Gli ultimi anni della vita di Giorgio Napolitano non furono quelli dell’amarezza. Può sembrare strano, se si considera che da presidente della Repubblica aveva accettato un secondo mandato a tempo, rompendo la consuetudine che era quasi una regola non scritta, al solo scopo di favorire la riforma delle istituzioni. È noto che quel desiderio non si realizzò perché s’infranse sullo scoglio del referendum confermativo del 2016, in cui fu bocciato il testo Renzi-Boschi. Napolitano a quel punto aveva già lasciato il Quirinale e dal suo magnifico studio di senatore a vita, a Palazzo Giustiniani, seguiva il dibattito pubblico, riceveva i visitatori, studiava e scriveva.
Era tempo di bilanci, tutt’altro che negativi, nel segno di quel realismo, intriso anche di “s…
Gli ultimi anni della vita di Giorgio Napolitano non furono quelli dell’amarezza. Può sembrare strano, se si considera che da presidente della Repubblica aveva accettato un secondo mandato a tempo, rompendo la consuetudine che era quasi una regola non scritta, al solo scopo di favorire la riforma delle istituzioni. È noto che quel desiderio non si realizzò perché s’infranse sullo scoglio del referendum confermativo del 2016, in cui fu bocciato il testo Renzi-Boschi. Napolitano a quel punto aveva già lasciato il Quirinale e dal suo magnifico studio di senatore a vita, a Palazzo Giustiniani, seguiva il dibattito pubblico, riceveva i visitatori, studiava e scriveva.
Era tempo di bilanci, tutt’altro che negativi, nel segno di quel realismo, intriso anche di “saggezza napoletana”, che fu il tratto evidente di un’esistenza vissuta con passione politica e senso delle istituzioni. Anche attraverso errori, in seguito superati attraverso una riflessione impegnativa, persino dolorosa.
Non a caso si deve a lui, oltre che alla figura ispiratrice di Giorgio Amendola, il cambiamento di linea dei comunisti verso l’Europa: dall’aperta ostilità al tenace sostegno garantito alla Comunità e poi all’Unione. Nella prospettiva dell’integrazione e in sintonia con Altiero Spinelli.
A questo punto occorre affidarsi alle pagine del libro di Giulio, uno dei due figli (l’altro, il maggiore, è Giovanni), dalle quali emerge il Napolitano privato, interpretato attraverso gli affetti familiari, e al tempo stesso il personaggio che vive da protagonista sia la storia della Repubblica sia l’evoluzione del Pci. Il titolo è emblematico: Il mondo sulle spalle. Allude a una frase spesso ripetuta dal presidente, a testimoniare il peso delle scelte e soprattutto il senso di responsabilità individuale sotteso allo sforzo quotidiano nella lotta politica, ma in fondo anche nella vita famigliare, dove è fondamentale darsi una disciplina e una coerenza di fondo. E dove soprattutto è indispensabile trasmettere ai figli queste virtù e a esse tenerli ancorati. Napolitano aveva l’abitudine di scrivere lettere al figlio Giulio nei momenti topici. Può sembrare una prova di freddezza, d’incapacità di esprimere a voce l’intensità di un sentimento paterno. Ma probabilmente è il contrario, come le pagine del libro lasciano intendere. Rivelano, quelle lettere, l’urgenza di mettere nero su bianco un pensiero, uno slancio, così da renderlo più incisivo e dunque fedele alla sua essenza. Il che equivale a rendere più forte il legame padre-figlio, soprattutto nei passaggi cruciali dell’esistenza.
Qualcosa di molto aderente alla personalità di Napolitano, come sa chi lo ha conosciuto: preciso fino alla pignoleria nel fissare un punto di vista, scrupoloso nell’uso delle parole, attento al tono di un discorso, ma anche di una conversazione privata. Duro e persino aspro all’occorrenza, come ben sapevano i parlamentari nel corso degli anni al Quirinale (e chi non ne aveva fatto esperienza diretta lo imparò al momento dell’intervento sferzante scandito dal presidente appena rieletto davanti alle Camere riunite).
«Apriti liberamente e fiduciosamente a tutte le occasioni di rapporti umani e di “educazione sentimentale” che si presentano — così scrive a Giulio il giorno del diciottesimo compleanno, la prima di molte altre missive — Matura anche in questo senso, e non solo in senso, intellettuale, culturale e morale. E svagati. E sii allegro (che grande risorsa, l’allegria). Può darsi che ti dica queste cose anche alla luce di un’esperienza che mi ha portato forse troppo presto a caricarmi di responsabilità pesanti, a sentirmi il mondo sulle spalle». Dove si coglie il desiderio di non indurre il figlio a ripercorrere le orme del padre, né a soffrire un’ipotetica aspettativa dei genitori (la madre Clio è sempre presente nelle pagine del libro). E invece a vivere con animo libero, seguendo le proprie indicazioni.
Di certo si può dire che nel politico Giorgio Napolitano, disciplinato e coerente nei suoi valori, capace nel corso della sua esistenza di critiche e anche autocritiche risolte nella devozione alle istituzioni repubblicane, è sempre ricorrente sullo sfondo la vena artistica degli esordi. Vale a dire il giovane napoletano che ama il teatro e vi si esercita come attore, amico dei grandi intellettuali della sua generazione, curioso del mondo occidentale quando il Pci era ancora legato al mito dell’Urss (al punto da padroneggiare un ottimo inglese che nel tempo sarà decisivo per stabilire rapporti politici e personali con gli Stati Uniti).
L’intreccio tra la vita famigliare e il mondo esterno, di cui Giulio ha fatto il filo conduttore del suo racconto, è senza dubbio l’omaggio di un figlio al padre, senza retorica ma con profondo affetto.
Il libro
Il mondo sulle spalle di Giulio Napolitano (Mondadori, pagg. 492, euro 23)