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Ciao mamma firmato Bianciardi

Luciano Bianciardi con la figlia Luciana 

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Esce la corrispondenza inedita tra lo scrittore della “Vita agra” e i familiari. Soprattutto le donne
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«La lettera deve essere sincera». Firmato Luciano. Non sarà allora “inutile”, come è titolata la raccolta delle missive scritte da Bianciardi, leggere questa corrispondenza per ricavarne notizie sull’autore, tratti impensati, gusti e umori, fatiche del vivere e aneddoti che, a distanza di decenni, passano dagli stracci del pettegolezzo alle vesti della storia letteraria. Con l’attenta curatela di Arnaldo Bruni esce il primo di tre volumi di Lettere, dedicato ai familiari (ExCogita, a cura di Arnaldo Bruni). È lo stesso Bianciardi a definirle «inutili, cioè disinteressate». E ad aggiungere che scriverle gli «piace molto»: sono un diario in controluce, una scelta di campo in qualche momento un’autofiction o, per dirla con parole sue, «un gesto marcio di letteratura».

Due cose sono e…

«La lettera deve essere sincera». Firmato Luciano. Non sarà allora “inutile”, come è titolata la raccolta delle missive scritte da Bianciardi, leggere questa corrispondenza per ricavarne notizie sull’autore, tratti impensati, gusti e umori, fatiche del vivere e aneddoti che, a distanza di decenni, passano dagli stracci del pettegolezzo alle vesti della storia letteraria. Con l’attenta curatela di Arnaldo Bruni esce il primo di tre volumi di Lettere, dedicato ai familiari (ExCogita, a cura di Arnaldo Bruni). È lo stesso Bianciardi a definirle «inutili, cioè disinteressate». E ad aggiungere che scriverle gli «piace molto»: sono un diario in controluce, una scelta di campo in qualche momento un’autofiction o, per dirla con parole sue, «un gesto marcio di letteratura».

Due cose sono evidenti. La prima è la linea femminile. Bianciardi scrive soprattutto alla madre, Adele Guidi, alla sorella Laura e tra i figli mostra predilezione per Luciana ai danni di Ettore. Influisce, come nota il curatore, «la tradizione maremmana» e non solo «che affidava alle madri, per pudore o per timore di peccare di debolezza la responsabilità di educare i figli». Impensabile che il dialogo con i padri, mai aperto nei primi anni, potesse schiudersi in seguito. Tra le generazioni maschili valeva e varrà la regola dell’implicito.

La madre di Bianciardi è “maestra”, a tutti gli effetti. Colpiscono la confidenza, il tono, il resoconto continuo (talora non corrisposto), la ricerca del giudizio favorevole. A guerra in corso: «Mamma cara, eccoti la letterona tutta per te… sono due anni che manco da casa, due anni pieni di avvenimenti più brutti che belli, e son molto cambiato, da allora… sono contento di poter affermare, e questo mi interessa più di ogni altra cosa, di aver sempre agito da ragazzo onesto. Sarò stato ingenuo qualche volta un po’ avventato, ma non ho mai ingannato nessuno». Scampato ai bombardamenti su Foggia: «Allora pensai a te, e mi parve quasi che tu mi proteggessi: “Non possono farmi del male” pensai “perché mia mamma non vuole”». Quanta differenza con il testo scritto alla fidanzata Graziella, in diretta. Lì prevalgono la retorica, il dover essere sull’essere, la finzione narrativa: «Graziella cara, ci siamo! Ci sono gli aerei nemici che bombardano. Tremano i vetri delle finestre, trema il terreno… Guarda la mia scrittura, ti pare che abbia paura?».

Questo è il secondo aspetto che si fa notare. Nella linea femminile del Bianciardi scrittore di lettere (e forse anche nella sua vita in assoluto) prevalgono la madre e la sorella sulle compagne, mogli, madri dei suoi figli (e la femmina sul maschio). Con loro è vero, scoperto, affettuoso. Rivela cose buffe: «Io sono sempre caporale, in più ho soltanto la panciera, perché da qualche giorno non si va in libera uscita senza quello strano indumento» (alla «rispettabile sorella» nel giugno 1943). Intanto, alla fidanzata: «Sorriderò, senza cercare scuse troppo serie, senza ricorrere a Kant e ai drammi intimi». Alla madre racconta i problemi di salute, il “confino” a Rapallo tra «novantenni che vanno a sedersi in panchina parlottando fra loro, credo, di Garibaldi», le traversie professionali tra editori che non pagano, registi che non girano e viaggi spesati all’estero che saltano.

Alla moglie Adria scrive nel 1951: «Vedrò se mi riesce ottenere il rimborso dell’Inadel per i tuoi denti» e «Ora devo lasciarti perché è arrivato un enorme gruppo di clienti». Per i figli, bastino i soprannomi. A Luciana: «Ciao, bietolona». A Ettore: «Caro Ciberneta» (una forma di scherno per la sua scelta di non dedicarsi a studi umanisti).

Non mancano momenti di “scorrettezza politica” che oggi probabilmente uno scrittore autocensurerebbe a futura memoria. Da Copertino, in Puglia, nel 1943: «La gente non è migliore della case che abita: pare che non conoscano affatto tre cose, scarpe, pettine e sapone e ti puoi immaginare cosa ne derivi». Alla figlia, da Rapallo, nel 1970: «Danilo aveva con sé uno scorfano di ragazza. Forse l’ha trovata nella spazzatura». Tra i momenti di “gossip letterario” spiccano: «Ho finalmente letto il libro di Cassola: è di una noia unica», e «Andai a Milano per presentare al pubblico uno scrittore americano, Jack Kerouac: aveva una tale sbornia che si addormentava davanti a tutti, e poi destandosi straparlava in spagnolo, convinto che la gente lo capisse. Ha la mia età, ma sembrava mio nonno».

C’è qualche imbarazzo nel leggere queste righe più ancora che tra le righe. Bianciardi era una figura a parte più che di parte. Il carteggio ci rivela un’intimità sofferta come si aspettava, ma diversa da come la si immaginava. Sul pacco che lo contiene appare la scritta “Fragile – Maneggiare con cura”.

La lettera di Luciano Bianciardi

Kerouac ha la mia età ma sembra un vecchio

Rapallo, 13 ottobre 1966

Cara mamma,

ho avuto ieri la tua cartolina, e mi dispiace proprio saperti nei guai con gli occhi: non occorre che ti raccomandi d’aver cura di te, perché so che ci pensi da sola. Anch’io, d’altra parte, mi accorgo che sto diventando presbite, e che allontano sempre più spesso il foglio dagli occhi, per vedere bene. Credo che sia inevitabile, col passare degli anni. Sto lavorando al nuovo libro, e nel frattempo scrivo qualche racconto. Anzi, te ne mando uno, uscito in antologia presso Selezione. Un altro mi è stato chiesto per una antologia natalizia, che poi ti manderò. Come hai visto, ho lavorato per l’Europeo. In quanto al Giorno, l’ultima cosa che scrissi fu in giugno: forse ti hanno informato male. Marcello ha ripreso la scuola, e sembra che quest’anno stia molto bene, e non debba fare più tutte quelle assenze dell’anno scorso. Maria lavora sempre al negozio: dopo un’estate laboriosissima, con incassi mai visti, siamo entrati ora nella stagione che chiamano morta, appunto perché non si vende nulla. (...)

Il 28 dello scorso mese andai a Milano, per presentare al pubblico uno scrittore americano, Jack Kerouac: aveva una tale sbornia che si addormentava davanti a tutti, e poi destandosi straparlava in spagnolo, convinto che la gente lo capisse. Ha la mia età, ma sembrava mio nonno, per come era ridotto male.

Ora ti lascio, ma non appena ci saranno novità mi farò vivo. Un abbraccio e un bel bacione dal tuo

Luciano

Il libro – Lettere “inutili”. Lettere a carteggi, volume I: ai Familiari di Luciano Bianciardi (a cura di Arnaldo Bruni, exCogita, euro 25)

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