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Jan Brokken: “È antifascismo la parola chiave della letteratura”

Jan Brokken (foto di Raffaella De Santis) 

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Una giornata a Amsterdam con lo scrittore olandese, da sempre attento a luci e ombre dell’Est d’Europa: “Mia madre è russa, sono cresciuto con Zivago. Ora dobbiamo resistere ai nuovi regimi”
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Jan Brokken si muove per le strade di Amsterdam a passo lesto. È un camminatore infaticabile, racconta che ogni mattina fa sei chilometri e centinaia di gradini. Amsterdam è la sua città da quando ci arrivò ventiduenne da un villaggio vicino Rotterdam. Qui ha iniziato a scrivere da giornalista lavorando nel quotidiano Trouw. Indica un vecchio caffè, poi il cortile delle beghine (Begijnhof ), i ponti in rifacimento, una libreria antiquaria, il monumento agli omosessuali sotto un canale, ma l’urgenza è un’altra, è discutere di quello che sta accadendo nel mondo a causa di due dittatori: Putin e Trump. Sì, Brokken non fa differenze, usa per entrambi la parola “dittatori”. Da Amsterdam arriva il suo appello all’Europa perché reagisca. Lo fa attraverso Repubblica durante una pausa di un tour stampa organizzato dalla Fondazione per la Letteratura e dall’ambasciata e dal consolato dei Paesi Bassi in Italia, parte del progetto La scoperta dell’Olanda, che è poi il titolo del nuovo libro di Br…

Jan Brokken si muove per le strade di Amsterdam a passo lesto. È un camminatore infaticabile, racconta che ogni mattina fa sei chilometri e centinaia di gradini. Amsterdam è la sua città da quando ci arrivò ventiduenne da un villaggio vicino Rotterdam. Qui ha iniziato a scrivere da giornalista lavorando nel quotidiano Trouw. Indica un vecchio caffè, poi il cortile delle beghine (Begijnhof ), i ponti in rifacimento, una libreria antiquaria, il monumento agli omosessuali sotto un canale, ma l’urgenza è un’altra, è discutere di quello che sta accadendo nel mondo a causa di due dittatori: Putin e Trump. Sì, Brokken non fa differenze, usa per entrambi la parola “dittatori”. Da Amsterdam arriva il suo appello all’Europa perché reagisca. Lo fa attraverso Repubblica durante una pausa di un tour stampa organizzato dalla Fondazione per la Letteratura e dall’ambasciata e dal consolato dei Paesi Bassi in Italia, parte del progetto La scoperta dell’Olanda, che è poi il titolo del nuovo libro di Brokken (uscirà in aprile per Iperborea). Una sosta all’Eye Filmmuseum, in riva al mare, dà allo scrittore il tempo per spiegare meglio che cosa lo preoccupa. Il discorso parte dall’amata Russia, protagonista di suoi libri bellissimi come Il giardino dei cosacchi o Bagliori a San Pietroburgo.

Sua madre era di origine russa.

«Le sue origini hanno influenzato la mia infanzia. Mi leggeva storie russe fin da quando ero bambino. Sono cresciuto con il Dottor Zivago, Anna Karenina, Guerra e pace. Poi da adolescente ho scoperto Bulgakov e Nabokov».

Ha scritto anche un libro su Youri Egorov, grande pianista sovietico, fuggito dall’Urss e approdato ad Amsterdam.

«Eravamo amici. Una sera dopo una grande bevuta ci siamo divertiti a mettere in scena parti da Il maestro e Margherita. Youri interpretava il gatto cattivo, Behemoth. A volte quando penso a quella Russia provo nostalgia. Ora non posso più tornare nella terra di mia madre».

Perché?

«Il mio editore russo è un ebreo, ma la prego di non scriverne il nome, costretto a fuggire un anno fa perché aveva espresso critiche su Putin e sulla sua guerra all’Ucraina. Di conseguenza anche io non sono gradito, non mi rilasciano il visto perché ho pubblicato il libro I giusti con la sua casa editrice».

Teme la svolta geopolitica che mette Putin di nuovo al centro degli equilibri internazionali e marginalizza l’Europa?

«Putin e Trump sono la stessa cosa, pensano di governare il mondo con metodi dittatoriali, non rispettando i diritti civili, passando sopra alla storia dell’Ucraina. Mi addolora. Ad Amsterdam ci sono migliaia di ucraini, molti arrivati prima della guerra, altri dopo. Nei Paesi Bassi sono più di 100 mila. Fate un giro nel conservatorio di Amsterdam, è pieno di giovani studenti ucraini».

Come crede evolverà questa situazione tragica che dall’invasione arriva al colloquio nello Studio Ovale, in cui Zelensky è stato umiliato da Trump in mondovisione?

«Ho perso la speranza in una pace giusta. Quella promossa da Trump e Putin non è una vera pace ma semplicemente un modo per sanzionare una fine tragica della guerra. Noi europei – e qui lancio un appello – dobbiamo reagire. Dobbiamo farlo adesso, non c’è più tempo. Dobbiamo dire a voce alta: noi siamo l’Europa democratica. Rivendicarlo, ricordarlo. L’Ucraina è una parte dell’Europa, siamo noi. È evidente che se va avanti così la prossima tappa della guerra di conquista di Putin saranno le repubbliche baltiche: Estonia, Lettonia e Lituania».

Tornano gesti inquietanti, come il saluto nazista fatto da Elon Musk e Steve Bannon, ma sono derubricati dal mondo Maga a slanci emotivi di connessione con la folla.

«Incredibile che sia possibile. Stamattina durante il nostro tour per le strade di Amsterdam siamo passati davanti alla casa di Anne Frank, in via Prinsengracht 263. Ecco, quelle mura raccontano quali sono le conseguenze del nazismo. In quella casa, oggi diventata museo, Anne ha trascorso due anni prima di essere arrestata e portata al campo di concentramento di Bergen-Belsen. Lì è palese quale è il risultato del nazismo, di ogni fascismo, della discriminazione elevata a sistema. A pensare che fino ai miei trent’anni non avevo mai letto il suo Diario. Un giorno vennero a trovarmi delle cuginette dalla Francia. Avevamo programmata insieme la visita alla casa-museo. Vederle trascorrere la notte sveglie per leggere il Diario mi ha commosso (la voce di Brokken si spezza)».

Non ricordiamo più, abbiamo reciso i ponti con il nostro passato?

«I populisti sono arrivati al potere attraverso le elezioni. Forse le giovani generazioni hanno perso la memoria. Per questo credo che libri come M di Antonio Scurati siano importanti. E sempre per queste ragioni ho scritto I giusti, il romanzo a cui prima accennavo, dove narro la storia dell’olandese Jan Zwartendijk che aiutò gli ebrei a fuggire dall’Europa nazista. Con lo stesso spirito ho raccontato le Anime baltiche, vittime sia del nazismo che del comunismo. Molti intellettuali di quei Paesi hanno finito la loro vita in Siberia».

Gli scrittori possono sperare che la loro voce arrivi?

«Comunque abbiamo un compito: mostrare e ricordare che cosa sono stati i fascismi e a che cosa portano. L’occupazione nazista dell’Olanda non può diventare un evento della storia trascurabile. È stata una tragedia: il 75% delle popolazione ebrea è stata uccisa. Percentuale che sale se si aggiungono gli oltre duemila ebrei morti per suicidio. Senza contare il numero alto di infarti. L’anagrafe olandese era molto efficiente, gli ebrei erano regolarmente registrati, e questo non li ha aiutati a scampare le deportazioni. In tanti, allo stesso modo di Zwartendijk, hanno cercato di aiutarli come potevano. Nella Frisia fiamminga molti agricoltori li accoglievano nelle loro fattorie. Quello che è successo rimane una macchia su Amsterdam di cui ci vergogniamo».

Però anche nei Paesi Bassi si sono registrati episodi di rinascente antisemitismo.

«Di recente gli hooligans hanno intonato cori antisemiti contro l’Ajax, squadra considerata vicina agli ebrei. Parlare di tolleranza oggi è di nuovo centrale».

“La scoperta dell’Olanda” racconta una comunità di artisti che vive a Volendam, un villaggio di pescatori vicino Amsterdam. Una specie di comune hippie ante-litteram.

«Era un posto magnifico, artisti e scrittori abitavano in un albergo, l’Hotel Spaander, dove dal 1880 si creò una comunità internazionale che mescolava culture e idee diverse. Volendam è un esempio plastico di che cosa sia la cultura europea: un luogo di tolleranza assoluta. Qui venne creata l’Europa prima dell’Europa».

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