Ricette per un’Italia che guarda al futuro, il saggio di Roberto Garofoli e Bernardo Mattarella
di Claudio TitoUn Paese fragile e reso ancora più fragile dal divario esistente tra le politiche necessarie e quelle scelte dalla politica. Con una lentezza che ci rende sempre meno attuali. Una popolazione che invecchia, un’istruzione inadeguata ai tempi, una sanità con risorse calanti, una spesa pubblica concentrata sulle pensioni, un sistema amministrativo lento, una giustizia incapace di tenere il ritmo indispensabile nel mondo del Ventunesimo secolo. Il libro Governare le fragilità (Mondadori) di Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella è un’analisi impietosa di come il sistema Italia stia affrontando le sfide della seconda fase della globalizzazione con le armi spuntate del Ventesimo secolo.
Garofoli, già capo di Gabinetto del ministe…
Un Paese fragile e reso ancora più fragile dal divario esistente tra le politiche necessarie e quelle scelte dalla politica. Con una lentezza che ci rende sempre meno attuali. Una popolazione che invecchia, un’istruzione inadeguata ai tempi, una sanità con risorse calanti, una spesa pubblica concentrata sulle pensioni, un sistema amministrativo lento, una giustizia incapace di tenere il ritmo indispensabile nel mondo del Ventunesimo secolo. Il libro Governare le fragilità (Mondadori) di Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella è un’analisi impietosa di come il sistema Italia stia affrontando le sfide della seconda fase della globalizzazione con le armi spuntate del Ventesimo secolo.
Anci, Mattarella: tutelare la “fragile unità” del Paese, “gli squilibri producono successi effimeri”
Garofoli, già capo di Gabinetto del ministero dell’Economia e poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Draghi, e Mattarella, professore di Diritto amministrativo all’università Luiss, sono dei conoscitori profondi della “macchina statale”. Ne conoscono i pregi ma anche i tanti difetti. Che si stanno trasformando in un peso insostenibile. In una sorta di enorme sacco di sabbia sulle spalle di un viaggiatore che deve attraversare il deserto che conduce alla modernizzazione.
Le criticità esposte fanno capire con numeri e dati di fatto quanto l’Italia dovrebbe cambiare e aggiornarsi. Anche liberandosi di inutili feticci ideologici come l’antieuropeismo o come le forme di microfederalismo. Qualcosa è stato fatto ma molto è ancora da fare. «Misure solo nazionali — si legge — non sono sufficienti. È necessaria una dimensione europea, con politiche comuni per innovazione, industria, difesa». Solo la dimensione sovranazionale è in grado infatti di affrontare e risolvere i problemi che questa epoca ci mette dinanzi. Nella consapevolezza che mai come in questi anni l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra sulle capacità degli eletti di soddisfare le esigenze personali degli elettori e che quindi «le disfunzioni della macchina pubblica hanno implicazioni politiche, relative alla stessa tenuta democratica del Paese».
Se non si coglie l’essenza delle istanze dei cittadini, queste si trasformano non solo in un giudizio negativo nei confronti dei partiti ma anche in una «sfiducia nelle istituzioni».
La prima conseguenza si materializza nella sempre minore partecipazione al voto. Anzi esiste un nesso tra debolezza del sistema istituzionale e competitività del Paese, come esiste un legame tra andamento dell’economia e astensionismo. Ma appunto l’analisi della “fragilità” italiana può partire dal presupposto che «l’interesse nazionale va tutelato e perseguito sempre più oltre i confini interni». L’idea di potersi rinchiudere nei confini tradizionali equivale a fallire.
Basti un dato terrificante a far comprendere quanto la tentazione isolazionista sia fallace: il 2023 è stato l’anno con il più elevato numero di conflitti dalla Seconda guerra mondiale. Mai così tante guerre. Anche molto vicine ai nostri confini. È possibile non tenerne conto? Ed è pensabile di essere in grado di rispondere da soli a questa situazione? Anzi le nostre debolezze storiche in questo settore pesano ancora di più anche se «alcune politiche sono definite».
Nella miniera di dati che Garofoli e Mattarella ci offrono, uno che dimostra la inevitabile interconnessione globale consiste nel nostro export. Salito al centro dell’attenzione con i dazi imposti dagli Usa di Trump. L’Italia è il sesto esportatore del mondo. Il commercio con l’estero vale 626 miliardi di euro l’anno. L’apertura ai mercati internazionali è un “bene pubblico” senza il quale tutta la popolazione sarebbe più povera. Ma non riusciamo a coglierne l’importanza fino in fondo come dimostra la insufficiente capacità di attrarre fondi dall’estero. La nostra quota sul totale degli investimenti stranieri in Europa è pari al 4 per cento, contro il 14 della Germania e il 21 della Francia.
Perché? Perché, ad esempio, abbiamo un sistema giudiziario tra i più lenti e che non garantisce certezze temporali: i dati del 2018 mostrano che una causa civile ci mette 7 anni e 3 mesi in media per arrivare alla sentenza definitiva. Il Pnrr ha consentito dei progressi. In Francia, però, lo stesso processo impiega 3 anni e 5 mesi e in Germania un anno e 4 mesi. Il costo dell’energia elettrica è tra i più alti e abbiamo un pubblica amministrazione “appesantita” dai tagli degli ultimi anni. I dipendenti pubblici (tra l’altro con un’età media molto avanzata) sono solo il 13 per cento del totale, contro il 15 degli Usa, il 17 della Gran Bretagna e il 18 della media Ocse.
In più dobbiamo fare i conti con una discrasia tra preparazione scolastica e mondo del lavoro. A un anno dal diploma solo il 18,6% di chi ha frequentato un istituto tecnico e il 27,1% di chi è uscito da quelli professionali utilizza pienamente le competenze acquisite nel corso di studio. Senza contare che la percentuale dei laureati continua a essere molto bassa. Poco più del 60 per cento degli iscritti a un corso di laurea chiude il ciclo triennale. I laureati hanno sì un tasso di occupazione superiore ai diplomati, tuttavia è il più basso d’Europa. Gli italiani laureati di età compresa tra i 20 e i 34 anni sono il 67,5% a fronte di una media europea dell’83,5%.
Insomma abbiamo una macchina dello Stato che troppo spesso gira a vuoto e sembra rivolta al passato più che al futuro. E offre una percezione a volte sbagliata. Noi spendiamo il 22,5 per cento del Pil per le prestazioni sociali. In Germania, per fare un esempio, è il 24,7. Ma noi indirizziamo una quota maggiore verso le pensioni mentre la spesa sanitaria è in calo: il 6,3 del Pil contro la media Ue del 6,8 e oltre il 10 di Francia e Germania. Chi sta male, insomma, può contare su un budget pro capite decisamente inferiore rispetto a un francese o a un tedesco.
Tutti elementi di cui tutta la classe dirigente dovrebbe tenere conto «per non indietreggiare nelle condizioni di benessere conquistate, per garantire una sana crescita, per preservare la sicurezza nazionale, per la stessa tenuta democratica».
Il libro
Governare le fragilità di Roberto Garofoli e Bernardo Giorgio Mattarella (Mondadori, pagg. 372, euro 22)