Daniele Mencarelli non ha dubbi: «Non tornerei mai adolescente, per me è stato un periodo durissimo». Eppure «è la stagione della vita più complessa ma che allo stesso tempo apre più possibilità. I ragazzi oggi stanno male, come noi forse. Ma hanno più coraggio e più bisogno di parole: noi sappiamo trovarle? Questo è il punto». Lo scrittore che ha trasformato il disagio mentale in letteratura — il suo romanzo Tutto chiede salvezza è diventato anche una serie Netflix amatissima dai ragazzi — ragiona di malessere e di giovinezza mentre Adolescence domina il dibattito sui media di tutto il mondo e in Italia il suo primo romanzo, La casa degli sguardi, ha ispirato l’esordio alla regia di Luca Zingaretti per il film omonimo in sala dal 10 aprile. Sul nuovo Venerdì, in edicola domani con Repubblica, il regista, e Massimo Recalcati, intervistati da Annalisa Cuzzocrea, si confrontano su padri e figli.
Daniele Mencarelli non ha dubbi: «Non tornerei mai adolescente, per me è stato un periodo durissimo». Eppure «è la stagione della vita più complessa ma che allo stesso tempo apre più possibilità. I ragazzi oggi stanno male, come noi forse. Ma hanno più coraggio e più bisogno di parole: noi sappiamo trovarle? Questo è il punto». Lo scrittore che ha trasformato il disagio mentale in letteratura — il suo romanzo Tutto chiede salvezza è diventato anche una serie Netflix amatissima dai ragazzi — ragiona di malessere e di giovinezza mentre Adolescence domina il dibattito sui media di tutto il mondo e in Italia il suo primo romanzo, La casa degli sguardi, ha ispirato l’esordio alla regia di Luca Zingaretti per il film omonimo in sala dal 10 aprile. Sul nuovo Venerdì, in edicola domani con Repubblica, il regista, e Massimo Recalcati, intervistati da Annalisa Cuzzocrea, si confrontano su padri e figli.
Il romanzo La casa degli sguardi di Mencarelli è ambientato nel 1999 e, come spiega l’autore che ha scritto una trilogia a ritroso sulla sua vita (prima La casa degli sguardi, poi Tutto chiede salvezza e Sempre tornare, tutti editi da Mondadori), racconta la rinascita: di quando il giovane poeta Daniele si ritrova a lavorare come operaio all’ospedale pediatrico Bambino Gesù e davanti a quel dolore “reale” la voragine che gli apriva il petto diventa una possibilità. Intervenendo nel dibattito che imperversa su chi sono i nostri figli persi nel buco nero della Rete, sempre più esposti alla violenza, in giro per strada con un coltello nella tasca dei jeans, lo scrittore chiede di riflettere. «Serve un’inversione dell’idea archetipica che ha trasformato la giovinezza nella stagione più felice della vita: non è così. È il momento della ricerca di identità, delle domande sulle radici sociali». È indiscutibilmente, per alcuni di più, l’epoca dell’inquietudine: «Ma è giusto: gli adulti, noi adulti, sbagliamo quando pretendiamo che i nostri figli siano sempre felici: non è naturale, non è sano. Bisogna affrontare l’inquietudine e anche la rabbia, che fanno parte della crescita. Sbagliamo quando crediamo che il dolore nasca da un trauma, quando pensiamo che i nostri figli siano più al sicuro nella loro stanza con un telefonino in mano invece che in mezzo alla gente. Sbagliamo se di fronte al disagio crediamo che curare sia più giusto che educare».
Ma educare a cosa? «Alla caducità, alla transitorietà. Le dipendenze — da droghe, alcol, social — ci fanno perdere il coraggio. Il dolore non si deve “superare”, parola abusata, bisogna imparare a conviverci». Mencarelli negli ultimi anni ha incontrato più di 150mila studenti per parlare di salute mentale e anche di libri. «Ormai non diciamo più “paura”, diciamo “ansia”. Abbiamo esiliato le parole della letteratura a favore di quelle della scienza, dell’economia: i nostri figli devono sempre produrre e stare bene. E se invece provassimo a insegnargli l’educazione digitale e affettiva? Dovrebbe essere la priorità di ogni partito progressista». Il Daniele adolescente è certo che, se nella sua giovinezza ci fossero stati i social, ne sarebbe stato dipendente: «Dobbiamo essere onesti: la giostra del digitale ubriaca e diverte moltissimo la generazione analogica. Puoi dire a un ragazzino di non stare tutto il giorno sul cellulare mentre ce lo hai in mano?».
Mencarelli racconta che quando alla fine dei suoi incontri legge le poesie agli studenti — Caproni per esempio — i loro occhi si illuminano. «È alle parole esatte che dobbiamo tornare — quelle del teatro, del cinema e soprattutto della poesia. Siamo inquieti, certo. Perché siamo umani».