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Rubens e il sogno dipinto di Europa tra pace e guerra

Credit: agsaz / Alamy Stock Photo 

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Straordinario artista e astuto diplomatico, il grande fiammingo con i suoi quadri suggerì ai leader del tempo il futuro del continente
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In questi giorni i leader europei discutono molto di nuove strategie di difesa, bilanci militari, sicurezza comune. Ma l’Europa non è solo questo. La sua identità si è costruita anche attraverso l’arte, la letteratura, la cultura. Sono state loro, spesso, a tenerla unita quando la politica la divideva. Non è un caso che Peter Paul Rubens, uno dei più straordinari pittori del Seicento, sia stato anche un grande uomo di pace. Fiammingo di nascita, suddito della corona spagnola, visse in un’epoca di guerre incessanti tra le potenze europee. Ma oltre ai pennelli, sapeva far uso della diplomazia. Trattava, negoziava, cercava accordi. Nel 1629, Filippo IV di Spagna lo inviò a Londra per convincere Carlo I d’Inghilterra a fermare le ostilità tra i due paesi, in guerra da cinque anni. E nella sua missione diplomatica Rubens non portò solo parole, ma un dipinto: Minerva protegge la Pace da Marte, oggi alla National Gallery di Londra.

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In questi giorni i leader europei discutono molto di nuove strategie di difesa, bilanci militari, sicurezza comune. Ma l’Europa non è solo questo. La sua identità si è costruita anche attraverso l’arte, la letteratura, la cultura. Sono state loro, spesso, a tenerla unita quando la politica la divideva. Non è un caso che Peter Paul Rubens, uno dei più straordinari pittori del Seicento, sia stato anche un grande uomo di pace. Fiammingo di nascita, suddito della corona spagnola, visse in un’epoca di guerre incessanti tra le potenze europee. Ma oltre ai pennelli, sapeva far uso della diplomazia. Trattava, negoziava, cercava accordi. Nel 1629, Filippo IV di Spagna lo inviò a Londra per convincere Carlo I d’Inghilterra a fermare le ostilità tra i due paesi, in guerra da cinque anni. E nella sua missione diplomatica Rubens non portò solo parole, ma un dipinto: Minerva protegge la Pace da Marte, oggi alla National Gallery di Londra.

Rubens e la sua idea di Europa

Un’opera che, ancora oggi, sembra voler suggerire qualcosa a chi discute di conflitti e strategie militari. Al centro della tela, la Pace, incarnata dalla dea Cerere, nutre l’umanità insieme a Bacco, dio della fertilità. Frutti, oggetti preziosi e strumenti musicali evocano prosperità e creatività, rese possibili dall’intervento di Minerva, la dea della saggezza che, sullo sfondo, respinge Marte e la Furia che lo accompagna. Il messaggio è chiaro: senza guerra, fioriscono benessere e cultura. Ma c’è un dettaglio curioso! Tra le figure mitologiche, spuntano due bambine in abiti seicenteschi. Cosa ci fanno lì? Sono le figlie di un diplomatico inglese coinvolto nei negoziati. Una trovata per rendere il quadro ancora più eloquente. “La pace non è un concetto astratto”, sembra dirci il pittore, “ma ha volti e conseguenze reali”. Sono sempre le giovani generazioni a pagare il prezzo dei conflitti.E se la pace non arriva? Se la guerra prende il sopravvento?

Rubens ce lo mostra pochi anni dopo con Le conseguenze della guerra, una tela – oggi alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze – dipinta nel pieno della Guerra dei Trent’anni. Qui Marte non si arresta. Venere prova a trattenerlo, ma lui avanza inarrestabile, spinto da una Furia che reca solo distruzione. Guardate cosa calpesta: la Musica (la donna col liuto), l’Architettura (l’uomo col compasso), la Carità (la madre col bambino). L’arte, la cultura, la solidarietà sono travolte dalla violenza. E poi c’è lei, la figura più inquietante: una donna in nero, le braccia alzate in un gesto disperato. Sapete chi è? L’allegoria… dell’Europa! Un continente lacerato dalla guerra, incapace di sottrarsi a una nuova corsa alle armi. Ironia della sorte, il nome Europa nasce proprio da un rapimento.

Secondo il mito, Europa era infatti una principessa fenicia che giocava sulla spiaggia quando Zeus, folgorato dalla sua bellezza, le si avvicinò sotto mentite spoglie: quelle di un mansueto toro bianco. Lei, incuriosita, finì per accarezzarlo e poi salirgli in groppa. A quel punto, non c’era più scampo: l’animale si gettò in mare e la portò a Creta. Per farsi perdonare – o forse per suggellare la conquista – Zeus le fece allora un dono: diede il suo nome alle terre su cui erano sbarcati. Un ratto inciso nella geografia. Secoli dopo, Rubens dipinge un’Europa diversa, ma con lo stesso destino: trascinata altrove, senza controllo sul proprio futuro. Ai suoi piedi, un caduceo. Il simbolo della pace, ormai abbandonata. I simboli funzionano solo se chi li utilizza ne conosce il significato. Come Rubens: nelle sue tele, ogni dettaglio parla a chi sa interpretarlo. E come anche il Consiglio d’Europa quando, tre secoli dopo, intuì che al continente non bastava un semplice vessillo. Serviva un’immagine forte in cui gli europei potessero riconoscersi, una bandiera che raccontasse ambizioni, sogni, ideali comuni. Così, nel 1950, a un anno dalla sua nascita, istituì un comitato per sceglierne una. Le proposte fioccarono: oltre 150, alcune davvero sorprendenti. Il Movimento Federalista Europeo suggerì una grande “E” verde su sfondo bianco, un logo più che una bandiera. Lo scrittore e diplomatico spagnolo Salvador de Madariaga fu molto più poetico: un cielo blu punteggiato di stelle, disposte in base alla posizione delle capitali europee, con una stella più grande sopra Strasburgo.

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Qualcuno propose persino una croce svizzera su sfondo multicolore, ispirata agli stemmi medievali. Alla fine, la spuntò Arsène Heitz, un bozzettista dell’Ufficio Postale del Consiglio d’Europa. La sua idea? Dodici stelle dorate su fondo blu, disposte in cerchio come le ore di un orologio. Perfetto equilibrio visivo, simbolo di unità. Ma perché dodici? No, non c’entrano i paesi fondatori (erano solo sei) e nemmeno quelli che adottarono la bandiera nel 1955 (erano quattordici). Dodici è un numero che funziona: i segni zodiacali, gli apostoli, i mesi dell’anno, le fatiche di Ercole, i cavalieri della Tavola Rotonda. È armonico, riconoscibile, definitivo.Se Rubens aveva dipinto un’Europa inginocchiata davanti alla guerra, la bandiera nata nel secondo dopoguerra voleva rappresentare l’opposto: un continente che punta all’armonia, alla cooperazione, alla costruzione di qualcosa di stabile. Non sarà certo l’arte a salvare l’Europa. Ma può ricordarle da dove viene. E spesso, è proprio la memoria del passato a suggerire la strada da percorrere verso il futuro.

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