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San Giovanni a Teduccio, 2009 Napoli, Mimmo Jodice Studio

 

Nella Napoli di Mimmo Jodice resta solo la leggenda

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Il fotografo trasforma la sua città in uno spazio metafisico. Ecco gli scatti inediti che andranno in mostra a Castel Nuovo
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All’inizio degli anni Novanta, un magistrato sequestrò le più belle piazze di Napoli. La bandella bianca e rossa circondò quegli spazi ostruiti dai parcheggiatori abusivi, li liberò, e d’improvviso i napoletani si accorsero con stupore che nel cuore della città esisteva il vuoto. Che una piazza è una ciotola per raccogliere il cielo, non le lamiere. Era un’operazione giudiziaria, non artistica. Eppure, un decennio prima, un artista aveva già svuotato Napoli. Mimmo Jodice. Un fotografo che fino a quel momento aveva raccontato la vita caotica e sanguigna dei bambini di strada, dei contrabbandieri, dei bassi e dei rioni minacciati dal colera. Era un fotografo militante, un libraio precario nato nel rione Sanità e appassionato d’arte d’avanguardia.

Napoli 1981, Fontana del Gigante

 

Lo faceva per denunciare, per cambiare le cose. Quando si accorse che non era possibile, che nulla camb…

All’inizio degli anni Novanta, un magistrato sequestrò le più belle piazze di Napoli. La bandella bianca e rossa circondò quegli spazi ostruiti dai parcheggiatori abusivi, li liberò, e d’improvviso i napoletani si accorsero con stupore che nel cuore della città esisteva il vuoto. Che una piazza è una ciotola per raccogliere il cielo, non le lamiere. Era un’operazione giudiziaria, non artistica. Eppure, un decennio prima, un artista aveva già svuotato Napoli. Mimmo Jodice. Un fotografo che fino a quel momento aveva raccontato la vita caotica e sanguigna dei bambini di strada, dei contrabbandieri, dei bassi e dei rioni minacciati dal colera. Era un fotografo militante, un libraio precario nato nel rione Sanità e appassionato d’arte d’avanguardia.

Napoli 1981, Fontana del Gigante

 

Lo faceva per denunciare, per cambiare le cose. Quando si accorse che non era possibile, che nulla cambiava, «decisi di mostrare la città di Napoli senza vita, senza persone». Fu la sua “protesta muta”, intravvide già allora un critico acuto, Arturo Carlo Quintavalle. Quel libro del 1980, dal titolo così sarcasticamente cartolinesco, Vedute di Napoli, sorprese molti.

Ma come, è questa Napoli? Finestre barocche che si piegano in stralunati trompe-l’oeil, busti di marmo che ci voltano le spalle, panni stesi come fantasmi, porte che non portano da nessuna parte, lamiere ondulate che sbeffeggiano le colonne ioniche e automobili coperte da lenzuoli come il Cristo velato del Sanmartino. Ma era solo l’inizio. Da allora, con sofferente amore per la città che non ha mai voluto abbandonare, Jodice (che domani compie 91 anni) ha continuato il suo meticoloso lavoro di dissipatio humani generis, di silenziamento progressivo del frastuono di una città.

Napoli, 1990

 

Era metafisica? Qualcuno già lo intuì. Germano Celant, per esempio: «Qui l’essere umano non ha scelta, è destinato all’eclissi. Non esiste un’alternativa alla sua scomparsa come protagonista. Deve vivere nelle pieghe dell’architettura, rimanere sospeso nel loro silenzio, non lasciare traccia di sé». Jodice, che frequentava la pioniera galleria di Lucio Amelio e ci andava a incontrare i Beuys e i Warhol di passaggio, era troppo consapevole per non sapere che un altro artista aveva fatto la stessa cosa, in un altro tempo di angoscia e delusione: Giorgio de Chirico.

Ma solo oggi le loro due strade si incontrano fisicamente, in una mostra a Castel Nuovo, Mimmo Jodice. Napoli metafisica (dal 13 aprile al 1° settembre), e il dialogo fra le loro opere è sorprendente. Non solo e non tanto per alcune analogie formali che sembrano esplicite citazioni (confrontare per credere la Marina di Licola di Jodice con la gemella Arrivo del trasloco di de Chirico). Ma per il senso di incombenza drammaticamente quieta che trasmettono.

Qualcosa deve accadere, nelle fotografie e nei dipinti, qualcosa di tragico forse, o forse solo la fine del tempo. Del resto, dice bene il curatore Vincenzo Trione, «a Napoli nulla è finito», tutto è provvisorio, in attesa di una completezza che potrebbe non arrivare mai e questo, sì, è lo spirito della metafisica, e ci sorprende, perché Napoli è forse l’ultima città a cui attribuiremmo quel sentimento, Napoli è per tutti la città di un presente ingombrante e chiassoso. Ma Napoli è anche una metropoli al centro di quell’universo mediterraneo dove oltre venti secoli di segni dell’uomo si sovrappongono, si intrecciano, dove la storia ha depositato residui che hanno perso la funzione ma non la forma, come le fastose scale vanvitelliane, col loro sontuoso spreco di spazio, e cercano disperatamente altri significati. Jodice glieli ha dati. Viaggiatore incantato nella storia che fa collassare meravigliosamente, evocatore di umanità passate che riprendono vita come le sue statue greco-romane corrose e sbalordite, che ci fissano e ci chiedono: siete voi i nostri posteri, dunque?

Napoli, 1988

 

Trione ricorda che un cantore di Napoli, Raffaele La Capria, la definì malata di immobilità. Jodice la trasforma in eternità, la preleva dal presente. Può farlo, un fotografo? È una bella domanda. Se metafisica è andare metà tà physiká, oltre le cose fisiche, la fotografia sembrerebbe troppo ombelicalmente legata all’esistente per farlo. De Chirico parte avvantaggiato, il pennello non ha debiti col reale. Ma Jodice ha negli occhi i grandi fotografi aristotelici, che andarono oltre la fisicità delle cose: da Walker Evans a Minor White. E da Napoli ha saputo estrarre, parole sue, «una diversa fotogenia, meno invadente ed accattivante, dove la realtà, pur così caotica ed invadente, è cristallizzata nel suo passato ed è già archeologia futura».

Napoli, Vico San Severino 1990, Mimmo Jodice Studio

 

Ma questa sua Napoli evaporata, si chiese Cesare de Seta, questa visione che sembra dar ragione ad André Gide che trovò Napoli «la plus morne ville du monde», è migliore o peggiore di quella reale? Domanda senza risposta, perché Jodice ha abbandonato l’idea che la fotografia possa cambiare il presente, o anche solo renderne testimonianza. Ma non l’idea che possa rivelarne l’essenza. Semplicemente, sa che l’essenza delle cose umane si mostra solo nella disarmonia non prestabilita del sovrappensiero. Cita spesso, Jodice, quella frase di Pessoa che da anni sa a memoria, e gli è servita anche per il titolo di un suo libro: «Ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?». È la cifra perfetta di tutto il suo lavoro. Perché guardare è perdersi ma, come capita alle sue statue, è anche risvegliarsi; per poi, con l’ansia nel cuore, cercare di riprendere il filo di quel pensiero interrotto quando Napoli si svuotò della fiducia nel proprio riscatto.

L’evento

Mimmo Jodice. Napoli metafisica Dal 13 aprile al 1° settembre, in mostra a Castel Nuovo. È per quest’anno il primo appuntamento di Napoli contemporanea 2025, il programma di mostre e installazioni voluto dal sindaco Gaetano Manfredi e curato da Vincenzo Trione. La mostra è promossa dal Comune di Napoli con l’organizzazione di Electa e la collaborazione dello Studio Mimmo Jodice e della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico

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