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Lucio Villari ci ha insegnato che la storia appartiene a tutti

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Divulgatore, in televisione come attraverso i suoi manuali, lo studioso è morto a 91 anni. La sua passione era maturata leggendo i pensatori del Settecento. Eugenio Scalfari lo chiamò a scrivere sul nostro giornale
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“A che serve la storia?” si chiedeva Marc Bloch in quel capolavoro che ha rivoluzionato la riflessione critica sul passato e il nostro rapporto col presente. E forse a qualcuno potrà apparire bizzarro, ma credo che il modo migliore per ricordare Lucio Villari, morto domenica a 91 anni, sia proprio partire da qui: nel dire che la storia non è affatto una materia noiosa, fatta solo di date e battaglie, di nomi di papi o re, da imparare a memoria (men che meno l’esaltazione ideologica dei popoli italici o dell’Occidente), ma un meraviglioso viaggio nelle vite di milioni di donne e uomini che hanno abitato il tempo prima di noi.

Non è un caso che dal nostro primo incontro nei corridoi della Rai a via Teulada, mi fossi trovata tanto a mio agio nel discutere con un pro…

“A che serve la storia?” si chiedeva Marc Bloch in quel capolavoro che ha rivoluzionato la riflessione critica sul passato e il nostro rapporto col presente. E forse a qualcuno potrà apparire bizzarro, ma credo che il modo migliore per ricordare Lucio Villari, morto domenica a 91 anni, sia proprio partire da qui: nel dire che la storia non è affatto una materia noiosa, fatta solo di date e battaglie, di nomi di papi o re, da imparare a memoria (men che meno l’esaltazione ideologica dei popoli italici o dell’Occidente), ma un meraviglioso viaggio nelle vite di milioni di donne e uomini che hanno abitato il tempo prima di noi.

Non è un caso che dal nostro primo incontro nei corridoi della Rai a via Teulada, mi fossi trovata tanto a mio agio nel discutere con un professore, deciso a trasformare una trasmissione televisiva in una capsula del tempo, uno scrigno capace di svelare al grande pubblico i documenti del “mestiere di storico”, regalando a tutti lo stupore di racconti e storie appassionanti.

(agf)

Il tempo e la storia lo aveva chiamato nel comitato scientifico, ma in barba ai vecchi soloni del mestiere (che seppelliva sotto battute colme di acuta ironia), il professore aveva immaginato una rubrica, ribattezzata Il romanzo della Storia. Uno spazio con i grandi classici della letteratura a fare da protagonisti per guardare al passato con occhi nuovi, anche per scardinare miti, smontare le mistificazioni, presidiare con sguardo attento i tanti (troppi) tentativi di riscrittura del passato, che da sempre tentano di rileggere a posteriori le pagine più scomode della nostra storia. Villari era davvero “l’orco delle favole”, con uno straordinario fiuto per la “carne e il sangue” dei nostri antenati, pronto a seguirne le tracce, per afferrarne la vita in ogni aspetto. La sua passione per il Settecento era esplosa osservando le idee dei giovani intellettuali milanesi riuniti intorno a Pietro Verri e alla redazione del Caffè, per poi approdare agli illuministi napoletani e toscani, innovatori e riformatori di governi, decisi a scontrarsi con le censure religiose in maniera anche radicale (se necessario). Era stata l’Italia Dei delitti e delle pene (libretto pubblicato anonimo nel 1764) a infiammare i cuori dei patrioti risorgimentali, seguaci dell’idea mazziniana di patria, che da una nuova idea di umanità fondata sulla giustizia, e la fine di tutte diseguaglianze sociali, avevano tratto linfa vitale per la loro guerra giusta. “Battiti anche contro la tua patria, se questa opprime altre patrie”: l’Italia Bella e perduta (titolo di un suo fortunatissimo studio) si era risvegliata così, dal suo dolente torpore secolare, pronta a riscattare la sua libertà.

14/01/1986 Roma, festa per i 10 anni del quotidiano La Repubblica, da sinistra i giornalisti della sezione cultura Enzo Golino, Beniamino Placido, Rosellina Balbi e lo storico Lucio Villari 

Una nazione divenuta patria, con donne e uomini pronti a mettere fine al potere temporale della chiesa per andare incontro all’Europa del costituzionalismo liberale, dei diritti dell’uomo e del cittadino. Una scelta drammatica, non scontata, che Lucio Villari (con suo fratello Rosario) aveva saputo tramandare a generazioni di studenti grazie a un corso di storia per le scuole medie inferiori, non a caso intitolato La società nella storia. Il ruolo sociale educativo dello storico che deve uscire dalla torre d’avorio dell’accademia e smetterla di parlare solo agli eruditi del proprio livello. È per questa sua passione di divulgatore e di instancabile organizzatore di cultura, che il direttore Eugenio Scalfari lo aveva chiamato a Repubblica per scrivere sulle pagine culturali, convinto che anche gli storici avessero il dovere di intervenire e prendere voce nel dibattito politico.

Troppi i silenzi degli storici sull’aggressione di Putin all’Ucraina, debole la loro voce in un mondo che esalta ancora la guerra, con tanti intellettuali ancora infatuati dalla retorica bellicista del Novecento. L’America amara nei suoi miti a stelle e strisce, la nazione invincibile con il presidente eletto da Dio per esportare la politica di potenza.

Villari ha osservato il nostro tempo fino alla fine per dire che bisogna guardare e ascoltare, con grande attenzione, l’immaginario e il senso comune delle società, a partire dalla televisione, straordinario costruttore di memoria pubblica. Per lui, il racconto televisivo era anche una fonte ingiustamente sottovalutata (se non ignorata) da storici un po’ troppo animati da pregiudizi e dalla presunzione dei poteri. Chiudersi nella polvere di un archivio, senza guardare al mondo com’è o come i nostri padri o i nostri nonni lo pensavano, senza osservare i mutamenti nella mentalità e nel costume raccontati dalla televisione, era per lui un grave errore.

(ansa)

Un abbaglio, se è vero che per rimettere insieme i pezzi di un puzzle chiamato passato, lo storico deve osservare qualsiasi traccia lasciata dall’uomo, che siano carte istituzionali, oppure fotografie o anche lettere o i filmati: deve insomma entrare dentro lo spirito di un’epoca, dentro tutto ciò che ha rappresentato nel passato la cultura della gente. Che sia scardinare uno schema mentale quando ci si mette sulle tracce di documenti e fonti d’archivio, per poi scoprire che stiamo andando dalla parte opposta e che quella è la strada giusta da seguire; oppure salire sul palco di un festival, scrivere sulle pagine di un quotidiano, raccontare il passato alla radio e alla televisione,

Lucio Villari ci ha insegnato che la storia è davvero patrimonio di tutti (non solo degli addetti ai lavori) e che abbandonare il registro del moralismo e delle critiche ideologiche è un obbligo morale. E pare quasi di vederlo ancora sulla Terrazza di Ettore Scola a parlare di cultura e di speranze future, con il piglio ironico di un romano d’adozione, innamorato del piacere della dolce vita. La stessa che gli aveva permesso di accendere di curiosità gli occhi di tanti studenti.

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