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Frank Westerman: “La letteratura deve combattere gli estremismi”

Lo scrittore Frank Westerman 

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Scrittura e impegno: “È una storia già vista negli anni Trenta, non si ripeterà allo stesso modo, ma potrebbe riaccadere”. Parla l’autore olandese. Il suo Paese sarà ospite d’onore al prossimo Salone del libro di Torino
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Amsterdam

Frank Westerman sottolinea più volte durante l’intervista l’importanza della scrittura per resistere alla deriva dei nostri tempi. Parla dell’Europa come casa condivisa. «Dobbiamo compattarci, fare fronte comune», dice. Tira giù la zip della felpa, si rimbocca le maniche, sembra non aspettasse altro che parlare di questo. Il rischio non sono la democratura di Orbán o il regime di Putin. Il rischio ora è oltreoceano: si chiama Trump, sono gli Stati Uniti.

Fuori pioviggina, il che ad Amsterdam non stupisce. Dentro una sala accogliente di un hotel del centro storico, a dieci minuti dal museo di Anne Frank, vista romantica sui canali, sei scrittori raccontano a un gruppetto di giornalisti italiani dove va a parare la letteratura olandese contemporanea. …

Amsterdam

Frank Westerman sottolinea più volte durante l’intervista l’importanza della scrittura per resistere alla deriva dei nostri tempi. Parla dell’Europa come casa condivisa. «Dobbiamo compattarci, fare fronte comune», dice. Tira giù la zip della felpa, si rimbocca le maniche, sembra non aspettasse altro che parlare di questo. Il rischio non sono la democratura di Orbán o il regime di Putin. Il rischio ora è oltreoceano: si chiama Trump, sono gli Stati Uniti.

Fuori pioviggina, il che ad Amsterdam non stupisce. Dentro una sala accogliente di un hotel del centro storico, a dieci minuti dal museo di Anne Frank, vista romantica sui canali, sei scrittori raccontano a un gruppetto di giornalisti italiani dove va a parare la letteratura olandese contemporanea. L’iniziativa La scoperta dell’Olanda, promossa dalla Fondazione per la Letteratura e dall’ambasciata e dal consolato dei Paesi Bassi in Italia, è lanciata in vista del Salone del Libro di Torino, dove l’Olanda sarà Paese ospite d’onore. Il mosaico letterario che ne viene fuori è articolato: thriller esistenziali (Anya Niewierra, Il cammino, Neri Pozza); utopie artistiche (Jan Brokken, in uscita con La scoperta dell’Olanda, Iperborea), autofiction con radici coloniali (Dido Michielsen, Figlia di due mondi, Nord), tagliatori di teste aziendali (Tom Hofland, Il cannibale, Carbonio), infanzie disfunzionali (Auke Hulst con Ragazzi selvaggi, a breve da Carbonio).

C’è poi Westerman che nel suo libro più recente sceglie di guardare il mondo dalla prospettiva di sette animali. Il titolo italiano, ancora in lavorazione, è Bestiario artico. «Ribaltare il punto di vista è un modo per abbattere la nostra hybris, la superbia che ci divora», dice, mentre con Repubblica sceglie di allargare il discorso all’attualità politica.

Che posto ha la superbia nella sua vita?

«Amore e odio. Da una parte vorrei essere solo un sognatore, dall’altra devo ammettere che in alcuni momenti mi sento attratto da personaggi superbi. Insospettabilmente attratto».

Faccia un esempio, così è troppo astratto.

«Ho provato ammirazione quando il razzo Super Heavy di Starship è stato catturato al volo dalle braccia meccaniche della torre progettata da Elon Musk. Mi sono preoccupato invece quando Musk ha mandato una Tesla attorno al sole come pura dimostrazione di potere. La hybris può essere un sogno che si trasforma in un incubo».

L’idea di spazio di Musk sembra però molto diversa da quella che aveva John F. Kennedy: che cosa ha a che vedere il progetto di andare su Marte con la “nuova frontiera” dei primi anni Sessanta?

«Il discorso di Kennedy era da pelle d’oca: “Abbiamo scelto di andare sulla luna non perché è facile, ma perché è difficile…”. Non era forse animato dallo stesso sogno il viaggio di Colombo? Il sogno di viaggiare attraverso l’ignoto, di esplorare ciò che non si conosce ancora. Anche il viaggio di Willem Barents, navigatore olandese protagonista del mio nuovo libro, nasce dallo stesso spirito: percorrere una rotta nuova».

Nel suo libro “La commedia cosmica”, Giordano Bruno, Galileo, Newton aprono gli umani a una conoscenza che li sovrasta e per questo ne ridimensiona l’ego.

«La luna, Marte, gli altri pianeti sono terre inesplorate, mete delle nostre avventure, ma anche percorsi di conoscenza che ci permettono di relativizzare la posizione che occupiamo nell’universo».

Quello di Musk può essere definito imperialismo spaziale?

«Marte in versione Musk in fondo funziona da specchio di quello che siamo: è il ricettacolo delle nostre miserie, della nostra violenza, della nostra ingordigia. È un nuovo tipo di colonialismo, con l’unica differenza che su quel pianeta una volta approdati non troveremo indigeni. Nel complesso, quello che stanno mettendo in piedi Musk e Trump è un terremoto geopolitico. Non so immaginare che forma prenderemo. So però che l’Europa deve essere sempre più coesa, come so che la cultura comune va rinsaldata. Rafforziamoci più che possiamo».

Lei legge letteratura italiana?

«Per La commedia cosmica è stato imprescindibile Dante. Ma amo Oriana Fallaci, soprattutto l’Intervista con la storia, e poi Kaputt di Curzio Malaparte e Il sistema periodico di Primo Levi».

Oltre a essere scrittore è giornalista, ha fatto per anni il corrispondente da Mosca, ha scritto libri sullo stalinismo e sulla Russia attuale. Conosce il meglio e il peggio per esperienza diretta. Davvero pensa che le parole, la letteratura, possano cambiare il mondo o incidere in qualche modo?

«Non credo onestamente che i miei libri cambino qualcosa. Né che scrivere libri possa migliorare il mondo, ma se smettessimo di farlo si spalancherebbe uno scenario peggiore. La lingua dei populisti ha pochi punti interrogativi, non lascia spazio alla parola “forse”, che è invece lo spazio dialogante dell’arte, della letteratura, della saggistica. I libri non affermano mai qualcosa in modo perentorio».

Come mai la narrazione monolitica di Putin ha tanta presa in Russia?

«Perché racconta che il Paese è stato umiliato dall’Occidente dopo la caduta dell’Urss e vuole tornare a essere una superpotenza. È una versione che non lascia dubbi, univoca, ma per molti risulta convincente. E chi non ci crede viene perseguitato».

Ribaltiamo la domanda allora: la narrazione democratica in questo contesto generale sconta il fatto di risultare troppo relativista?

«Non direi, è questa la sua prerogativa. Le democrazie europee sono ancora molto forti. Sono gli Stati Uniti il pericolo oggi. Faccio notare che Trump può permettersi di dire che ha licenziato un generale nero per sostituirlo con un “vero generale”».

Torna in voga l’ideologia suprematista dell’uomo bianco. Abbiamo anticorpi per questo?

«Un elettore su cinque in Germania ha votato per l’AfD. In Olanda un elettore su quattro ha votato Geert Wilders (fondatore del Partito per la Libertà, di estrema destra, ndr). Continuo però a credere che in Europa le cose vadano meglio che negli Stati Uniti, dove potrebbe instaurarsi un regime passando per le elezioni. È una storia già vista negli anni Trenta. Certo non si ripeterà allo stesso modo, ma potrebbe accadere di nuovo».

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