Nella bottega di Citati dove rinascevano i classici
di Paolo Di PaoloPietro Citati (©Hannah ASSOULINE/Opale.photo)
C’è stato un tempo in cui un paginone firmato da Pietro Citati era – si direbbe oggi – trending topic: di tendenza. Nei lunghi anni in cui collaborò con Repubblica, gli ampi articoli con cui occupava la sezione centrale del giornale erano un (popolare) genere a sé. Il pezzo di Citati à la Citati. Escursioni e immersioni nella storia della letteratura talvolta innescate da pubblicazioni recenti, ma perlopiù indifferenti ai richiami dell’attualità: un timbro tutto suo, da narratore camaleontico in grado di vivere in un’altra dimensione spaziotemporale. Aderiva a una certa epoca della storia del mondo rendendola un’epoca dello spirito, o meglio: della sua mente.
La sua fama di critico “mimetico” riduce a una categoria esteriore, a una definizione, una capacità non comune, inclassificabile – e non più così diffusa – di abitare i libri fino a disperdere in essi il proprio io. Irriconoscibile nel folto delle visioni altrui, nel colore di altre ere: così il Citati che scrive Goethe non è i…
C’è stato un tempo in cui un paginone firmato da Pietro Citati era – si direbbe oggi – trending topic: di tendenza. Nei lunghi anni in cui collaborò con Repubblica, gli ampi articoli con cui occupava la sezione centrale del giornale erano un (popolare) genere a sé. Il pezzo di Citati à la Citati. Escursioni e immersioni nella storia della letteratura talvolta innescate da pubblicazioni recenti, ma perlopiù indifferenti ai richiami dell’attualità: un timbro tutto suo, da narratore camaleontico in grado di vivere in un’altra dimensione spaziotemporale. Aderiva a una certa epoca della storia del mondo rendendola un’epoca dello spirito, o meglio: della sua mente.
La sua fama di critico “mimetico” riduce a una categoria esteriore, a una definizione, una capacità non comune, inclassificabile – e non più così diffusa – di abitare i libri fino a disperdere in essi il proprio io. Irriconoscibile nel folto delle visioni altrui, nel colore di altre ere: così il Citati che scrive Goethe non è identico a quello che scrive La mente colorata, sull’Odissea; e l’autore di Manzoni non coincide perfettamente con il più lieve narratore delle vite di Mansfield o di Fitzgerald.
Oggi verrebbe scambiato per un divulgatore, ma sarebbe un grave fraintendimento: dismessi in fretta i panni dell’accademico anche solo potenziale, e rifiutati quelli del giornalista in senso stretto, Citati mostrò chiaramente, poco più che trentenne, la sua speciale vocazione. Quella di chi interpreta i testi letterari circumnavigandoli e sfidandoli a rivelare, senza abusi di psicoanalisi o di filologia, alcune decisive verità sull’autore. Sufficienti comunque a delineare un ritratto: romanzesco senza arrivare al romanzo.
Particolare delle mani di Pietro Citati mentre scrive (©Hannah ASSOULINE/Opale.photo)
In una raccolta dei primi anni Settanta come Il tè del cappellaio matto splende per agilità: si muove con la stessa disinvoltura nel romanzo di Carroll o nell’Ecclesiaste e fra i re di Micene. Ovunque c’è racconto, Citati trova la sua porta o porticina d’accesso: e con i suoi punti interrogativi, i punti e virgola, i due punti, che usava in modo inconsueto nelle enumerazioni, si impossessa di quella materia. In modo «assertivo, capillare, creativo, informatissimo», per usare gli aggettivi scelti da Pietro Boitani nella prefazione a La follia degli antichi (Gramma Feltrinelli, a cura di Andrea Cane), la raccolta dei risvolti di copertina redatti da Citati per la collana di classici greci e latini per la fondazione Lorenzo Valla.
Nello spazio minimo del paratesto editoriale, lo scrittore distilla il suo talento: ne risultano sinossi dense ed elegantissime, ritratti critici in miniatura. Stupefacenti, in qualche caso, perché si tratta di opere monumentali e abissali della classicità: vedi la Poetica di Aristotele, indicata anche da Boitani come esempio. Gli uomini – spiega Citati, armato di due punti e punti e virgola – «hanno chiesto (alla Poetica) cosa fosse la poesia: come purificasse l’animo, da quali passioni ci liberasse: cosa l’epica e la tragedia, quali i caratteri tragici, cosa il linguaggio e la metafora; quale lo spazio in cui deve muoversi la parola poetica».
Sarei per proporre l’adozione di questo volume nelle scuole superiori come aureo modello, intanto, di riassunto: mai meccanico, mai ovvio, ma non per questo impreciso. Citati coglie il cuore del cuore dell’opera: mettiamo che si tratti del secondo volume dell’Odissea, ecco che ci parla di un ingresso «secondo l’angolo visuale della morte, perché Calipso, questa dea che nasconde, è forse una dea della morte, e la sua isola – boschi rigogliosi, morbidi prati fioriti di viole e di sedani, viti, quattro sorgenti – è un paesaggio meraviglioso e idillico, ma profondamente sinistro, come l’Eliso e l’isola di Robinson».
Né bisogna pensare che Citati si limiti a descrivere: approda invece a una sintesi che contiene anche un giudizio. Anche solo per contrasto, lasciando emergere magari in un mezzo inciso l’antica prassi dello stroncatore che pure fu; o quantomeno, la sprezzatura feroce con cui poteva incenerire opere altrimenti vezzeggiate e in qualche caso giudicate intoccabili. Sta introducendo un volume che raccoglie i frammenti di Eraclito: ne loda lo stile «meraviglioso, ora così tagliente e luminoso da abbagliare la vista, ora tenebroso e indecifrabile, ma ugualmente attraente». Poi, per enfatizzare, aggiunge – autentica coda avvelenata: «Uno stile rispetto al quale quello del più incantevole Nietzsche sembra lo stile di un facitore di banalità domenicali».
Con un evidenziatore alla mano, studenti ed ex studenti potrebbero dilettarsi nel gioco di isolare e mettere a fuoco gli aggettivi con cui Citati si sbilancia a definire, che so, la mente di Erodoto – complessa, molteplice, intrecciata, polimorfa – o la vita quotidiana raccontata da Catullo – volgare, ridicola, caotica; trasformata tuttavia in altro, in poesia, da una eleganza inimitabile.
C’è la cura dell’orologiaio dietro l’apparente immediatezza: le quaranta righe sul Fedro di Platone hanno l’aria di una costosa boule de neige senza neve in cui sia miniaturizzato un mondo. «Tutto accade ad Atene, in un giorno d’estate. Socrate sembra non possedere una casa: va in giro, ozia, vagabonda, interroga, discute: insaziabilmente curioso». Immaginando quel giorno d’estate, sostiene Citati, Platone ha scritto il suo capolavoro: «Un grandioso mito poetico; qualcosa che, alla fine, con un’ultima giravolta, cancella anche sé stessa, sostenendo che la letteratura è un gioco». Un gioco, sì, ma molto serio: tanto più se lo si interpreta come un «supremo esercizio di conoscenza». L’espressione la usa Emanuele Trevi nella prefazione a Storia prima felice, poi dolentissima e funesta, il memoir familiare di Citati riedito da La Vita Felice insieme ad altri titoli fuori catalogo come La malattia dell’infinito e Elogio del pomodoro, dove affiora la parte dell’elzevirista-polemista. Sempre ispiratissimo, graffiante, e con l’aria di chi vive un po’ fuori tempo. O, come avrebbe detto lui, in un tempo senza tempo: nel mondo “di là”, un mondo «fuori dal nostro, dove vive l’età dell’oro».
Il libro – La follia degli antichi di Pietro Citati (Gramma Felltrinelli, pagg. 208
euro 18)