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Così l’Italia imparò a fare il cruciverba

Illustrazione di Achille Beltrame pubblicata sulla "Domenica del Corriere" nel 1924 

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Nato sui giornali newyorchesi per i pendolari della metro, da noi apparve cento anni fa. E, nonostante le critiche dei puristi, fu subito successo. Storia di un gioco geniale
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Come passa veloce un secolo, quando ci si diverte. L’8 febbraio del 1925, cent’anni fa giusti giusti, per la prima volta in Italia un giornale ha istigato e sfidato il lettore con un poligono di caselle in cui scrivere. E che giornale: la gloriosa Domenica del Corriere. Ma scrivere come, cosa? Una parola o un’altra, a penna o a matita, ogni scelta era lasciata a lui e alla sua fiducia nelle proprie capacità edipiche. Si intende: l’Edipo avversario enigmistico della Sfinge e non l’Edipo uccisore del papà e marito della mamma. Era arrivato l’Indovinello di parole incrociate. Il nome era la prolissa e letterale versione italiana dell’inglese crossword puzzle, che in quello stesso 1925 avrebbe poi ispirato a Valentino Bompiani il sintetico neologismo: “cruciverba”.

Il prototipo del gioco aveva fatto il suo esordio dodici anni prima, a New York, ma soltanto nel 1924 era esplosa una specie di mania collettiva, in seguito alla prima raccolta in libro di crossword puzzle, pubblicato da due gi…

Come passa veloce un secolo, quando ci si diverte. L’8 febbraio del 1925, cent’anni fa giusti giusti, per la prima volta in Italia un giornale ha istigato e sfidato il lettore con un poligono di caselle in cui scrivere. E che giornale: la gloriosa Domenica del Corriere. Ma scrivere come, cosa? Una parola o un’altra, a penna o a matita, ogni scelta era lasciata a lui e alla sua fiducia nelle proprie capacità edipiche. Si intende: l’Edipo avversario enigmistico della Sfinge e non l’Edipo uccisore del papà e marito della mamma. Era arrivato l’Indovinello di parole incrociate. Il nome era la prolissa e letterale versione italiana dell’inglese crossword puzzle, che in quello stesso 1925 avrebbe poi ispirato a Valentino Bompiani il sintetico neologismo: “cruciverba”.

Il prototipo del gioco aveva fatto il suo esordio dodici anni prima, a New York, ma soltanto nel 1924 era esplosa una specie di mania collettiva, in seguito alla prima raccolta in libro di crossword puzzle, pubblicato da due giovanissimi editori. La fama che tuttora arride ai loro rispettivi cognomi uniti in brand, Simon & Schuster, dimostra che il loro fiuto non fu fortunato solo in quella prima uscita. Si instaurò una crossword craze che dilagò in America e nella seconda metà del ’24 arrivò anche in Europa. Il gioco, modesto ma irresistibile, si armonizzava benissimo nella griglia grafica dei quotidiani. Caselle bianche e caselle nere, indizi e soluzioni, e il lettore chiamato a scrivere sulla pagina, aggiungere la sua grafia allo stampato, come per una cordiale stretta di mano fra interlocutori. In Italia giunse nel 1925.

Nel numero successivo al debutto dell’8 febbraio la Domenica del Corriere dedicò al nuovo gioco addirittura l’illustrazione di copertina di Achille Beltrame, con la scena di una serata di gala londinese dove eleganti coppie volteggiavano attorno a un grande tabellone cruciverbistico. Lancio riuscito: griglie di parole incrociate cominciarono a popolare tutti i giornali italiani. Tra le reazioni si segnalò subito il ribrezzo delle riviste di enigmi poetici e sciarade: «Quella mostruosa impalcatura di vocaboli buttati giù senza alcun lavoro di selezione...»; «L’architettura del Puzzle sta a quella dell’enimmistica come il grattacielo sta alla Ca’ d’oro», giudizio quest’ultimo che, fuori dalla sua intenzione stroncatoria, è peraltro letteralmente esatto e condivisibile.

Più lungimirante la reazione raffinata e plaudente di Emilio Cecchi, allora il più cosmopolita intellettuale italiano: «Qualcosa di semplicissimo e formidabile: il gusto della parola necessaria; la luminosa attrazione delle idee innate; il senso di poter fare dentro di sé infinite scoperte mediante la chimica del crittogramma; la poesia delle innumerevoli associazioni: il decoro architettonico di eleganti ed insospettate identità...». Beltrame aveva reso fiabesca e aristocratica l’ambientazione di un effettivo concorso di cruciverba danzante che si era tenuto a Londra e di cui è testimonianza una foto d’epoca. Niente abiti lunghi, soffitti alti, decorazioni ma una spoglia sala da ballo per prosaiche coppie piccolo borghesi. Il gioco nato per i pendolari della metropolitana di Manhattan, calcolato per la dozzina di minuti del tempo medio di percorrenza, si rivolgeva innanzitutto ai nuovi impiegati “di concetto” e più in generale ai beneficiari della nuova alfabetizzazione, cui il giornale prediletto apriva spazi bianchi e esortava: “ora smetti di leggermi e scrivimi; ce la puoi fare”.

La popolarità del gioco è aumentata di pari passo con la demografia, con la crescita economica e con la scolarità di massa, assestandosi sulle sue punte massime negli anni Sessanta del Novecento. Conoscere la risposta a una definizione enigmatica o ricostruirla grazie agli incroci, azzeccare o aggiustare nozioni e ortografie: queste le gratificazioni a disposizione di chiunque abbia imparato a leggere, a scrivere, a tenere nella memoria conoscenze utili e inutili, condottieri e affluenti, parole magniloquenti e nomi di oggetti quotidiani. Il suo centenario, però, non è soltanto un’occasione per risalire in solaio a frugare nel cesto dei giocattoli dei nonni. Nel tempo l’abitudine a risolvere cruciverba non ha conosciuto flessioni significative, pur se l’industria dell’intrattenimento ha invaso, se non sommerso, anche l’editoria di informazione.

Si pensi al sudoku: bellissimo gioco, ma che però gioca su stringhe di elementi (sono numeri ma potrebbero essere altro) che non hanno senso. Accogliendo neologismi e incrociandoli con anticaglie, il cruciverba gioca invece con la parola in quanto la parola è viva. Il più accanito dei giocatori può rinnovare il piacere perché la materia del cruciverba si rinnova per definizione (e definizioni). Si possono chiedere informazioni alla signora Giovanna Grossi di Milano, che non più tardi dello scorso 5 febbraio ha raccontato proprio su Repubblica come ama risolvere cruciverba tutti i giorni. La signora ha 103 anni, tre in più del cruciverba italiano.

Il punto però è come il cruciverba italiano stesso stia tagliando questo traguardo, che non è solo simbolico. Cosa fa il gioco che ha accompagnato l’alfabetizzazione degli italiani al riguardo del processo contrario, che si può chiamare dealfabetizzazione oppure (con modesto risparmio di sillabe ma cospicuo guadagno di pregnanza) rincoglionimento? Il pur minimo sforzo cognitivo legato alla risoluzione; l’alternanza di pensiero veloce e lento, tra intuizioni e calcoli necessari alla ricostruzione; la necessità di concentrarsi, la gratificazione tutta mentale della sfida con sé stessi, l’appello alla memoria... L’elenco di pregi che Emilio Cecchi cesellava cent’anni fa potrebbe esser rinnovato, nell’epoca del clic: erigendo una trincea da cui opporsi alle voragini di lacune culturali e deficit di attenzione. Facendone un gioco, e non un dramma.

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