Michele Serra: “Scommessa vinta oltre ogni aspettativa, non perdiamoci di vista”
di Concetto VecchioUn momento a Piazza del Popolo durante la manifestazione ‘Una piazza per l’Europa’
(ansa)«Una bella piazza, no?». Michele Serra alle sette di sera è uno straccio di felicità. «Sono contento. È andata oltre le aspettative», risponde nel retropalco, assediato dai sindaci col tricolore che gli chiedono selfie e strette di mano. «Quando all’inizio avevo sentito dire: noi veniamo solo se ci sono le bandiere della pace, noi solo se ci sono quelle dell’Ucraina, noi solo se ci sono quelle della Georgia, ho pensato oh mamma, speriamo bene. Invece convivono felicemente...». E infatti si affaccia su piazza del Popolo e dice: «Siamo stati in 50 mila». E Claudio Bisio, che lo ha affiancato, ripete la stessa frase usata da Serra nel suo primo intervento: «Non perdiamoci di vista».
Il giornalista Michele Serra: il 28 febbraio ha lanciato dalle pagine di Repubblica la sua chiamata per l’Europa
Che giornata! Tutto quel blu e quell’arcobaleno che si stende davanti al palco, caldo c…
«Una bella piazza, no?». Michele Serra alle sette di sera è uno straccio di felicità. «Sono contento. È andata oltre le aspettative», risponde nel retropalco, assediato dai sindaci col tricolore che gli chiedono selfie e strette di mano. «Quando all’inizio avevo sentito dire: noi veniamo solo se ci sono le bandiere della pace, noi solo se ci sono quelle dell’Ucraina, noi solo se ci sono quelle della Georgia, ho pensato oh mamma, speriamo bene. Invece convivono felicemente...». E infatti si affaccia su piazza del Popolo e dice: «Siamo stati in 50 mila». E Claudio Bisio, che lo ha affiancato, ripete la stessa frase usata da Serra nel suo primo intervento: «Non perdiamoci di vista».
Il giornalista Michele Serra: il 28 febbraio ha lanciato dalle pagine di Repubblica la sua chiamata per l’Europa
Che giornata! Tutto quel blu e quell’arcobaleno che si stende davanti al palco, caldo come un dono inaspettato, ci concilia, per qualche ora, con la forza della democrazia, e anche con le ragioni del giornalismo. Perché tutto è nato da un articolo di Serra che il direttore di questo giornale ha pubblicato con evidenza in prima pagina lo scorso 28 febbraio col titolo: “Una piazza per l’Europa”. Una folla da stadio ieri si è riconosciuta in quell’appello, nel valore delle parole.
Come lo spieghi, Michele?
«Ma sai la paura è una bella benzina. E quando hai paura ti dai una bella mossa. Un sacco di persone cominciano a capire che la democrazia non sta messa molto bene; Romano Prodi ha definito l’Europa una noce in mezzo allo schiaccianoci: Putin da una parte, Trump dall’altra. Ecco, oggi mi sembra che noi ci siamo dati una bella mossa».
«Pace, pace», grida la gente, la piazza già piena a mezz’ora dall’inizio. Metro affollate. Risuonano i dialetti da tutta Italia. Terrà il tempo? Si entra a fatica. Canti, balli. Ma l’ovazione più grande è quando compare lui, Michele. Dice: «In giro c’è tanta gente che comincia a pensare quanto è brutta, rozza, l’autocrazia».
Quando a sera fa il bilancio ragiona così: «La scommessa da vincere consisteva nel provare a dare risposta a questa domanda: esiste una pubblica opinione europea, europeista e democratica, in grado di offrire un segnale?
La difficoltà era come rendere semplice una cosa complicata, perché la democrazia è complicata. La sinistra non fa che dire sempre che la situazione è complessa, no? Per fortuna questa piazza ha semplificato la complessità. Ci sono nella marea diverse identità politiche, ma la democrazia unisce tutti e il sogno è che l’Europa possa essere il contenitore giusto, perché antinazionalista, forse si può inseguire».
Michele Serra ha 70 anni. Conosce l’Italia nel profondo. Questo tempo gli sembra più drammatico di altre stagioni? «Beh, quella del terrorismo e delle stragi fasciste la ricordo con angoscia, ma allora si sapeva che prima o poi sarebbe finita, che i terroristi non potevano vincere. Ma qui è il mondo che inizia a basculare in maniera impressionante...».
Cosa l’ha colpito, stando tutte quelle ore sul palco? «L’attenzione della gente. È una piazza che ha saputo ascoltare. Anche quando i discorsi si facevano più complessi. Evidentemente esprimeva un bisogno». Chissà se c’era anche qualche elettore di destra, in quell’oceano. «Io ho ricevuto qualche mail di elettori dichiaratisi di destra, ma di destra liberale, aggiungevano tutti, a distinguersi da quell’altra destra che oggi è per i nazionalismi. E quelli, mi chiedo, perché avrebbero dovuto essere in piazza? Gli applausi più forti infatti li ho sentiti quando si parlava di federare, di unire, andare sopra i governi nazionali. È stata una piazza federalista, transnazionale».
È certo che da oggi ricominceranno le divisioni, i distinguo, le liti. Quella parola “riarmo” era inevitabile? «No, è proprio sbagliata. Si poteva adottare l’espressione “Protect Europe”, no? Ma il merito lo è ancora di più: gli stati nazionali europei spendono complessivamente all’anno più di 250 miliardi, più della spesa militare cinese e russa. E adesso che se ne ipotizzano 800 di miliardi la gente giustamente si chiede: scusate, ma questi soldi non sono forse stati spesi a cavolo? Invece si poteva dire: c’è un progetto di difesa europea, ci stringiamo nei nostri valori, vediamo cosa possiamo fare. L’annuncio così dà fastidio all’opinione pubblica».
A chi eccepisce, cosa dici? «Uniamoci sui valori e discutiamo sul da farsi». Serra torna sul palco a conclusione della manifestazione. Le 18,45. La bellezza primaverile è svanita da un pezzo. Fa freddo. «Il sindaco mi autorizza a dire che tra Piazza del Popolo e il Pincio eravamo 50 mila veri, che è un numero enorme. È stata una manifestazione di pace e democrazia. Grazie a ciascuno di voi, uno per uno. Siamo cittadini europei».
E Claudio Bisio, che lo ha affiancato sul palco della manifestazione per l’Europa ha ripetuto in chiusura: «Non perdiamoci di vista».
L’aveva già detto Nanni Moretti nel 2002 dal palco di Piazza San Giovanni a Roma. «Sai cosa ho capito di questa esperienza? Riscoprire quanto è importante la democrazia». «Daje Michele», gli urla un sindaco.