Augias risponde a Pankaj Mishra: “Ma Israele non ha il volto del suo governo”
di Corrado Augias
Flag II (1992) di Laila Shawa (1940-2022); © Laila Shawa. All Rights Reserved 2024
Due popoli distrutti dall’odio e dalla violenza, questo ha detto di vedere davanti a sé David Grossman. È la prima volta che questo scrittore, questa grande anima, un uomo che si è sempre battuto invocando fiducia e speranza si lascia andare alla desolazione di un grido lasciando poco spazio a questi due sentimenti. Il massacro di israeliani del 7 ottobre, la strage di palestinesi che ne è seguita hanno approfondito ancora di più il fossato che separa due popoli in una guerra ora strisciante ora palese che conta ormai poco meno di un secolo. Il terreno non è disseminato solo da migliaia di morti e desolanti macerie, ci sono gli equivoci, i risentimenti e le distorsioni ad aggravare le cose, odi antichi e pregiudizi dettati dalle ideologie e dalla storia.
Lunedì scorso è apparsa …
Due popoli distrutti dall’odio e dalla violenza, questo ha detto di vedere davanti a sé David Grossman. È la prima volta che questo scrittore, questa grande anima, un uomo che si è sempre battuto invocando fiducia e speranza si lascia andare alla desolazione di un grido lasciando poco spazio a questi due sentimenti. Il massacro di israeliani del 7 ottobre, la strage di palestinesi che ne è seguita hanno approfondito ancora di più il fossato che separa due popoli in una guerra ora strisciante ora palese che conta ormai poco meno di un secolo. Il terreno non è disseminato solo da migliaia di morti e desolanti macerie, ci sono gli equivoci, i risentimenti e le distorsioni ad aggravare le cose, odi antichi e pregiudizi dettati dalle ideologie e dalla storia.
Lunedì scorso è apparsa in queste pagine un’intervista rilasciata a Carlo Pizzati dallo scrittore indiano Pankaj Mishra per l’uscita del suo saggio Il mondo dopo Gaza (Guanda). Alcune affermazioni dello scrittore confermano l’equivoco con la loro voluta imprecisione. La prima è scambiare il governo Netanyahu con l’intero Israele. Sarebbe come scambiare il governo Meloni con l’intera Italia o il partito di estrema destra Afd con l’intera Germania. Errore analogo di chi tre anni fa voleva sospendere i corsi su Dostoevskji dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
I governi passano i paesi restano, viene voglia di dire anche se questa formula è sbrigativa e non spiega per intero la situazione che in Medio Oriente è di drammatica complessità. Mishra è un brillante intellettuale indiano, nato cioè – anche se in altri tempi – in un Paese a lungo soggetto al soffocante colonialismo britannico. Nell’intervista per esempio afferma: «Nehru e Gandhi definirono nazismo e fascismo come i gemelli dell’imperialismo occidentale. Il collegamento tra l’imperialismo europeo e la Shoah come culminazione mostruosa di una lunga tradizione di violenza razziale è andato perso nel racconto occidentale».
Il suo punto di vista trova lì la radice, quello che chiamiamo mondo occidentale, Israele compreso, è osservato con un’ottica che solo in parte coincide con la nostra, anzi per alcuni aspetti ne è l’antitesi. Credo che sia stato questo fattore a portarlo alla discutibile affermazione che Primo Levi «non poté giustificare la violenza e l’espansionismo israeliani, soprattutto dopo i massacri dei rifugiati in Libano nel 1982. Si rese conto, come affermò Tony Judt, che Israele diventava “un male per gli ebrei” e, chiese di spostare il centro dell’ebraismo nella diaspora». In altre parole sopprimendo Israele. Come mi fa notare lo scrittore Danco Singer, a seguito dei “massacri” nei campi profughi di Sabra e Chatila, compiuti dalle Falangi libanesi alleate dell’esercito israeliano, il movimento pacifista israeliano Peace Now, organizzò a Tel Aviv una gigantesca manifestazione in favore della pace. Fu proprio Primo Levi, con Luca Zevi, David Meghnagi, lo stesso Singer a promuovere una manifestazione parallela davanti all’ambasciata israeliana a Roma, non come diaspora in contrapposizione ad Israele ma a sostegno del movimento israeliano per la pace.
Anche quando si parla di “destra israeliana” un’analisi accurata dovrebbe saper distinguere. È stato il leader di destra, Menachem Begin, a firmare (1978) la pace con l’Egitto. È stato il leader di destra Ariel Sharon nel 2005 a lasciare Gaza, a far sgombrare con la forza i coloni ebrei che non volevano abbandonare i loro insediamenti. Afferma Pankaj Mishra: «l’idea che Israele sia una democrazia, seppur imperfetta, che rispetta lo stato di diritto, ha permesso a scrittori, giornalisti e intellettuali di soffocare le critiche a Israele o di demonizzarle come antisemitismo». Affermazione smentita dalla vivace pubblicistica israeliana, anche se di minoranza, che dissente dalla durissima reazione militare dopo il 7 ottobre, reclama i diritti dei palestinesi, chiede la costruzione di uno Stato di Palestina.
Abbiamo ascoltato su questo la voce accorata di David Grossman e di altri scrittori. Una grande intellettuale come Anna Foa ha pubblicato (Laterza) un saggio dal titolo drammatico: Il suicidio di Israele. Già prima del criminale attentato del 7 ottobre 2023 (quasi nessuno ormai lo cita), imponenti manifestazioni prolungatesi per oltre 40 settimane chiedevano le dimissioni di Netanyahu e del suo disastroso governo. La risposta al gesto terroristico di Hamas, al di là della sua spietatezza, è stato il peggior atto politico di un leader che ha isolato Israele anche per garantirsi una permanenza nella carica. Questo è un aspetto della questione, poi c’è l’altro indiscutibile aspetto, l’Occidente oggi si confronta con un crescente antisemitismo. Contrariamente a quanto sostiene la propaganda di Netanyahu, non a caso appoggiato dai leader della destra mondiale, non è la stessa cosa dell’antisionismo. Lo stesso Mishra ammette: «Non sorprende che antisemiti ricchi e potenti come Musk e Orbán siano oggi i più strenui difensori di Netanyahu», anche se poi non trae da questa constatazione le conseguenze che ne derivano.
Su questa tragedia è calata la folle proposta del presidente Trump di trasformare la striscia di Gaza in una specie di Costa azzurra mediorientale. Deportandone gli abitanti, dove non importa, o trasformandoli in camerieri e bagnini. Qui il saggista ha un’affermazione condivisibile: «Di sicuro, l’idea [di Trump] gode di ampio sostegno in Israele: è ciò che l’estrema destra ha sempre sognato». È vero. Le estreme destre hanno sempre nutrito sogni di questo tipo, c’è ovunque chi vuol mettere a tacere l’opposizione, abolire il confronto, addomesticare i media, affermare un’idea di “nazione” a scapito di ogni tentativo di una più vasta convivenza, affermare come in questo caso la prevalenza, il dominio del denaro, il sogno di alberghi e piscine bordo mare dove ora sono spettrali rovine. Il problema non sono le destre ma le opposizioni, che esistono anche se la loro voce è fievole e minoritaria. Non per questo possono essere trascurate nemmeno quando si rilascia un’intervista.