Montesquieu. È la legge lo spirito della libertà
di Ezio Mauro«Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche e quello di giudicare i delitti». Nell’epoca in cui tutto torna in revoca, compresa la regola fondamentale della convivenza democratica, rileggere Montesquieu significa liberarlo dalla gloria inerte scolpita nel marmo dei busti e custodita nella quiete ombrosa delle biblioteche, dove Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu abita l’immortalità dei classici senza nemici e senza bisogno di difensori, dunque «senza nessun litigio con la posterità».
Proprio perché non è più così automatico e naturale conformarci a quello spirito del diritto che Montesquieu ha coltivato per tutta la vita, è il momento di fare i conti con i debiti che abbiamo nei suoi confronti: il potere si è dislocato seguendo la sua linea di separazione, la misura delle pene è proporzionata al peso de…
«Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche e quello di giudicare i delitti». Nell’epoca in cui tutto torna in revoca, compresa la regola fondamentale della convivenza democratica, rileggere Montesquieu significa liberarlo dalla gloria inerte scolpita nel marmo dei busti e custodita nella quiete ombrosa delle biblioteche, dove Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu abita l’immortalità dei classici senza nemici e senza bisogno di difensori, dunque «senza nessun litigio con la posterità».
Proprio perché non è più così automatico e naturale conformarci a quello spirito del diritto che Montesquieu ha coltivato per tutta la vita, è il momento di fare i conti con i debiti che abbiamo nei suoi confronti: il potere si è dislocato seguendo la sua linea di separazione, la misura delle pene è proporzionata al peso dei delitti, il liberalismo economico si è addirittura tradotto nella globalizzazione, i costituenti americani hanno preso da lui il principio federalista, la Restaurazione l’idea dei corpi intermedi, Babeuf la suggestione di uno Stato che deve garantire a tutti i cittadini «vitto, vesti decorose e un genere di vita non pregiudizievole per la salute». Ciascuno ha attinto dai suoi studi ciò che gli era utile, come fossero un patrimonio comune e una risorsa pubblica, lasciando senza risposta una domanda: a chi appartiene oggi Montesquieu?
L’occasione per trovare una risposta, particolarissima, è la pubblicazione da parte di Einaudi di un libro di Jean Starobinski (Montesquieu. Il coraggio della moderazione) scritto quando l’autore aveva 26 anni, pubblicato a 33 nel 1953, completamente rivisto nel ’93-94, a 77 anni. C’è in questa ossessione permanente tutta la passione ostinata del filosofo delle idee, che nell’ultima rielaborazione fa più di mille correzioni al suo lavoro, aggiunte, cancellature, riscritture: ma c’è soprattutto, e con un’evidenza vivida, quasi fisica, tutta l’azione della storia che modifica gli esiti mentre si compie, cambia la fase, conclude un’esperienza, autorizza una speranza, chiede alle idee di non chiudersi nel dogma ma di tararsi sulla nuova realtà in movimento. Il ricorso a Montesquieu negli anni immediatamente successivi alla guerra cerca nel diritto l’organizzazione delle istituzioni; l’approfondimento dei suoi studi nella stagione della Guerra fredda indaga il rapporto tra sicurezza e libertà; la rilettura dei suoi saggi dopo la caduta del Muro può completare la raffigurazione dell’uomo-cittadino.
Oggi la modernità di Montesquieu, filtrata attraverso la passione indagatrice di Starobinski, è nell’averci reso evidente il rapporto tra felicità personale e libertà politica. La libertà ha bisogno di organizzazione, e attraverso questo disegno l’uomo può prendere in mano il suo destino. La legge è appunto organizzazione, è la vera volontà generale. Ed è l’unico strumento che può far durare uno Stato libero: dunque è nel rapporto tra la forza e la legge che si gioca nella società «l’azzardo della libertà e della felicità». Solo la legge ci libera, e siamo liberi ovunque ci siano delle istituzioni. Anche perché è ben chiaro che la libertà consiste nella sicurezza, e non significa «fare ciò che si vuole», in quanto la libertà è «il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono». Come dice Martin Rueff nella nota introduttiva, Starobinski ha fatto di Montesquieu «un teorico della libertà», che testimonia fin qui, fino a oggi, non l’entusiasmo dei Lumi, ma la loro inquietudine. In questo senso anche la moderazione non è per nulla «la virtù dei tiepidi», ma piuttosto la capacità di prendere le misure alle cose, cioè la valutazione, la ponderazione dei fenomeni che ci investono.
Starobinski ci spiega che «la libertà è un’impresa umana, e bisogna volerla per conquistarla». Qui sta la sua precarietà, perché comporta ogni volta uno sforzo positivo di volontà. E qui nasce anche la tentazione di rinunciare, cadendo nella servitù. Per questo Montesquieu invita il cittadino a farsi consapevole, attento, vigile: «La servitù comincia sempre col sonno». La liberazione quindi è prima di tutto un atto dell’intelligenza, perché conoscere significa liberarsi di ciò che impedisce di sapere e di capire, «azzerare pregiudizi, certezze tradizionali, reputazioni, strappare le maschere, coprire di ridicolo i fanatismi e le superstizioni». Ecco perché la ragione ha un diritto di sguardo su tutto, e la sua competenza è universale. Il secolo di Montesquieu è libertino, volubile, curioso, attirato dal nuovo, convinto che libertà e felicità siano nel movimento, senza frenesia e senza apatia, ma con uno scopo: che non è il progetto di diventare felici, in quanto la soddisfazione e il piacere si troveranno soltanto a cose fatte, mentre svaniscono «se li bracchiamo come prede».
La vera felicità «è l’insperato che si dona come ricompensa, perché ci siamo impegnati dimenticando noi stessi». E l’atto fondamentale dell’agire umano, di conseguenza, è quello di conoscere, concatenare le cause, usare l’universalità della ragione. È l’atto dello sguardo consapevole, conquista intellettuale, ma anche gesto materiale per Montesquieu, che quando visita una città sale sempre sul campanile o sulla torre più alta, per avere una visione d’insieme, connettere per capire, unire il particolare all’universale. «Non si finisce mai di vedere», ripeteva Montesquieu nel suo viaggio a Roma.
È la fiducia nella capacità dell’uomo di leggere il reale, di comprenderlo per padroneggiarlo. L’uomo come misura: per fare grandi cose «non bisogna stare al di sopra degli uomini, ma bisogna stare con loro». La grazia non è necessaria, la condizione umana spiega e risolve ogni cosa con la natura e la ragione, e addirittura il cuore non è richiesto, basta l’ingegno, frutto dello spirito, così come la storia si può spiegare senza mai ricorrere alla provvidenza come criterio d’interpretazione.
Come ciascun corpo genera la sua malattia, ciascun governo può corrompersi a modo suo: «La monarchia degenera di solito nel dispotismo di uno solo, l’aristocrazia nel dispotismo di più persone, la democrazia nel dispotismo del popolo». Per questo la libertà deve vigilare se stessa, e per farlo «ha bisogno di separazioni, di interposizioni e di intermediari, di poteri molteplici e concorrenti».
E alla libertà serve anche lo spirito del cittadino «capace di esercitare con piacere e con zelo quella sorta di magistratura che nel corpo politico è affidata a ciascuno di noi». Dobbiamo esserne consapevoli, e tenerci pronti: il miglior modo suggerito da Montesquieu è «rimanere insoddisfatti, e non smettere di voler capire».
Il libro
Montesquieu, “Il coraggio della moderazionedi Jean Starobinski”, Einaudi. Traduzione M. Marchetti, pagg. 218, euro 22