palestinese per ostacolare e condizionare le mosse di Trump.
E l’Europa è più lontana dall’Atlantico
di Lucio Caracciolo
Trump alla Casa Bianca significa per noi europei che l’Atlantico continuerà ad allargarsi. La distanza fra Stati Uniti e loro satelliti è in crescendo da quando la fine della comunanza degli interessi vitali – impedire la penetrazione sovietica e comunista nel Vecchio Continente – ha riportato in evidenza le differenze culturali, economiche, finanziarie e geopolitiche fra i due poli dell’Atlantico settentrionale. Accentuate negli ultimi anni dalla crisi di identità americana e da quella degli europei, all’insegna del ciascuno per sé nessuno per tutti.
Prima il Covid-19, poi la guerra in Ucraina hanno svelato gli egoismi nazionali, a scapito della collaborazione interatlantica. Gli Stati europei sono fra l’altro alle prese con i controeffetti non voluti delle sanzioni alla Russia, promosse anzitutto da americani e britannici a spese nostre. Lo si osserva nettamente dall’andamento dei prezzi dell’energia, che risentono soprattutto del crollo (provvisorio?) delle forniture via tubo di idrocarburi russi, con immediate conseguenze sull’industria e sull’occupazione. Quel che è peggio, il gap tecnologico fra America e paesi europei tende a crescere, specie nel campo dell’intelligenza artificiale, del quantum computing, dello spazio.
Infine, l’ombrello nucleare americano a tutela della sicurezza euroatlantica ha perso credibilità. A fronte dell’inesistenza/impossibilità di una difesa europea, che presupporrebbe uno Stato europeo. La pretesa di elevare al 5% il rapporto fra spese per la difesa e pil è chiaramente improponibile per i maggiori Stati europei dell’Alleanza Atlantica, fra i quali fa eccezione solo la Polonia.
Trump non è però prevedibile e non è il solo decisore a stelle e strisce, specie in presenza di Musk e delle altre star miliardarie cresciute a Silicon Valley, oggi all’assalto del governo federale. Non si può estrapolare dalla sua tattica di campagna elettorale la strategia per il prossimo quadriennio. Una cosa è Mar-a-Lago, altra è Washington, con i suoi apparati tutt’altro che allineati al presidente.
Il primo compito di Trump sarà di offrire agli americani un orizzonte di gloria recuperata. La sua politica estera si giocherà sulla capacità di proteggere i confini per limitare l’immigrazione e per mettere in sicurezza il Paese rispetto alla penetrazione cinese e russa. Come la reclamata annessione di Groenlandia e Canada, insieme alla ripresa del Canale di Panama, lascia intendere. Anche se non se ne facesse nulla, il segnale è comunque chiaro: l’America vuole riaffermarsi Numero Uno nella geopolitica planetaria.
Decisiva per noi sarà la tregua in Ucraina su cui il nuovo/vecchio presidente sta investendo molto, così come ha fatto in Medio Oriente. Impresa possibile, anche se le condizioni per la cessazione delle ostilità fra i due Stati postsovietici sembrano lontane. Comunque, per le avanguardie antirusse più scatenate – Svezia, Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania – l’obiettivo è di portare la Nato in guerra con la Russia, in modo da chiudere per sempre la partita con l’impero del Male, non certo di accordarsi con Putin. Su quel fronte, una sola certezza: quando si smetterà di sparare, saremo noi europei a doverci occupare della ricostruzione dell’Ucraina – una partita da almeno 500 miliardi di euro, forse il doppio – e della sua molto eventuale integrazione nell’Ue.
Se guardiamo l’Europa da Washington, con occhi americani, vi vediamo soprattutto problemi, declino e scarsa affidabilità È da oltre un secolo che il centro del mondo si è spostato in America. L’obiettivo degli americani è che l’Europa non deragli verso la Cina. Perciò non l’abbandonerà a se stessa, ma pretenderà da noi di svolgere parte dei compiti finora assegnati a Mamma America. In questa partita noi europei siamo clienti da utilizzare molto più che soggetti con cui confrontarsi.