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L’uomo che salverà i bimbi perduti della mia Africa

Disegno di Lorenzo Mattottti

 

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La povertà e il riscatto di una terra saccheggiata da sempre: il nuovo romanzo dello scrittore marocchino, illustrato da Lorenzo Mattotti
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Spesso il cielo è tutto bianco. Si dice che prepari la pioggia. Ma la pioggia non cade. Deve preparare qualcos’altro, di fatto. Si dice anche che protegga dietro il suo velo bianco i sogni dei bambini. Sognavo molto quando ero piccolo. Preferivo dormire e sognare piuttosto che correre nella polvere dietro i cani affamati. I miei sogni erano a colori e con la musica. Vedevo delle luci tra gli alberi e sui volti degli altri bambini. Mi inventavo delle storie, le mescolavo, le incrociavo con la mia vita quotidiana. Le vedevo scritte nel cielo e non le sapevo leggere. Il mio personaggio preferito si chiamava Sin perché mi appariva disteso come la lettera araba S. Aveva dei figli che lo circondavano, alcuni avevano le ali ma non volavano.

Vedevo anche il volto di mio non…

Spesso il cielo è tutto bianco. Si dice che prepari la pioggia. Ma la pioggia non cade. Deve preparare qualcos’altro, di fatto. Si dice anche che protegga dietro il suo velo bianco i sogni dei bambini. Sognavo molto quando ero piccolo. Preferivo dormire e sognare piuttosto che correre nella polvere dietro i cani affamati. I miei sogni erano a colori e con la musica. Vedevo delle luci tra gli alberi e sui volti degli altri bambini. Mi inventavo delle storie, le mescolavo, le incrociavo con la mia vita quotidiana. Le vedevo scritte nel cielo e non le sapevo leggere. Il mio personaggio preferito si chiamava Sin perché mi appariva disteso come la lettera araba S. Aveva dei figli che lo circondavano, alcuni avevano le ali ma non volavano.

Vedevo anche il volto di mio nonno materno, che ci aveva lasciato in un giorno di festa. Gli ero molto affezionato, così lo rivedevo nel cielo. Si dice che il cielo sia un libro le cui parole sono le stelle, in cui la Via Lattea è un fiume dove scorrono tutte le musiche del mondo. Si dice che sia il cimitero degli angeli — i bambini rapiti troppo presto dalla malattia. Il cielo li farebbe ascendere per sorvegliare le stelle che non stanno al loro posto e che fuggono verso altre galassie. Nei miei sogni mi è capitato di vedere il mio amico Momo, è morto improvvisamente in seguito a una febbre alta. So che sta bene lassù, anche se si annoia molto.

Si dice che il cielo immenso sia il mare del mondo, lo specchio di tutti gli oceani. Io non avevo mai visto un mare così immenso, limpido e senza tempeste. E così immaginavo gli occhi del mare e li ritrovavo sopra la mia testa. Si dicono così tante cose sul cielo al punto che questo finisce per farsi beffe degli uomini. Come? Svuotando il carico delle sue nubi sulla città e dimenticando di annaffiare i campi del villaggio. Oppure facendo la faccia scura a coloro che sperano nella sua clemenza. Il cielo è troppo grande e non ascolta le preghiere della gente. Quando ero piccolo, a volte mi rivolgevo al cielo. Gli parlavo con dolcezza, come se mi stessi confidando. Ma lui non mi ha mai risposto, non ho mai sentito la sua voce. Eppure sapevo che il cielo non parlava.

Essere poveri nel nostro villaggio significa svegliarsi, il mattino, chiedendosi se la giornata passerà senza che i bambini piangano per la fame, significa leggere negli occhi di una madre l’avvertimento di una liberazione quando la febbre sale e fa male, significa perdere il gusto della vita perché la vita ci ha dimenticato. Come Dio, come il cielo. Siamo i dimenticati degli uomini e del cielo.

Essere poveri significa non avere fortuna, o più precisamente non avere nulla, neanche fave per i tempi di siccità. Significa non avere che le proprie mani, le proprie braccia e grandi occhi per controllare l’orizzonte. Qui, tutti hanno gli occhi rivolti all’orizzonte. Solo coloro che prendono la strada sbagliata vengono verso di noi. Appena ci vedono, hanno paura e scappano di nuovo. Non immaginano neanche che possano esistere persone così indigenti, così povere.

Si pensa che il salvatore verrà da questo orizzonte che si muove e trema sotto il sole. Da lì sorgeranno nuovi profeti. Qui, noi crediamo a tutti i profeti, veri e falsi, i grandi e i piccoli, quelli che parlano la nostra lingua e chi non la parla, quelli che si manifestano solo nei giorni festivi. Noi crediamo così tanto in loro che loro finiscono per andarsene perché non possono fare niente per noi. Anche un profeta che passasse di lì per caso, o per pietà, se ne andrebbe.

A cosa assomiglia un salvatore? A un branco di cammelli che porti cibo a tutto il villaggio? A un mago su un cavallo bianco, con una bacchetta magica capace di rendere la terra fertile e gli uomini più produttivi? A un uccello rapace che rinunci alla sua rapacità e sappia trasformare le nuvole in pioggia? A un profeta che parli del Bene e del Male, del Paradiso e dell’Inferno, e prometta la fine della miseria, a patto che si obbedisca ai suoi ordini?

No, il salvatore non sarà né un profeta né un mago. Prima di morire mio nonno mi ha detto: a salvarci saranno tutti gli uomini che si uniscono, lavorano la terra, rivendicano i propri diritti ed evitano che la carestia arrivi al villaggio. Se abbiamo fame, è perché altri uomini che amano l’uniforme e le parate, uomini ladri e saccheggiatori, bugiardi e assassini, hanno sequestrato terra e acqua. Parlano con le armi, si riempiono la pancia con i beni degli altri e dormono senza incubi.

L’Africa è la madre dell’umanità, è lì che è nato il primo uomo. È questa l’Africa che viene saccheggiata dai bianchi e dai neri, da gente di qui e gente d’altrove, venuta da lontano, anche molto lontano. Il nostro Paese non è povero; le nostre ricchezze, però, non le vediamo, non ne traiamo beneficio, vanno altrove, lontano da questo Paese.

©2025 La nave di Teseo editore, Milano

Questo testo è tratto dal libro

Il libro

La scuola perduta di Tahar Ben Jelloun (La nave di Teseo, traduzione di Anna Maria Lorusso, illustrazioni di Lorenzo Mattotti, pagg. 128, euro 15)

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