La parità come forma di discriminazione è l’ultimo spettacolo, in ordine di tempo, dell’amministrazione Trump. Pete Hegseth, ventinovesimo segretario alla difesa degli Stati Uniti d’America, ex militare ed ex presentatore televisivo, in una nota indirizzata alle forze armate, ha chiesto di equiparare i requisiti fisici per uomini e donne, chiedendo, a tal fine, di distinguere quali siano le mansioni militari che richiedono un’elevata idoneità fisica e quali no.
Gli standard, si legge nella nota, devono essere fondati – cito quasi testualmente – sulle esigenze delle varie operazioni militare e sulla rapidità nell’affrontare qualsiasi avversario. Non sapevo nulla, tranne nome e attuale ruolo, di Pete Hegseth, fino a oggi e,…
La parità come forma di discriminazione è l’ultimo spettacolo, in ordine di tempo, dell’amministrazione Trump. Pete Hegseth, ventinovesimo segretario alla difesa degli Stati Uniti d’America, ex militare ed ex presentatore televisivo, in una nota indirizzata alle forze armate, ha chiesto di equiparare i requisiti fisici per uomini e donne, chiedendo, a tal fine, di distinguere quali siano le mansioni militari che richiedono un’elevata idoneità fisica e quali no.
Gli standard, si legge nella nota, devono essere fondati – cito quasi testualmente – sulle esigenze delle varie operazioni militare e sulla rapidità nell’affrontare qualsiasi avversario. Non sapevo nulla, tranne nome e attuale ruolo, di Pete Hegseth, fino a oggi e, mettendomi a cercare, mi sono imbattuta nelle sue dichiarazioni dello scorso novembre sulle donne che non possono essere incluse nei corpi di assalto, non possono stare in prima linea; sulle donne nell’esercito che hanno abbassato gli standard fisici, indebolendolo. Ciò detto di Pete Hegseth non so nulla e, parimenti, di forze militari americane, dipartimenti, reggimenti e organizzazione conosco solamente ciò che ho visto nei film, tuttavia è un’occasione per riflettere sul concetto di parità che mi pare utile per l’ambito civile e sociale che osservo con metodo.
E per ribadire che la parità non riguarda l’uguaglianza fisica di uomini e donne, ma il salario, la presenza effettiva e la rappresentazione nelle cariche pubbliche, politiche, sociali e civili, la possibilità di accesso agli studi superiori in tutte le discipline. Se la parità fosse un concetto fisico, che senso avrebbero le specialità olimpiche, suddivise per genere, e perché avremmo subito – da noi e in tutti i paesi che, essendo in pace, possono occuparsi d’altro oltre che della sopravvivenza – la discussione violenta sull’idoneità della pugile algerina Imane Khelif a gareggiare tra le donne?
Utilizzare i criteri di neutralità di genere per scoraggiare le donne a intraprendere il mestiere delle armi, equivale a sposare il detto, che è ancora troppo spesso ripetuto, che le donne non sono portate per la matematica. Non si tratta di essere uguali ma di essere pari. Si dirà succede negli Stati Uniti e non qui. Si dirà, come Phyllis Schlafly, attivista femminista e strenua conservatrice, mirabilmente interpretata da Cate Blanchett nella serie Mrs America che le donne americane sono le più fortunate al mondo e che non devono andare in guerra. Ma il punto è che utilizzare le caratteristiche di certi corpi – statisticamente corpi maschili – per discriminare altri corpi – statisticamente corpi femminili – è il primo passo per tornare a quella differenza di sostanza tra uomini e donne secondo la quale alle donne mancava anche l’anima. L’uguaglianza per cui uomini e donne si battono non riguarda il corpo, ma come il corpo viene trattato e può muoversi e agire nelle società.