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Bettino Craxi. Ecco quello che la sinistra può ancora imparare da lui

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Trent’anni fa gli tirarono le monetine ma oggi sono molti quelli che lo rimpiangono
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Trent’anni fa si gettavano le monetine a Bettino Craxi, oggi molti, anche a sinistra, lo rimpiangono. Come Carmine Fotia, notista al manifesto negli anni del potere craxiano, che ha appena dato alle stampa Scusaci Bettino, edito da Heraion. Un pamphlet che fa i conti con il rimpianto e l’autocritica: «Craxi fu un uomo coraggioso, capace di sfidare la dittatura di Pinochet per rendere omaggio alla tomba di Salvator Allende, un pas may y tiro, un passo ancora e sparo, gli intimarono i carabineros cercando inutilmente di fermarlo. Fu uno statista, capace di tenere testa all’aggressività sovietica e alla prepotenza americana e un leader politico moderno cui toccò guidare un Paese ancora tramortito dal terrorismo, impaurito e fermo. Un innovatore della tradizione socialista riscattandola dalla subalternità ai comunisti e per questo da essi contrastato con odio». «Giungere a questa conclusione», scrive Fotia, «per me non è stato semplice».

C’è da stupirsi? Del resto chi l’avrebbe detto ch…

Trent’anni fa si gettavano le monetine a Bettino Craxi, oggi molti, anche a sinistra, lo rimpiangono. Come Carmine Fotia, notista al manifesto negli anni del potere craxiano, che ha appena dato alle stampa Scusaci Bettino, edito da Heraion. Un pamphlet che fa i conti con il rimpianto e l’autocritica: «Craxi fu un uomo coraggioso, capace di sfidare la dittatura di Pinochet per rendere omaggio alla tomba di Salvator Allende, un pas may y tiro, un passo ancora e sparo, gli intimarono i carabineros cercando inutilmente di fermarlo. Fu uno statista, capace di tenere testa all’aggressività sovietica e alla prepotenza americana e un leader politico moderno cui toccò guidare un Paese ancora tramortito dal terrorismo, impaurito e fermo. Un innovatore della tradizione socialista riscattandola dalla subalternità ai comunisti e per questo da essi contrastato con odio». «Giungere a questa conclusione», scrive Fotia, «per me non è stato semplice».

C’è da stupirsi? Del resto chi l’avrebbe detto che saremmo arrivati a questo punto, a una politica nella quale la comunicazione ha sostituito il pensiero? Allora Craxi coltivava un’idea di società che a chi votava comunista pareva spregiudicata («un bandito politico», secondo Franco Tatò, il principale collaboratore di Berlinguer), o incomprensibilmente fatua, («i nani e le ballerine», nella definizione di Rino Formica). Ma oggi va detto che i socialisti, al netto dei loro eccessi, capirono prima e meglio di altri i sommovimenti che stavano sconvolgendo la pancia del Paese negli anni Ottanta. Videro arrivare l’Italia moderna con largo anticipo.

Fotia intervistò Craxi ad Hammamet nell’autunno del 1999, poco prima della morte, e lo trovò intimista, sentimentale, crepuscolare. Per anni in tv di Craxi si erano i notati i lunghi silenzi tra una risposta e l’altra: il segno inequivoco, per i tanti che non lo amavano, della sua alterigia. Era il Craxi latitante, sbeffeggiato da Cuore e da Beppe Grillo, il leader che si era rifugiato in Tunisia per non affrontare le sue responsabilità con la giustizia per Tangentopoli.

Che Craxi non si possa ridurre solo al fatto giudiziario l’ha sottolineato di recente anche il presidente Mattarella, che in occasione dei 25 anni della morte ne ha riconosciuti i meriti e il coraggio dell’azione politica. Il che è doppiamente significativo, perché da ministro democristiano nell’estate del 1990 si era dimesso in polemica con un decreto pro Berlusconi approvato dal governo Craxi.

Questa tardiva riabilitazione ha molte ragioni. La prima è che tra quelli che sono arrivati dopo, gli statisti si possono contare sulle dita di mezza mano. E il Paese appare infinitamente meno vitale di quello dei selvaggi anni Ottanta, quando ospitavamo il campionato più bello del mondo e Craxi poteva dire «la nave va». Già nel ventennale della morte questo sentimento era prevalente. Questo giornale, che non fu tenero con Craxi, intervistò molti protagonisti di quella stagione. Gianni Amelio, un regista di sinistra, fece un film importante, con un Pierfrancesco Favino che non si dimentica. Fotia cita i giudizi, un tempo non scontati, di Massimo D’Alema («Craxi era un uomo di sinistra»), e di Walter Veltroni («la sua politica estera fu grande, ci fu l’episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l’Italia nella sfera occidentale, senza intaccare autonomia e dignità del Paese»).

Nel libro si ripercorrono i rapporti con Berlinguer e con De Mita, e si ricorda che fu Scalfari a definirlo “Ghino di Tacco”, nel 1985, e «Craxi non fece proprio nulla per respingere quella definizione, anzi se l’appuntò come una medaglia, facendone lo pseudonimo con cui da presidente del consiglio firmava i suoi corsivi».

Quali sono le conclusioni a cui giunge Fotia? «Penso che alla sinistra, e al Pd che ne rappresenta la parte più grande, una discussione serena sulle idee di Bettino Craxi (sull’uomo ognuno la pensi come vuole) può fare bene». Un proposito meritorio nel deserto di pensiero nel quale siamo immersi.

Il libro

"Scusaci Bettino” di Carmine Fotia, Heraion, pagg.178, euro 19

Gli incontri
Antonio Albanese presenterà il suo libro mercoledì 2 aprile alle 19 a Milano, Feltrinelli Librerie, Piazza Piemonte, 2/4 con Michele Serra e venerdì 4 aprile alle 18.30 a Roma, Libreria Nuova Europa I Granai, Via Mario Rigamonti, 100 con Giulia Santerini. Per info sul resto del tour: www.feltrinelli.it

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