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Giorgio Napolitano. La proclamazione a presidente: “E papà fu eletto all’ora di pranzo”

Giorgio Napolitano con la moglie Clio e i figli Giovanni e Giulio 

 
Le telefonate di avvicinamento dei politici. Il piccolo televisore acceso in cucina. La madre che prepara da mangiare. La proclamazione di Giorgio Napolitano, il 10 maggio 2006, raccontata dal figlio Giulio
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Domenica 7 maggio, alla vigilia della riunione del Parlamento in seduta comune per l’inizio delle votazioni, mi trovavo a cena a casa dei miei. Eravamo seduti come al solito in cucina attorno al tavolo rettangolare stretto e lungo quando squillò il telefono. Mio padre rispose sul cordless rimanendo al suo posto – quello che una volta era il mio – sul lato più corto del tavolo, proprio davanti al frigo. All’altro capo della cornetta c’era Fassino per una comunicazione importante quanto inattesa: poiché nei colloqui del fine settimana con gli altri partiti l’ipotesi di D’Alema non aveva riscosso il necessario consenso, i Democratici di sinistra insieme alla Margherita – con in testa il suo leader Francesco Rutelli – avevano deciso di designare mio padre come candidato alla presidenza della Repubblica. Il segretario dei DS passò quindi il telefono proprio a D’Alema in modo che potesse manifestargli direttamente il suo pieno appoggio. Mio padre, asciutto, ringraziò entrambi e accettò la c…

Domenica 7 maggio, alla vigilia della riunione del Parlamento in seduta comune per l’inizio delle votazioni, mi trovavo a cena a casa dei miei. Eravamo seduti come al solito in cucina attorno al tavolo rettangolare stretto e lungo quando squillò il telefono. Mio padre rispose sul cordless rimanendo al suo posto – quello che una volta era il mio – sul lato più corto del tavolo, proprio davanti al frigo. All’altro capo della cornetta c’era Fassino per una comunicazione importante quanto inattesa: poiché nei colloqui del fine settimana con gli altri partiti l’ipotesi di D’Alema non aveva riscosso il necessario consenso, i Democratici di sinistra insieme alla Margherita – con in testa il suo leader Francesco Rutelli – avevano deciso di designare mio padre come candidato alla presidenza della Repubblica. Il segretario dei DS passò quindi il telefono proprio a D’Alema in modo che potesse manifestargli direttamente il suo pieno appoggio. Mio padre, asciutto, ringraziò entrambi e accettò la candidatura autorizzando Fassino a spendere il suo nome con le altre forze politiche. Dopo nemmeno un minuto il telefono squillò di nuovo: era ancora il segretario dei DS. Ci teneva a chiarire che quella nuova proposta mirava a raggiungere un largo consenso anche tra le file del centrodestra. Ne conseguiva che sarebbe stata ritirata laddove questo non fosse stato raggiunto. Mio padre disse: «Sì, naturalmente» e concluse la chiamata.

Terminammo la cena piuttosto rapidamente e senza particolari commenti, come se ciascuno di noi avesse deciso che l’aggiunta di qualsiasi parola sarebbe stata inopportuna e avrebbe finito soltanto per aggravare il peso della notizia. Tenni così per me sia l’emozione per l’inaspettata novità sia la preoccupazione per l’eventuale insuccesso dell’operazione, forse non a caso già prefigurata in quella seconda telefonata. L’unica cosa sicura era la ragione della mossa di Fassino, al di là dell’antica stima nei confronti di mio padre: avanzare la sua candidatura era l’unico modo per salvare l’onore del partito e della sua lunga storia.

La sera stessa chiamai gli amici più stretti per anticipargli la notizia che poco dopo sarebbe stata battuta dalle agenzie diventando così di dominio pubblico. Volevo soprattutto evitare che dessero l’elezione come già fatta. Si era in realtà soltanto agli inizi di un negoziato dagli esiti incerti, persino più di quanto potesse apparire all’esterno, soprattutto alla luce di quella seconda telefonata di cui in pochi eravamo a conoscenza. Tentavo dunque in qualche modo di mettere le mani avanti. Forse può apparire paradossale ma, al di là di meriti e demeriti individuali, il fallimento della candidatura al Quirinale rientra tra ciò che più negativamente può segnare la vita, l’immagine e persino il ricordo collettivo di un personaggio pubblico. Così era accaduto in passato sia per chi non aveva fatto velo di ambirvi, come Amintore Fanfani, sia per quanti, come Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti, proprio attorno a quell’obiettivo avevano tacitamente combattuto la loro ultima battaglia, prima che sull’intera classe politica che aveva edificato la Repubblica calasse il sipario.

Il politico italiano Giorgio Napolitano insieme alla sua famiglia fuori da Montecitorio. Roma (Italia), 1980

 

Nei due giorni che precedettero la votazione, mi recai spesso a casa dei miei per dare una mano – ad esempio facendo la spesa, incombenza a cui normalmente provvedeva mia madre – e per cercare di contribuire con la mia presenza a mantenere sereno il clima famigliare. Da pochi mesi mi ero trasferito in una nuova e più luminosa abitazione, sempre nel rione Monti ma in via Giovanni Lanza, a quindici minuti di distanza a piedi. Per quanto vicina, era una zona che non avevo mai frequentato abitualmente. Da qualche tempo camminavo così per le strade dei dintorni senza il consueto scambio di saluti che, nei venticinque anni precedenti, aveva segnato ogni mio tragitto nella parte bassa del rione. Mi bastò però scendere verso vicolo dei Serpenti all’indomani del lancio della candidatura per sentirmi improvvisamente sotto osservazione, come mai in passato. Persino quelli che, fino a poco tempo prima, erano distratti cenni di una superficiale intesa quotidiana si erano di colpo trasformati in un piccolo termometro vivente dell’evoluzione della situazione politica.

Mentre la discussione tra i partiti era in pieno svolgimento sentivo crescere l’attenzione e l’attesa collettiva, come mi confermavano i tanti messaggi che ricevevo sul telefonino. La preoccupazione di molti era che mio padre, di fronte alla difficoltà di trovare un’intesa col centrodestra, potesse fare un passo indietro, con il rischio di creare una grave impasse oppure di riaprire la strada alla controversa candidatura di D’Alema. A confortare la scelta del centrosinistra, per fortuna, giunsero subito le dichiarazioni favorevoli dell’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini e persino quelle di Alleanza Nazionale, soprattutto per volontà di Gianfranco Fini. Casini, d’altra parte, qualche mese prima aveva consigliato a mio padre di non esporsi durante la campagna elettorale, proprio in vista di una possibile corsa per il Quirinale.

Per due giorni rimase invece incerta e ambigua la posizione di Forza Italia. La sera di martedì 9 maggio, a poche ore dall’inizio della votazione presumibilmente decisiva fissata per l’indomani, le resistenze di Forza Italia sembrarono superate. Anche Berlusconi pareva essersi convinto: così almeno titolò il Tg5 delle 20. Il direttore Carlo Rossella chiamò addirittura a casa qualche minuto prima per comunicare la novità a mio padre, il quale tuttavia chiese a me di prendere quella telefonata. Rossella mi confidò di aver ricevuto da Berlusconi in persona la notizia. Restava tuttavia la contrarietà della Lega Nord, che minacciava di far saltare l’alleanza con il centrodestra se anche una soltanto delle sue componenti avesse votato a favore.

Quella sera mio padre cercò al telefono Roberto Maroni, l’esponente leghista con cui in passato, quando lui era presidente della Camera e Maroni capogruppo, aveva avuto i rapporti più stretti. Voleva capire meglio le ragioni di quell’ostilità. Maroni lo rassicurò sul fatto che non c’era nulla di personale, ma fu, credo, reticente sui motivi di fondo, e la telefonata si concluse con un nulla di fatto. Nella notte le cose cambiarono di nuovo e il mattino dopo Berlusconi comunicò che l’intero centrodestra non avrebbe votato per lui. Anche Alleanza Nazionale e l’Unione di Centro, che erano invece pronte a farlo, furono quindi costrette a un passo indietro. In segno di rispetto per il nome proposto dal centrosinistra, tuttavia, i partiti del centrodestra – tranne la Lega – annunciarono che avrebbero depositato la scheda bianca invece di contrapporre un proprio nome.

Si era così arrivati al 10 maggio, giorno della quarta votazione, quella con il più basso quorum della maggioranza assoluta. In vista di quel momento, mi ero a lungo interrogato su dove trascorrere le ore che avrebbero segnato il successo o il fallimento della candidatura. Nel 1992, quando mio padre fu eletto presidente della Camera, ero andato in tribuna, ma l’avevo fatto soprattutto per assistere al discorso di insediamento che si sarebbe tenuto subito dopo lo spoglio. Per l’elezione del presidente della Repubblica, invece, la votazione e il conteggio delle schede avrebbero esaurito la seduta, mentre – se tutto fosse andato bene – il discorso sarebbe stato pronunciato qualche giorno dopo insieme alla solenne formula del giuramento. Stavolta non avrebbe quindi avuto senso presenziare a Montecitorio. Sapevo che mio padre si sarebbe recato nel suo studio da senatore a vita a palazzo Giustiniani. Ma ogni movimento attorno a lui sarebbe stato seguito da giornali e televisioni, mentre io non avevo alcuna voglia di espormi. Decisi quindi di stare con mia madre che sarebbe rimasta sola a casa a vivere quelle ore di incertezza, dato che la maggioranza sulla carta esisteva ma non era ampia.

Verso mezzogiorno, a votazioni finite e spoglio in corso, arrivai così a vicolo dei Serpenti. Come al solito, a quell’ora lei stava preparando il pranzo con il piccolo televisore acceso in cucina. Io allora accesi l’apparecchio in soggiorno e iniziai a fare la spola tra l’uno e l’altro. Quando, finalmente, giunse dal video la notizia del raggiungimento del quorum mi avvicinai a lei, che stava in piedi accanto ai fornelli, e la abbracciai. Fui felice di condividere quel momento speciale con chi aveva tanto dato al marito e alla famiglia contribuendo a rendere possibile quanto appena avvenuto. E, dentro di me, mentre tiravo un sospiro di sollievo perché il voto non aveva riservato brutte sorprese – le schede favorevoli furono 543, trentanove in più di quelle necessarie, non poche ma nemmeno tantissime – avvertii una profonda emozione per il compimento di quello storico evento che ci toccava così direttamente.

Gli appuntamenti

Giulio Napolitano presenterà Il mondo sulle spalle (Mondadori) a Milano con Mario Calabresi e la conduzione di Ilaria D’Amico presso la Libreria Mondadori Duomo il 3 febbraio alle 18.30; a Roma con Sabino Cassese, Barbara Palombelli e Alessandro Piperno da Spazio Sette l’11 febbraio alle ore 18.30; a Bologna con Pierferdinando Casini, Michele de Pascale e Agnese Pini presso la Sala dello Stabat Mater il 14 febbraio alle ore 18; a Napoli con Mirella Barracco, Enzo D’Errico, Gaetano Manfredi e Roberto Napoletano alla Libreria Mondadori, Galleria Umberto I, il 24 febbraio alle ore 18.30.

Il libro

Il mondo sulle spalle di Giulio Napolitano (Mondadori, pagg. 492, euro 23). Dal libro anticipiamo un estratto.

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