Intensa, penetrante, fiera. La prima immagine che si ha di Frida Kahlo è quella di una forza straordinaria in un corpo straordinariamente sofferente. Un corpo che l’artista ha mostrato, rappresentato, ritratto, trasformato in opera. E che, di volta in volta, è diventato un’interpretazione differente di sé stessa e della sua libertà.
Immortalata dai più grandi fotografi del Novecento, Kahlo non è solo una delle artiste più celebri della storia, ma anche un’icona del femminismo. Attraverso i suoi ritratti, è diventata simbolo di autonomia e resilienza, sfidando le avversità della vita e le imposizioni sociali. Forse perché ha osato esibire il proprio corpo malato in un’epoca in cui alle donne era imposto di soffrire in silenzio. Forse perché ha rifiutato l’idea che il dolore restasse confinato nel privato, trasformandolo in simbolo. Lo racconta Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray (a cura di Vittoria Mainoldi, al Museo della Fanteria di Roma fino al 20 luglio), con le immagi…
Intensa, penetrante, fiera. La prima immagine che si ha di Frida Kahlo è quella di una forza straordinaria in un corpo straordinariamente sofferente. Un corpo che l’artista ha mostrato, rappresentato, ritratto, trasformato in opera. E che, di volta in volta, è diventato un’interpretazione differente di sé stessa e della sua libertà.
Immortalata dai più grandi fotografi del Novecento, Kahlo non è solo una delle artiste più celebri della storia, ma anche un’icona del femminismo. Attraverso i suoi ritratti, è diventata simbolo di autonomia e resilienza, sfidando le avversità della vita e le imposizioni sociali. Forse perché ha osato esibire il proprio corpo malato in un’epoca in cui alle donne era imposto di soffrire in silenzio. Forse perché ha rifiutato l’idea che il dolore restasse confinato nel privato, trasformandolo in simbolo. Lo racconta Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray (a cura di Vittoria Mainoldi, al Museo della Fanteria di Roma fino al 20 luglio), con le immagini provenienti dall’archivio del fotografo ungherese naturalizzato americano.
In ogni scatto, illuminata dai colori sgargianti degli abiti tradizionali messicani – blu cielo e rosa shocking, giallo oro e verde prato – Frida è protagonista assoluta della scena. I capelli neri intrecciati, le sopracciglia unite, le gonne ricamate, i copricapo floreali ispirati all’arte precolombiana, i lunghi orecchini e i bracciali d’argento: ogni dettaglio contribuisce a creare attorno a lei un’aura di mistero e di potere. Ogni elemento sembra studiato per attirare l’attenzione e suscitare l’emozione; tutto tranne il suo sguardo: spesso di lato, oppure di traverso, oppure frontale ma enigmatico. Come se Kahlo non smettesse mai di affermare: «Io sono il mio corpo». E al tempo stesso: «Io sono altro».
I suoi vestiti, i colori, gli accessori sono parte della stessa costruzione simbolica che emerge nei suoi dipinti. Eppure, dietro ogni ornamento, dietro ogni posa studiata, il corpo reale non smette mai di esistere. Quel corpo che soffre e si ribella. Quel corpo che cerca di sfuggire a sé stesso ma che, inevitabilmente, si impone. Esattamente come accade nel suo autoritratto più celebre, Le due Frida, in cui accanto alla Frida vestita all’europea – fragile e con il cuore aperto – c’è la Frida in abiti tradizionali, radicata nella proprie origini. Come le sue fotografie, anche l’arte è un’estensione di sé stessa. Una presenza magnetica, un’icona che trascende la sua stessa opera, pur essendo quest’ultima un’emanazione diretta della sua biografia, del suo corpo. Fiera nonostante la vita l’abbia più volte piegata. Penetrante, anche quando il dolore, che si indovina nei suoi occhi, la irrigidisce davanti all’obiettivo. Intensa, come le passioni che l’hanno travolta.
C’è tutto un gioco di chiaroscuro tra l’essere e l’apparire nelle fotografie che la ritraggono. Così come tra le pose che sceglie e la realtà del suo corpo: una sigaretta distratta tra le mani, e al contempo la staticità di chi non può più muoversi liberamente, piegarsi o saltare come prima dell’incidente. Un dialogo tra sé e sé, tra ciò che il corpo nasconde e ciò che urla. Perché si è il proprio corpo, ma si è anche altro rispetto alla mera corporeità. Come scriveva il filosofo Maurice Merleau-Ponty: «L’esperienza del corpo ci rivela un modo di esistenza ambigua». E proprio quando ci si illude che un soggetto si sia liberato dell’oggetto, il corpo ricorda che non è solo un’idea o un concetto astratto, ma sempre e soprattutto un’esperienza. Quell’esperienza che Frida attraversa e ci restituisce, tramite la rappresentazione di un corpo che si allontana da sé stesso e si trasforma in icona. In ogni fotografia, Kahlo prende le distanze dal corpo che la inchioda alla realtà, ma al tempo stesso vive nella frattura identitaria che quel corpo le rinvia.
Come se ogni suo ritratto fosse un’estensione della sua arte, quadri in cui l’artista ha saputo interpretare sé stessa. Eppure, il corpo c’è. E non trova pace. Vestigia di un vissuto da cui l’artista tenta di allontanarsi. Perché dal corpo non si può fuggire – e quando soffre, si impone, diventando l’unico oggetto della nostra attenzione (ce ne sentiamo estranei, ma non possiamo liberarcene).
«Quando siamo ammalati», scrive Proust nella Recherche, «noi ci rendiamo conto che non viviamo soli, ma incatenati a un essere d’una specie differente, da cui ci separa un abisso, che non ci conosce e dal quale ci è impossibile farci comprendere: il nostro corpo».
Un caos interiore che Frida Kahlo riesce a tenere sotto controllo davanti all’obiettivo, esattamente come quando dipingeva e, pur portando dentro abissi di dolore, apriva orizzonti di senso e di speranza. La carne ferita, i busti di gesso, le cicatrici non sono mai solo elementi biografici, ma simboli universali di sofferenza, resistenza e trasformazione. Così accade nelle sue fotografie, che ci spingono a riflettere sul corpo, in un confronto serrato con i suoi limiti e le sue fratture; mentre lei è avvolta in una moltitudine di colori, che distolgono l’attenzione dai suoi occhi a tratti annuvolati.
La mostra
Da domani al 20 luglio il Museo Storico della Fanteria di Roma ospita Frida Kahlo through the lens of Nickolas Muray: un percorso con circa 50 fotografie in bianco e nero e a colori, datate tra il 1937 e il 1946, che il reporter ungherese scattò alla pittrice. Sono esposti anche oggetti, abiti e gioielli che raccontano come Kahlo costruì la sua immagine