ROMA. I media digitali spingono «all’omologazione e all’impoverimento del lessico». Non è la prima volta che Sergio Mattarella lancia l’allarme sulla regressione della lingua: se lo fa è perché vi coglie un rischio democratico. Ieri è tornato sull’argomento in un messaggio inviato alla Comunità radiotelevisiva italofona, che raggruppa le emittenti che trasmettono in italiano nel nostro Paese, in Svizzera, Slovenia, San Marino, Città del Vaticano, e che compie 40 anni. Queste tv «rappresentano vivai fecondi di moltiplicazione degli stimoli culturali della civiltà italica», le elogia il Capo dello Stato.
Ma i tempi sono quelli che sono e perciò «va evitato il rischio, che si potrebbe fare ancora più alto con l’avvento dell’intelligenza artificiale, di diminuire il pluralismo linguistico, con il co…
ROMA. I media digitali spingono «all’omologazione e all’impoverimento del lessico». Non è la prima volta che Sergio Mattarella lancia l’allarme sulla regressione della lingua: se lo fa è perché vi coglie un rischio democratico. Ieri è tornato sull’argomento in un messaggio inviato alla Comunità radiotelevisiva italofona, che raggruppa le emittenti che trasmettono in italiano nel nostro Paese, in Svizzera, Slovenia, San Marino, Città del Vaticano, e che compie 40 anni. Queste tv «rappresentano vivai fecondi di moltiplicazione degli stimoli culturali della civiltà italica», le elogia il Capo dello Stato.
Ma i tempi sono quelli che sono e perciò «va evitato il rischio, che si potrebbe fare ancora più alto con l’avvento dell’intelligenza artificiale, di diminuire il pluralismo linguistico, con il conseguente depauperamento del patrimonio culturale che gli idiomi veicolano, a favore di neo linguaggi con vocazione esclusivamente funzionale alla mera operatività digitale».
Dieci giorni fa, alla convention sull’agricoltura promossa dal ministro Lollobrigida, aveva messo in guardia contro l’eccesso di acronimi. «Ne sono pieni anche i documenti che ricevo io». Una lingua di sigle, oscura, non può che essere funzionale a un potere chiuso. «La lingua – ricorda – è anche strumento di libertà e di emancipazione: l’esclusione nasce dalla povertà delle capacità di esprimersi. La sudditanza si alimenta della cancellazione delle parole e con la sostituzione di esse con quelle del dispotismo di turno».