È molto interessante che negli ultimi tempi alcune serie molto belle sbuchino fuori dal passaparola, da una intenzione produttiva non per forza ambiziosa, come se, come ha detto ieri qui Gabriele Romagnoli, l’algoritmo si fosse addormentato.
Penso, per fare un paio di esempi, a Baby Reindeer, sempre su Netflix, e al recente Dieci capodanni (su RaiPlay). Casi in cui oltre alla qualità c’è il successo; e per Adolescence tutto questo vale anche di più. È una miniserie strepitosa, che racconta di un omicidio e lo fa in due modi speciali: il primo è fare quattro episodi completamente separati, come fossero film unici. C’è l’arresto di un ragazzino accusato di aver ucciso una coetanea (ci sono le prove); c’è poi il mondo della scuola dove questo fatto è avvenuto, e si raccont…
È molto interessante che negli ultimi tempi alcune serie molto belle sbuchino fuori dal passaparola, da una intenzione produttiva non per forza ambiziosa, come se, come ha detto ieri qui Gabriele Romagnoli, l’algoritmo si fosse addormentato.
Penso, per fare un paio di esempi, a Baby Reindeer, sempre su Netflix, e al recente Dieci capodanni (su RaiPlay). Casi in cui oltre alla qualità c’è il successo; e per Adolescence tutto questo vale anche di più. È una miniserie strepitosa, che racconta di un omicidio e lo fa in due modi speciali: il primo è fare quattro episodi completamente separati, come fossero film unici. C’è l’arresto di un ragazzino accusato di aver ucciso una coetanea (ci sono le prove); c’è poi il mondo della scuola dove questo fatto è avvenuto, e si racconta come si vive in quel mondo sconosciuto a chi non c’è. Nel terzo episodio c’è un lungo colloquio del ragazzino con la psicologa, in carcere. Nell’ultimo c’è il giorno del compleanno del padre, e come lo passano lui, la moglie e l’altra figlia (scusate, ma devo dire senza dire).
La seconda caratteristica è un virtuosismo tecnico estremizzato a tal punto da sparire come virtuosismo: tutti e quattro gli episodi sono girati in piano sequenza: vale a dire che la macchina da presa segue i fatti e i personaggi come se fossimo in diretta, e non c’è mai uno stacco; non c’è montaggio. È tutto in continuità. Il regista, Philip Barantini, ha scelto questo modo di raccontare per farci stare dentro la storia, senza che possiamo mai uscirne. E dentro vuol dire dentro: entriamo in casa con i poliziotti, entriamo nel furgone, entriamo nella stazione di polizia, entriamo nella cella e nella sala d’attesa dove ci sono i genitori, stando sempre dentro, come se non ci fosse una macchina da presa, ma ognuno di noi spettatori al suo posto; è come se ci avessero dato l’elisir dell’invisibilità, e assistiamo a tutto quello che succede, e andiamo di qua e di là per cercare di capire. E poiché non c’è montaggio, ci siamo sempre noi, e restiamo sempre dentro.
Ovviamente queste due caratteristiche, pur meravigliose, non bastano. Il racconto, la qualità dei dialoghi, gli attori straordinari e la storia coinvolgente sono la sostanza a cui applicare queste forme che la valorizzano. E infine, la questione principale: si parla di adolescenti. Si parla dei nostri figli, si cerca di raccontare questioni che sono diffuse tra loro e che noi dobbiamo andare a cercare su Google, e diciamo: ah, ma non lo sapevo! (per esempio che esistono gli incel). Si parla dei nostri figli, ma il grande errore è cercare delle risposte per la propria vita. Certo, se uno la guarda si commuove e si preoccupa, si chiede se conosce davvero i propri figli e cosa può fare. Però c’è molto sugli adulti, più di quanto vorremmo, e c’è molto sulla differenza tra uomini e donne, come al solito; sono i ragazzini che ammazzano le ragazzine, e a nessuno importa niente della ragazza che è stata ammazzata e tutti pensano al ragazzino, al perché l’ha fatto, e intanto lei non c’è più e questo è un dato di verità: è quello che dice la poliziotta (che intanto un collega cerca di sedurre); e c’è il poliziotto eroe buono e saggio che non capisce niente di suo figlio, non è nemmeno capace di ascoltarlo quando gli sta dicendo una cosa decisiva, e soprattutto non ha capito fino a quel momento che suo figlio è un bullizzato non popolare - e perché non lo capisce? Perché lui è sempre stato popolare, soprattutto da quando si è tagliato i capelli.
Adolescence racconta però anche una cosa agghiacciante e vera, ineludibile: il padre vede il video di quello che è successo, e semplicemente non crede a quello che vede. Ecco un racconto sintetico di cosa può essere un genitore. Ma come tutte le grandi opere, la serie si rifiuta di dare le risposte che cerchiamo. Come tutte le grandi opere, scarta di lato, e ti mette di fronte non a delle risposte, ma a delle domande nuove. Non ti risolve nulla, ti fa vedere però aspetti nuovi. E tu cercherai le tue risposte in tutti quei derivati che seguiranno. Perché ogni sistema produttivo si basa sulla replica, è convinto che non bisogna inventare ma rifare; c’è gente che per lavoro chiede di rifare quello che è già stato fatto, chiede: fateci vedere una cosa che abbiamo già visto. Non vi allontanate, i nostri spettatori vogliono su per giù quello che hanno già amato. Non fate cose nuove, non le riconosciamo, e non sappiamo come andranno. E infatti, paradossalmente, adesso chiederanno di rivedere Adolescence. Fatelo di nuovo, fatelo in un altro modo, ma fate Adolescence. Senza che nessuno si renda conto che Adolescence esiste, è esistito, è bello, è grandioso, proprio perché si è ribellato a questa idea della replica. Che l’unico motivo per cui ha senso fare un lavoro creativo è per cercare di fare una cosa personale o nuova o azzardata. E di solito, quando va bene, è quella che sarà il faro degli anni a venire.
Questa serie, oltretutto, arriva nel momento in cui qualcuno ha detto che le serie non hanno valore artistico. Arriva come una risposta concreta a un’affermazione retrograda. Lottare per la sopravvivenza delle sale cinematografiche non dovrebbe significare avere un atteggiamento reazionario verso il mondo che si muove, cammina, produce e cambia.
Quello che resta da capire è se questa serie meravigliosa parla ai genitori e ai figli, o soltanto ai genitori. Io non posso saperlo, perché ho imparato poche cose come padre, ma una l’ho imparata: mai dire al proprio figlio adolescente devi vedere una serie, ti piacerà. Peggio ancora dire: è sugli adolescenti. Perché sarà il motivo numero uno per cui non la vedrà. Ma forse è un falso problema: come Taxi driver, come Pulp Fiction, come I 400 colpi, come I Soprano o Mad Men, le grandi opere parlano a tutti, e se ne fregano dei dibattiti tra genitori e figli. Sono sicuro che sarà mio figlio a dirmi, tra poco, devi vederti una serie; e io lo sorprenderò, dicendo: l’ho già vista.