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Architettura work in progress nella serie tv di Renzo Piano

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Si intitola “Lezioni di Piano” ed è stato realizzato durante il “Laboratorio Arte del Costruire” della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano. Questa sera su Rai5
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La prima lezione di un grande maestro come Renzo Piano è che anche le opere dei grandi maestri possono essere migliorate. È l’idea da cui sono nati i sei episodi delle Lezioni di Piano, la serie tv che parte stasera su Rai 5 (ore 22.10) in cui ventiquattro studenti scelgono sei progetti fra una ventina proposti da Piano e li esaminano al microscopio. «Sappiate», premette l’architetto ai ragazzi, «che quasi certamente c’è qualche punto debole, c’è qualcosa, diciamoci la verità, che forse avrebbe potuto essere fatto meglio, e se voi riuscite a individuarlo è bello perché molti di questi progetti sono stati fatti in un periodo in cui la cosa più importante era la cultura, fare luoghi per la gente, che fossero università, scuole, musei, sale per concerto, luoghi dove la gente potesse incontrarsi. Insomma c’era una specie di ansia del sociale, ma non c’era la consapevolezza che la terra è così fragile».

Ovvero: tutti i progetti hanno difetti, ma anche un edificio ipoteticamente perfetto …

La prima lezione di un grande maestro come Renzo Piano è che anche le opere dei grandi maestri possono essere migliorate. È l’idea da cui sono nati i sei episodi delle Lezioni di Piano, la serie tv che parte stasera su Rai 5 (ore 22.10) in cui ventiquattro studenti scelgono sei progetti fra una ventina proposti da Piano e li esaminano al microscopio. «Sappiate», premette l’architetto ai ragazzi, «che quasi certamente c’è qualche punto debole, c’è qualcosa, diciamoci la verità, che forse avrebbe potuto essere fatto meglio, e se voi riuscite a individuarlo è bello perché molti di questi progetti sono stati fatti in un periodo in cui la cosa più importante era la cultura, fare luoghi per la gente, che fossero università, scuole, musei, sale per concerto, luoghi dove la gente potesse incontrarsi. Insomma c’era una specie di ansia del sociale, ma non c’era la consapevolezza che la terra è così fragile».

Ovvero: tutti i progetti hanno difetti, ma anche un edificio ipoteticamente perfetto resta un work in progress, perché è la riposta di oggi a bisogni che il domani cambierà.

I sei progetti sono stati realizzati nel corso di tanti anni: dall’aeroporto di Kansai in Giappone, datato 1994, al Centro di chirurgia pediatrica di Emergency in Uganda, del 2021. In mezzo, la Fondazione Beyeler di Basilea, il centro Culturale Jean-Marie Tjibaou in Nuova Caledonia e due edifici newyorkesi, il Whitney Museum e la sede del New York Times. Progetti ultimati a volte in condizioni difficili o estreme, «affrontando i trentasei terremoti durante la costruzione dell’aeroporto in Giappone o la mezza dozzina di uragani in venti mesi a Nouméa, in Nuova Caledonia», ricorda Piano, «dove tra l’altro abbiamo avuto un risultato in parte inatteso: con i forti venti di quella zona, i dieci absidi in listelli di legno distanziati che citano le tipiche capanne kanak vibrano e risuonano».

Le lezioni, tenute nella sede della Fondazione Renzo Piano al Politecnico di Milano, nell’edificio 14 “La Nave”, sono il punto di partenza per la serie, coprodotta con le due istituzioni da Muse Factory of Projects. Spiega Francesca Molteni, autrice di soggetto e sceneggiatura che Piano ha detto «io per le lezioni più di 24 studenti non riesco a seguire ma vorrei condividerle con un pubblico più ampio». Così Molteni con il regista Davide Fois si è messa al lavoro: «abbiamo trasformato in personaggi anche gli studenti». Personaggi gli studenti ma personaggi anche i quattro ospiti, Gianni Berengo Gardin, Michele Serra, John Elkann e Fabiola Giannotti del Cern, invitati per dare all’architettura una lettura umanistica mettendone in luce il legame gli altri saperi. Contando anche i docenti Politecnico che hanno fatto da tutor, la serie ruota intorno a una comunità. Lo stesso Piano insiste sulla natura collettiva del progettare: «L’architettura è un mestiere in cui le idee vengono collegialmente.

Tra gli ospiti, per esempio, c’è il mio amico John, l’ho conosciuto da ragazzino… Perché i nostri incontri sono come partite di ping pong, in cui uno lancia un’idea e l’altro e gli risponde, la approfondisce». La serie, in cui ogni episodio è autonomo, è impreziosita dai ricordi di Piano. Finestre dietro le quinte dei progetti, come quando, conclusi i lavori della Fondazione di Basilea, lo chiama il committente Ernst Beyeler. «Mi dice: dovresti allungare l’edificio di una ventina di metri. Gli rispondo: è uno scherzo? Mi spiega: solo ora mi accorgo che mi serve più spazio per le mostre temporanee». O il rapporto con Gino Strada di Emergency, nato quando gli manda una lettera per la morte della moglie Teresa e cominciano a telefonarsi, coltivando il sogno di un ospedale gratuito in Africa. Quando diventa realtà, Strada ha una perentoria richiesta: «Fatemi un ospedale scandalosamente bello». Perché entrambi sanno che la bellezza è benessere, E qualche volta anche guarigione.

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