✕

Jamaica Kincaid: “L’America è il mio giardino del bene e del male”

Ascolta l'audio

Un nuovo libro sul viaggio in Nepal alla ricerca di semi da piantare in Vermont. Così, in una personale versione del mito dell’Eden la scrittrice statunitense d’origine caraibica racconta le contraddizioni della memoria e dell’affetto. Mettendo in scena un Paese che ha tradito il diritto alla felicità
4 minuti di lettura

Tutto è doppio nel mondo di Jamaica Kincaid: l’amore chiama l’odio, la cura può trasformarsi in distruzione, il giardino ricorda l’Eden biblico ma anche la cacciata di Adamo e Eva. La conversazione a tavola inizia così: «Bevo sempre acqua frizzante, contiene il litio. Rende felici, lo sa? Cura i disturbi mentali e pare attenui la violenza. El Paso, in Texas, segna un confine tra chi ha il litio e chi non lo ha». Ecco subito tracciata un’altra linea di demarcazione: felicità e dolore in Kincaid non sono mai separati. Durante il pranzo in una trattoria romana, la scrittrice settantacinquenne statunitense di origini caraibiche, candidata da anni al Nobel, non si toglie mai il cappellino da baseball giallo con su scritto il suo nome. «Me lo ha regalato una libraia», dice senza prendersi sul serio. Sul tavolo c’è un vasetto con tre rametti di statice colorati. Li accarezza: «È il primo fiore che ho insegnato a pronunciare a mia nipote perché seccandolo può durare per sempre».

La prima paro…

Tutto è doppio nel mondo di Jamaica Kincaid: l’amore chiama l’odio, la cura può trasformarsi in distruzione, il giardino ricorda l’Eden biblico ma anche la cacciata di Adamo e Eva. La conversazione a tavola inizia così: «Bevo sempre acqua frizzante, contiene il litio. Rende felici, lo sa? Cura i disturbi mentali e pare attenui la violenza. El Paso, in Texas, segna un confine tra chi ha il litio e chi non lo ha». Ecco subito tracciata un’altra linea di demarcazione: felicità e dolore in Kincaid non sono mai separati. Durante il pranzo in una trattoria romana, la scrittrice settantacinquenne statunitense di origini caraibiche, candidata da anni al Nobel, non si toglie mai il cappellino da baseball giallo con su scritto il suo nome. «Me lo ha regalato una libraia», dice senza prendersi sul serio. Sul tavolo c’è un vasetto con tre rametti di statice colorati. Li accarezza: «È il primo fiore che ho insegnato a pronunciare a mia nipote perché seccandolo può durare per sempre».

La prima parola un fiore, suona come un augurio. Adelphi ha appena tradotto il suo libro “Passeggiata sull’Himalaya”, un tour in Nepal insieme a tre botanici alla ricerca di semi per il suo giardino.

«La mia passione per il giardinaggio viene da mia madre, che con le piante aveva un rapporto mitico, primordiale. Sono tornata nella mia casa di Antigua lo scorso gennaio e c’è ancora un banano che piantò trent’anni fa. Le sue piante crescevano rigogliose, spettacolari. La graviola non aveva rivali, così come il frutto della passione. Potevano certo esserci inconvenienti, ricordo un’infestazione inattesa di formiche rosse. Lei rimediò. Così come le aveva curate, le distrusse in un rogo».

Questa doppiezza l’ha turbata?

«Come Crono mia madre la mattina nutriva i suoi bambini e la sera li mangiava. E io ora mi ritrovo a dover rimettere insieme me stessa(Putting Myself Together è tra l’altro il titolo del nuovo libro che uscirà negli Stati Uniti la prossima estate, una raccolta di saggi).

Nel libro racconta il giardino nella sua casa in Vermont, a North Bennington, dove lei vive. Perché ha sentito il bisogno di riprodurre il luogo dell’infanzia?

«Perché ognuno di noi aspira al Paradiso pur sapendo che non esiste. Le piante dell’idillio edenico non nascono e non muoiono, sono sempre uguali a se stesse, sono mummie. Nell’Eden non c’è vita perché non c’è morte. È una trappola».

A quanti anni ha lasciato la sua terra?

«Sono andata via da Antigua a 16 anni. Il mio patrigno si era ammalato e la nostra famiglia aveva subito un pesante crollo finanziario. Era un falegname bravissimo, lavorava il mogano, ma dopo la sua malattia non riuscì più a fare niente. Avevamo bisogno di soldi, così mia madre decise di mandarmi negli Stati Uniti a fare la baby sitter. Mi tolse dalla scuola che frequentavo con ottimi risultati. Ero un’allieva modello, tra i primi della classe».

L’ha perdonata?

«A un certo punto ho deciso che non avrei più spedito a casa i soldi che guadagnavo. Iniziai a comprare vestiti per me, anche costosi. Contemporaneamente ho ripreso a studiare e mi sono iscritta a una scuola di fotografia. Un giorno ho visto in una vetrina una macchina fotografica bellissima. Ricordo ancora il prezzo. Costava 300 dollari. Mi fece un prestito la donna dalla quale lavoravo e la presi. Era una Laica. Ma è vero che per oltre vent’anni non ho più scritto a mia madre, chiudendo ogni ponte».

In libri come “Autobiografia di mia madre” o “Lucy” ha raccontato benissimo i sentimenti contraddittori verso di lei. Vi siete poi riavvicinate?

«È successo quando è nata mia figlia nel 1984. In quel momento ho deciso che potevo rivederla. È stato un incontro strano, io ero un’altra donna, già una scrittrice, e avevo un altro nome».

Non era più Elaine Potter Richardson. Perché questa scelta di cambiare nome?

«Per varie ragioni, anche per scrivere più liberamente. All’inizio avevo paura di fallire e che ridessero di me. Oggi il mio pseudonimo è anche sul passaporto, l’altro non esiste più».

Sua madre aveva letto i suoi libri?

«Ha detto di no ma credo non fosse vero».

Ha raccontato però che è stata lei a insegnarle a leggere quando era molto piccola.

«In fondo devo a mia madre quello che sono diventata. Da ragazzina leggevo di tutto, adoravo Jane Eyre, avrei voluto essere come Charlotte Brontë. La Bibbia era tra i libri che preferivo. Il mio stile anaforico è stato credo influenzato proprio dal Vecchio Testamento, un testo di elezione per me insieme a un Oxford Dictionary che sfogliavo e risfogliavo».

Dalla Bibbia ha preso anche la mitologia dell’Eden che torna nei suoi libri?

«Dalla Genesi, dove si dice che Dio crea un giardino e traccia i confini: da una parte c’è l’albero della vita, dall’altra l’albero della conoscenza. Il primo è l’agricoltura, che è l’attività delle cose necessarie alla vita, l’altro rappresenta l’orticoltura, che può includere il non necessario, il superfluo, la bellezza. Il giardino è fatto perlopiù da piante che non si mangiano, è un luogo che è fonte di conoscenza, delle piante naturalmente ma anche di noi stessi».

È anche un luogo inclusivo, che raccoglie semi da tutto il mondo.

«Non è stato sempre così. In fondo i giardini che conosciamo sono anche il frutto dell’imperialismo e del colonialismo. Sono in qualche maniera un simbolo di potere, di conquista. È lo stesso nella Bibbia, dove Adamo ha il compito di assegnare i nomi agli animali. Nominare le cose vuol dire possederle. Penso a un luogo come la Middleton Plantation, nella Carolina del Sud, e non posso non ricordare che è stato creato da schiavi provenienti dall’Angola».

Sta alludendo alle contraddizioni dell’America?

«Thomas Jefferson ha voluto che nella Dichiarazione d’indipendenza fosse incluso il diritto alla felicità. Ho un busto di Jefferson nel mio giardino, l’ho comprato online. Ma oggi qualcosa è andato storto. Forse la stessa idea di felicità è diventata troppo condizionante. Trump sta rendendo l’America piccola, altro che Make America Great Again. E Musk non ne parliamo. Avevo comprato una Tesla in tempi non sospetti, quando acquistarla era una cosa da liberal attenti all’ambiente. Ora ci ho messo sopra un cartello: «L’ho comprata prima di scoprire che Elon Musk era un nazista».

Vincerà il Nobel?

«Non so come sono finita nella lista dei favoriti (ride). Conta la letteratura, quella sola. Custodisce segreti». Alla fine dell’intervista il piatto di carbonara di Jamaica Kincaid è ancora pieno. «Quando parlo di cose che mi interessano mi sparisce la fame. Il mio giardino si nutre di parole».

Leggi i commenti