Quando Pasolini andò alla conquista della sua America
di Filippo La PortaPasolini “scopre” l’America nel 1966, invitato da un festival cinematografico, poi a New York tornerà in un secondo viaggio, nel 1969 (su “Pasolini e l’America” si è tenuto un convegno internazionale a Casarsa del Friuli, dove è in corso una mostra fino al 4 maggio). Di quel suo viaggio testimonia una intervista che gli fa Oriana Fallaci. A lei dirà subito: «Vorrei avere diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù». Appare letteralmente incantato da New York, «città magica, travolgente, bellissima». Qualche anno prima anche Calvino era andato a New York innamorandosene: dirà che sulla tomba dovranno scrivere “newyorchese”. Vi sembra così scontato che due intellettuali imbevuti di umanesimo, fortemente critici verso la società dei consumi, una volta sbarcati nel Nuovo Mondo dichiarino entrambi che vorrebbero essere “americani”?
Nell’intervista, Pasolini racconta di una manifestazione cui ha assistito, un corteo pro guerra in Vietnam — con scritte come “Ammazzateli tutti quei rossi”…
Pasolini “scopre” l’America nel 1966, invitato da un festival cinematografico, poi a New York tornerà in un secondo viaggio, nel 1969 (su “Pasolini e l’America” si è tenuto un convegno internazionale a Casarsa del Friuli, dove è in corso una mostra fino al 4 maggio). Di quel suo viaggio testimonia una intervista che gli fa Oriana Fallaci. A lei dirà subito: «Vorrei avere diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù». Appare letteralmente incantato da New York, «città magica, travolgente, bellissima». Qualche anno prima anche Calvino era andato a New York innamorandosene: dirà che sulla tomba dovranno scrivere “newyorchese”. Vi sembra così scontato che due intellettuali imbevuti di umanesimo, fortemente critici verso la società dei consumi, una volta sbarcati nel Nuovo Mondo dichiarino entrambi che vorrebbero essere “americani”?
Nell’intervista, Pasolini racconta di una manifestazione cui ha assistito, un corteo pro guerra in Vietnam — con scritte come “Ammazzateli tutti quei rossi” — ai bordi del quale un gruppetto di giovani si è messo a cantare canzoni di protesta contro il conflitto. La gente del corteo continua a sfilare, «non una rissa, non un insulto, non un gesto di ostilità… questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò mai finché vivo». È certo beffardo che nell’arco del Novecento la realtà che più somiglia all’utopia marxista, al “sogno di una cosa”, non la troviamo nei paesi dispotici del socialismo reale, ma in alcuni spazi “protetti” di libertà, di comunità, di immaginazione creativa entro il capitalismo avanzato (e la democrazia borghese). Lo spirito autentico del ’68, di quella vertiginosa rivolta giovanile che infiammò l’intero pianeta è custodito non nei proclami delle Guardie Rosse cinesi, ma nei testi di Bob Dylan!
Un tema che ritorna sempre è quello dell’autenticità e della sincerità, soprattutto dei giovani. Ma per Pasolini l’autenticità degli americani è una evidenza prima, intuitiva, e coincide con l’anticonformismo. Una persona tanto più è autentica quanto è più libera da schemi e cliché. Pasolini, sensibile al linguaggio, non sopporta della protesta marxista in Italia proprio il linguaggio, ridotto a un formulario precostituito.
Certo, l’America attuale di Trump sembra una radicale smentita a tutto ciò. Però Trump per vincere ha dovuto fingere una assoluta, disarmata sincerità, pur dicendo un sacco di bugie. E poi: Pasolini parla dell’“altra America”, ha in mente uno spirito democratico pervasivo, profondo, oltre la contingenza storica, lo stesso che abbagliò Tocqueville.
Dirà Pasolini alla fine dell’intervista: «Quanto mi dispiace partire, mi sento derubato». Perché “derubato”? È come se partendo da lì e tornando in Italia dovesse rinunciare a una parte di sé. Ma come, uno che dice di essere una “forza del passato”, ritrova se stesso proprio nel Paese senza passato? Cosa gli è successo in quegli undici giorni a New York, in quella temeraria anabasi nel ghetto di Harlem? In Io sono una forza del passato (1964) scrive alla fine di cercare «fratelli che non sono più».
Oltreoceano scopre però un sentimento vero di fratellanza. L’America non solo gli permette di entrare in contatto con la propria parte più vitale, ma riattiva una memoria del passato più lontano. Basterebbe questo a liquidare l’immagine del tutto fuorviante di un Pasolini nostalgico del passato. Riteneva come Benjamin, e contro ogni tradizionalismo, che nel presente si gioca tutto, anche la possibilità di riattualizzare la verità nascosta del passato e diffidava della virtù teologale della “speranza”, alienata nel futuro. No, Pasolini intende cercare nuovi linguaggi e nuove identità, entro il nostro presente, «ben saldato alla nostra epoca», come scrive.