✕

Svelato il segreto di Mary Shelley, la madre di Frankenstein

Mary Shelley, l'autrice di Frankenstein, in un ritratto di Richard Rothwell 

Ascolta l'audio

Incrociando lettere e diari, la studiosa inglese Fiona Sampson dimostra che la scrittrice inglese compose il suo capolavoro elaborando il lutto per il suicidio della sorella Fanny. Entrambe amavano lo stesso uomo
3 minuti di lettura

Ogni volta che si legge Frankenstein di Mary Shelley si arriva al punto in cui la creatura, ormai viva, pensante, desiderante, si lamenta con il suo creatore, con il dottore Victor Frankenstein, di essere solo, piange perché è talmente brutto da essere destinato a rimanere solo, ma poiché l’inferno – lo sa la creatura più di cento anni prima che Elsa Morante lo scriva in Aracoeli – «è quel luogo dove nessuno ti abbraccia», la creatura chiede compagnia al suo creatore, domanda un’altra scintilla elettrica dalla quale possa nascere una compagna.

Quel dolore così umano di Frankenstein–creatura viene dal dolore così umano di Frankenstein–creatore, perché Victor vuole riparare a una morte e sa – cento anni prima che Simone Weil lo pensi – che il limite dell’amore umano è non poter impedire a quelli che ami di morire. E questo è un punto, riparare una morte naturale – lo è comunque – con una vita nuova, culturale, l’elettricità, il lampo.

Ovviamente, come tutti quelli che hanno letto il rom…

Ogni volta che si legge Frankenstein di Mary Shelley si arriva al punto in cui la creatura, ormai viva, pensante, desiderante, si lamenta con il suo creatore, con il dottore Victor Frankenstein, di essere solo, piange perché è talmente brutto da essere destinato a rimanere solo, ma poiché l’inferno – lo sa la creatura più di cento anni prima che Elsa Morante lo scriva in Aracoeli – «è quel luogo dove nessuno ti abbraccia», la creatura chiede compagnia al suo creatore, domanda un’altra scintilla elettrica dalla quale possa nascere una compagna.

Quel dolore così umano di Frankenstein–creatura viene dal dolore così umano di Frankenstein–creatore, perché Victor vuole riparare a una morte e sa – cento anni prima che Simone Weil lo pensi – che il limite dell’amore umano è non poter impedire a quelli che ami di morire. E questo è un punto, riparare una morte naturale – lo è comunque – con una vita nuova, culturale, l’elettricità, il lampo.

Ovviamente, come tutti quelli che hanno letto il romanzo sanno, e come coloro che non lo hanno letto sanno comunque, perché il mondo è innervato di certi romanzi e Frankenstein è uno di questi, la vita non è mai solo la scintilla che comincia a far battere il cuore, non è un pensiero, è un fatto, una relazione, e quindi Frankenstein finisce male. Morti due volte, forse. Il dolore della creatura, il dolore del creatore, e il dolore di chi lo ha scritto giacché dall’Inghilterra, grazie a Fiona Sampson, poetessa e studiosa, autrice di Mary Shelley in Bath (che uscirà per Manderley Press il primo marzo prossimo), l’ipotesi è che quel dolore di una morte ritenuta talmente ingiusta da dover essere riparata a ogni costo, e quel dolore di essere rifiutati, affondano le radici nel rapporto tra l’autrice Mary Shelley e la sorella Fanny Imlay, poi Fanny Godwin quando William Godwin, padre di Mary, decide di adottare Fanny, la prima figlia di Mary Wollstonecraft.

Che la famiglia Godwin-Wollstoncraft-Imlay-Shelley sia appassionante e complicata, anatomica e poetica, lo ha raccontato magnificamente la studiosa e scrittrice Esther Cross nel suo romanzo memoir La donna che scrisse Frankenstein (La nuova Frontiera, traduzione di Serena Bianchi): «William Godwin teneva un diario in cui annotava i progressi nell’educazione delle figlie. Mary, come tutti i bambini, aveva un posto dove si rifugiava quando voleva starsene per conto suo. Quel posto era il cimitero di San Pancras. Le bizzarrie della bambina sembrano un’estrema conseguenza dell’influenza paterna. Un’obbedienza cieca e letterale rivelava non poche falle, rasentando l’assurdo. William Godwin era solito portare Mary e Fanny al cimitero, sulla tomba della moglie, tra i due salici che aveva fatto piantare. Le sorelle si allenavano nella lettura esercitandosi con le incisioni sulle pietre tombali». Siamo dunque in un mondo che beccheggia tra l’educazione di Bella Baxter – Poor Things di Alasdair Gray (Safarà, traduzione di Sara Caraffini) è una versione di Frankenstein – e l’ “Arcadia della morte”, fortunata espressione con cui Fleur Jaeggy ne I beati anni del castigo (Adelphi) descrive il collegio, espressione che possiamo tuttavia estendere a un luogo conchiuso, dove qualcuno educa qualcun altro e tenta di tenerlo lontano da ciò che il mondo è, cioè malattia e morte. Delusione anche.

Fatto sta che – come si legge sul Guardian – incrociando lettere e diari di Mary Shelley con quelli degli altri personaggi in commedia, Fiona Sampson ipotizza che non solo l’anno senza estate – il 1816 – e la conseguente neve copiosa e la conseguente villa svizzera nella quale tre giovani scrittori si sfidano su un racconto di fantasmi abbiano fatto nascere Frankenstein, ma pure due episodi. Uno in particolare, quando Mary ritorna dalla Svizzera e con Percy Shelley si ritira a Bath. Harriet, la moglie di Percy, muore per annegamento, si suicida nella Serpentine, a Londra, e poi Fanny, la sorella adorata, si suicida in una stanza d’albergo a Swansea. Suicidio inspiegabile ma che potrebbe essere dovuto a un rifiuto amoroso: Fanny era innamorata lei pure di Percy.

Bath e Swansea distano mezza giornata di carrozza, e Mary, il pomeriggio in cui la sorella si toglie la vita, annota sul diario con una precisione che Fiona Sampson suppone sia un alibi. È possibile che Fiona abbia incontrato Percy e sia stata rifiutata, è possibile che Fiona abbia parlato con Mary e abbiano tragicamente discusso.

Che scrivere sia sempre una forma di autobiografia – non abbiamo che il nostro punto di vista, nessuna verità – è una cosa banale da dire, ma forse no in quest’epoca dove sembra che l’autofiction sia un genere antipodale al saggio accademico, o al romanzo storico, o al romance, o al pamphlet politico. Dipende sempre da cosa si intende per “io”, una cosa asfittica, l’identità, o un registratore – uno spazio e un tempo – di suoni e immagini, sensazioni e mancanze, un registratore del quale possediamo solo parzialmente le istruzioni.

Frankenstein comincia nei ghiacci eterni perché, dopo l’eruzione del Tambora, le ceneri ricoprono la maggior parte del globo e i raggi del sole non possono riscaldare la terra, e Frankenstein chiede una compagnia perché se Fanny Imlay non l’ha avuta in questa vita, può averla nell’altra. «Temo che ci resti poca felicità sulla terra, comunque tutta quella di cui forse un giorno godrò, è centrata su di te».

Leggi i commenti