Ne La famiglia Karnowski, Singer torna più volte sul crinale fra padre e padrone, che poi è quello fra l’atto di massima libertà del donare una vita e il vincolo del controllarla per diritto di sangue. Ci pensavo mentre leggevo il romanzo di Enrico Fink Patrilineare, edito da Lindau, in cui assistiamo a una vera indagine, una dissezione nel passato e nel complesso tessuto di un sistema familiare italo ebraico.
Il percorso di Enrico Fink lo conosco molto bene, per averne incrociato negli anni la strada di musicista su più di un palcoscenico, ribalte talora polverose e fatiscenti come capita sovente a inizio carriera, quando tuttavia l’entusiasmo del fare è alle stelle, e tramuta gli spigoli in linee curve e i grigiori …
Ne La famiglia Karnowski, Singer torna più volte sul crinale fra padre e padrone, che poi è quello fra l’atto di massima libertà del donare una vita e il vincolo del controllarla per diritto di sangue. Ci pensavo mentre leggevo il romanzo di Enrico Fink Patrilineare, edito da Lindau, in cui assistiamo a una vera indagine, una dissezione nel passato e nel complesso tessuto di un sistema familiare italo ebraico.
Il percorso di Enrico Fink lo conosco molto bene, per averne incrociato negli anni la strada di musicista su più di un palcoscenico, ribalte talora polverose e fatiscenti come capita sovente a inizio carriera, quando tuttavia l’entusiasmo del fare è alle stelle, e tramuta gli spigoli in linee curve e i grigiori in guizzi d’argento. A distanza di molto tempo ormai da quel nostro incontro, adesso questo libro immediatamente mi appare un traguardo sudato, faticosissimo perché filtrato col setaccio dell’anima e sondato con lo scandaglio di una ricerca prima di tutto esistenziale e poi scrittoria.
Ne riferisco qui oggi non solo perché la menzione speciale del Premio Calvino ne ha già attestato l’oggettivo valore, ma anche perché la conoscenza dell’autore — sebbene come musicista e compositore — mi rende testimone autoptico di quanto egli viva in queste pagine, sigillando nella narrazione quella sua discesa interiore dentro un’identità sfuggente, conflittuale, eppure proprio per questo formidabilmente interessante da scoprire.
Fink, con il suo avatar letterario nel flautista Elias, si impegna in un’impresa che attraverso le generazioni lo porta a intuire, dedurre, scomporre, comporre, ricomporre il puzzle di una ascendenza che diventa certo epica ma al tempo stesso assume il profilo di una anamnesi freudiana, nella misura in cui fu proprio Sigmund a osare più di tutti su Edipo e le guerre coi padri. E poi questo libro è un atto di generosità ai lettori, lo è indubbiamente assomigliando a quel personaggio che inventò Hesse nel suo ultimo capolavoro, quando ci narrò proprio di un musicista che non accettava più di restare col suo talento in un cenacolo di eletti ma scendeva fra i presunti bruti per condividere la socialità dell’arte: Fink condivide con il lettore la propria storia, le ombre e i lampi del suo tempio familiare, i ritratti e le istantanee di uno ieri e di un altro ieri che ci trascinano nella tentazione di porre a noi stessi le sue domande, invidiandogli il coraggio della risposta.
A fargli da alleata è la scaltrezza di uno stile tutto suo, personalissimo, che procede con la razionalità della carta millimetrata (Fink ha studiato fisica negli anni dell’università) e al tempo stesso con una sapida dose di distacco. Insomma, se tenti (inutilmente) di scordare che Giorgio Bassani è qui parte più che coinvolta nel racconto, la parola di Fink non può non sembrarti ispirata dalle lezioni di Giorgio Voghera e forse anche di Richler, soprattutto in quel delizioso libro che è L’apprendistato di Duddy Kravitz meritoriamente pubblicato anche alle nostre latitudini da Adelphi. Di Richler trovo in Fink la leggerezza del tratto, quasi da acquerello, tanto più soave quando la scure della Storia si accanisce sugli eroi di questa saga amara, intrisa di palpiti e di memorie emotive ma anche di sangue e di orrore, laddove esso reclama la maiuscola nel capitolo più squassante del secolo passato.
Dopodiché, a fine lettura, mi trovo a constatare che queste sono pagine certo di ebraismo, ma anche di jazz, di blues, di folk, dove le note di una rapsodia dell’identità perduta scivolano come sul pentagramma in un continuo chiudersi e dischiudersi di armonie e di motivi. Penso allora a quanta musica ci sia in genere nella scrittura, e a quanto in fondo siamo tutti debitori al ritmo, che della musica è parametro essenziale. Di questa musicalità (di contenuti e di stile) il libro di Fink è pervaso in ogni sua parte, per cui credo che sarebbe molto piaciuto a Italo Calvino.
Il libro
Patrilineare. Una storia di fantasmi di Enrico Fink (Lindau, pagg. 392, euro 21)