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Guillermo Arriaga: “Come ritrovare la compassione”

©Rino Bianchi/Rosebud2 
Lo scrittore e sceneggiatore, torna con un romanzo sulle diversità. E a noi racconta cosa accade al confine Usa-Messico
4 minuti di lettura

Guillermo Arriaga è lo sceneggiatore di Amores Perros, 21 grammi, Babel. Autore di romanzi come Il selvaggio e Salvare il fuoco, la sua ultima opera – Strane – è uscita in Italia per Bompiani. Parla di disabilità, di diversità, di scienza. Arriaga si collega da Città del Messico, dove ha scelto di restare tanti anni fa. Conosce il confine, ha visto le carovane di migranti, ha raccontato le loro storie. Ma parla della necessità di non puntare il dito contro chi non prova compassione: «Solo smettendo di giudicare, saremo in grado di capire le paure e di costruire ponti».

Come mai ha ambientato questo nuovo romanzo in Inghilterra?

«Dovevano essere cinque storie diverse sullo stesso tipo di disabilità e dovevano aver luogo in posti diversi: in Mongolia nel ’900, in Norvegia nel ’400, in Messico e poi in Inghilterra. Ho scritto 60 pagine della prima, poi 100 ambientate in Messico, ma quando ho cominciato la storia inglese ho capito che doveva essere lì».

Cosa voleva indagare?

«Il rapp…

Guillermo Arriaga è lo sceneggiatore di Amores Perros, 21 grammi, Babel. Autore di romanzi come Il selvaggio e Salvare il fuoco, la sua ultima opera – Strane – è uscita in Italia per Bompiani. Parla di disabilità, di diversità, di scienza. Arriaga si collega da Città del Messico, dove ha scelto di restare tanti anni fa. Conosce il confine, ha visto le carovane di migranti, ha raccontato le loro storie. Ma parla della necessità di non puntare il dito contro chi non prova compassione: «Solo smettendo di giudicare, saremo in grado di capire le paure e di costruire ponti».

Come mai ha ambientato questo nuovo romanzo in Inghilterra?

«Dovevano essere cinque storie diverse sullo stesso tipo di disabilità e dovevano aver luogo in posti diversi: in Mongolia nel ’900, in Norvegia nel ’400, in Messico e poi in Inghilterra. Ho scritto 60 pagine della prima, poi 100 ambientate in Messico, ma quando ho cominciato la storia inglese ho capito che doveva essere lì».

Cosa voleva indagare?

«Il rapporto dell’uomo con la scienza e con le disabilità. Ho diretto dei documentari su questo e ho cominciato a sentirmi coinvolto. E ho un paio di amici con gravi disabilità che sono persone meravigliose, così ho cominciato a scrivere la storia che, come mi accade sempre, è andata avanti da sola».

William Burton vive nell’Inghilterra del 1780. L’incontro con la diversità sconvolge la sua vita, I suoi piani, quelli della sua famiglia. Cosa l’ha ispirata?

«Un mio amico molti anni fa stava viaggiando tra le montagne del Messico quando vide un ragazzino completamente nudo, legato, incatenato in mezzo ai tacchini e ai maiali. Poi ne ha scoperti altri».

È una scena simile a quella che William scopre nella tenuta. Cosa c’entrano l’illuminismo e la scienza?

«In natura le disabilità sono scartate. Anche le madri uccidono i figli che le hanno, oppure la morte sopravviene naturale. C’è una tensione forte tra natura, umanità e civilizzazione. Io penso che la civilizzazione debba proteggere l’umanità nella sua diversità, sentendosene arricchita. Stephen Hawking era disabile ed era un pensatore magnifico. Ha creato questa enorme teoria della fisica proprio grazie alla sua disabilità. E c’è questa bellissima storia di Kenzaburo Oe, lo scrittore premio Nobel che ha un figlio con una disabilità mentale. Quando è nato voleva morisse, si odiò per questo, poi quel ragazzo ha cominciato a comunicare attraverso la musica, creando grandi sinfonie. La disabilità porta ricchezza all’esperienza umana. Ma capisco il rifiuto delle persone, non deve farci arrabbiare. Dobbiamo spiegare e far capire quante cose buone possono venire dall’incontro con la diversità».

Le creature “strane” del suo romanzo sono anche il simbolo dell’alterità in senso più largo?

«In letteratura è molto pericoloso cercare di dare messaggi».

A volte passano al di là delle intenzioni.

«Ho un rapporto ambivalente con i miei libri: mentre scrivo sono completamente perso, non ho idea di dove stia andando. Quando il libro viene letto, comincio a scoprire cose che non immaginavo ci fossero».

La mancanza di compassione è uno dei mali del nostro tempo?

«Penso che il mondo sia diventato molto complesso e che molte persone, soprattutto i lavoratori, non abbiano capito cosa stia accadendo. Così vivono attaccate alle cose che sono loro vicine: la religione, la squadra di calcio, la razza, la casa, la nazionalità, perché sono confuse. Non dobbiamo giudicare la loro mancanza di compassione. Dobbiamo cercare di capire da dove arrivi, per provare a risolverla. L’estrema destra sfrutta paure, angosce, ansie, che sono reali».

Una delle scene di un film che mi ha più impressionata, è quella di “Babel” in cui la tata si perde nel deserto messicano insieme ai bambini di cui doveva prendersi cura. Quella scena dice tutto del confine, di quanta sofferenza lo attraversi.

«Migliaia di bambini vengono abbandonati al confine. Ci sono organizzazioni che li soccorrono senza avere idea di chi siano. Hanno tre, due, cinque anni: i genitori vanno negli Stati Uniti, pagano i trafficanti per portare i figli, ma poi se quelli devono scappare, li abbandonano. Tanto hanno già preso i soldi. Sono storie che mi toccano da vicino perché ho dei buoni amici, persone umili, che sono emigrati negli Stati Uniti. Si chiamano Estrada e ho scritto due film su di loro. Vado al confine più volte all’anno, ho visto le carovane di migranti dall’America centrale, dal Venezuela, dalla Colombia».

Con Trump le cose peggioreranno?

«Invece di essere arrabbiato con gli Stati Uniti, devo essere arrabbiato con il mio Paese perché non siamo capaci di dare una vita decente e onesta a queste persone. Che per questo devono migrare. Invece di puntare il dito, dovremmo riflettere su quello che stiamo facendo spedendo la nostra gente in altri Paesi. I messicani si arrabbiano con le persone che arrivano dal centro America, si chiedono: perché sono qui? Ma dobbiamo capire che se apriamo i confini alle merci, dobbiamo aprirli alla forza lavoro. Se i Paesi più ricchi del mondo sfruttano i minerali e l’economia del terzo mondo, devono aspettarsi che le persone arrivino».

Lei vive a Città del Messico anche se ha lavorato molto in America.

«Sono grato agli Stati Uniti, non mi hanno mai giudicato per il mio accento o la mia nazionalità, sono sempre stato rispettato, ma volevo che i miei figli, Mariana e Santiago, crescessero a vicini ai loro nonni».

Nelle sue opere ci sono spesso violenza e desiderio di vendetta, elementi che sembrano oggi dominare il mondo. Abbiamo perso la capacità di porre dei limiti?

«Una volta sono andato in Germania e alcuni critici mi hanno detto che venivo da un Paese barbaro. Ho risposto: davvero un tedesco mi dice questo? Credo che ogni Paese abbia un punto di rottura. Voi lo avete avuto con Mussolini. Noi lo abbiamo oggi, nel momento in cui esplodono tensioni e contraddizioni che arrivano da lontano».

La civilizzazione, l’illuminismo di cui parlava prima, non ci avevano illusi che il mondo non avrebbe potuto che migliorare?

«Io sono ottimista. Penso che prima o poi capiremo che il fascismo non è la strada, che condannare l’altro, distruggerlo, non lo è. Che la compassione, l’amore, sono i valori che ci salveranno. Le persone sono arrabbiate con i diversi perché non li capiscono. Bisogna stare calmi, aiutare, creare ponti. Siamo tribali per natura e abbiamo paura delle altre tribù. La cosa più intelligente da fare è non giudicare. Se smettiamo di farlo, saremo in grado di cominciare a capire la paura delle persone. Se puntiamo il dito, perdiamo».

Lei è stato molto critico sull’approccio della sinistra nel mondo, soprattutto sulla cancel culture.

«Cancellare è molto pericoloso. Roba da moralisti, da conservatori. Il politicamente corretto ha cominciato a diventare asfissiante e ha rafforzato il fronte opposto a coloro che volevano semplicemente includere, o non discriminare. Non bisogna mai cancellare nulla di un Paese. Se lo fai, il prossimo a essere cancellato sarai tu».

Il libro

“Strane” di Guillermo Arriaga (Bompiani, trad. B. Arpaia, pagg. 432, euro 22)

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