Patrizia Cavalli. Ritratto di donna al ritmo di poesia
di Maurizio CucchiLeonetta Bentivoglio ci offre una limpida testimonianza di passione e fedeltà per un’opera e un’umana figura, quella di Patrizia Cavalli, che ci ha lasciato nel mese di giugno del 2022. Il suo libro Una chiara confusione, sulla base della conoscenza personale e dei molti testi citati dall’autrice, traccia il ritratto di un personaggio inconsueto, che aveva «una testa libera, cioè svincolata da tutto: pregiudizi, ideologie, avidità, retoriche, teatrini relazionali ipocriti, categorie e incasellamenti». Ci mostra Patrizia nella sua «curiosità insaziabile», nell’essere «ubiqua e generosa», facendone parlare i versi, nella loro energica trasparenza comunicativa.
Il libro è arricchito da una serie di venticinque fotografie, in cui Cavalli appare sola e in varie situazioni o tempi, sorridente, oppure con altri personaggi, tra i quali Raffaele La Capria, Goffredo Fofi, Alfonso Berardinelli, Piergiorgio Bellocchio, Giorgio Agamben, Piera Degli Esposti.
Sfogliamo il volume e fermiamoci per …
Leonetta Bentivoglio ci offre una limpida testimonianza di passione e fedeltà per un’opera e un’umana figura, quella di Patrizia Cavalli, che ci ha lasciato nel mese di giugno del 2022. Il suo libro Una chiara confusione, sulla base della conoscenza personale e dei molti testi citati dall’autrice, traccia il ritratto di un personaggio inconsueto, che aveva «una testa libera, cioè svincolata da tutto: pregiudizi, ideologie, avidità, retoriche, teatrini relazionali ipocriti, categorie e incasellamenti». Ci mostra Patrizia nella sua «curiosità insaziabile», nell’essere «ubiqua e generosa», facendone parlare i versi, nella loro energica trasparenza comunicativa.
Il libro è arricchito da una serie di venticinque fotografie, in cui Cavalli appare sola e in varie situazioni o tempi, sorridente, oppure con altri personaggi, tra i quali Raffaele La Capria, Goffredo Fofi, Alfonso Berardinelli, Piergiorgio Bellocchio, Giorgio Agamben, Piera Degli Esposti.
Sfogliamo il volume e fermiamoci per esempio su un capitolo sul tema della brevità, per la quale Cavalli viene accostata alla dimensione classica di Catullo o Marziale, ma anche alla tradizione poetica giapponese degli haiku, sottolineando che i suoi testi «sono frecce che viaggiano veloci». Nell’insieme la sua opera è vista nella sua «lievità antilirica e drasticamente opposta a tentazioni romantiche», rappresentando una viva linea antiretorica. E qui siamo davvero al fattore decisivo: la scelta vincente, e molto rara, della semplicità, intesa come traguardo e non punto di partenza. Oltretutto nella piena indifferenza rispetto alle tendenze sperimentali di tanta poesia degli anni Sessanta e primi Settanta, quelli della sua stessa formazione.
A proposito di un altro tema cruciale, quello dell’amore, vengono riportate le parole di un’intervista a Dario Cresto-Dina in cui Cavalli ricorda Dante. Ma poi Bentivoglio passa a un accostamento interessante e in parte sorprendente con Guido Cavalcanti, per poi andare anche su una citazione di Saffo. Insomma ci troviamo a navigare o a passeggiare, con grande coinvolgimento, in un campo di riferimenti tematici e letterari vario e attraente.
Si arriva poi a una dimensione d’altro genere, e credo in fondo meno nota, e cioè quella dell’esperienza di Cavalli con la canzone. Confesso che ignoravo del tutto questo aspetto dell’autrice de Le mie poesie non cambieranno il mondo. Bentivoglio ci ricorda infatti che Patrizia ha scritto «undici canzoni pop, limpide e buffe», nelle quali si sente «un vago profumo di balera in riva al mare, o forse nella periferia di una grande città».
Un episodio minore, ma che ci mette in contatto con la versatilità d’approccio rispetto alla parola e alla molteplicità dei suoi impieghi. Da parte di una personalità in cui spicca, come viene sottolineato nel libro, il senso di solitudine, ma anche la «lezione di libertà» che trasuda dalla sua persona e della sua opera. E qui Bentivoglio introduce illustri riferimenti ai classici del nostro (e non solo) Novecento, come Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo. Precisando però che, paradossalmente ma felicemente, «la solitudine di Cavalli è allegra». Infatti «non urla mai» e semmai piange la perdita delle cose a cui è maggiormente affezionata. Come quando scrive: «E io li vedo uno a uno separati / e ferma anch’io faccio da piazzetta / a questi oggetti, fermi, soli, raggelati».
Si entra poi nel gioco della rima, usata in «chiave scherzosa e affettuosa, con esiti musicali», considerata quasi un incidente. E nel gioco della ripetizione, in un percorso di musica interna ben presente all’orecchio di Patrizia. Consapevole del fatto che, in poesia, il suono produce senso.
Il cammino attraverso la realtà poetica di una figura che ha attraversato mezzo secolo della nostra storia culturale, arriva infine ai termini e ai temi inevitabili del tempo e della morte. Nel primo caso lo sforzo dell’autrice, ci viene detto, è nella coraggiosa spinta ad annullarlo. Nel libro viene riportata questa sua dichiarazione del 2006: «Il tempo l’ho sempre considerato una tortura, era e rimane il mio nemico», mentre nella scrittura agisce la volontà di interromperne lo scorrere impietoso e lineare.
Per quanto riguarda l’altro tema - la morte - Bentivoglio afferma giustamente che «non c’è niente di mortifero nella poesia di Cavalli». Ed è anche per questo che il libro ci invita a ripercorrerne per intero il cammino. Arrivando fino alla selezione (testi dal 1974 al 2020) de Il mio felice niente per riviverne sulla pagina l’originalità e l’autentica autonomia, come accade ai maggiori interpreti dell’arte della parola.
Il libro
"Una chiara confusione” di Leonetta Bentivoglio, Clichy, pagg. 128, euro 22