L’uomo che non ha mai vissuto e che non morirà mai: così viene generalmente riassunto Sherlock Holmes, personaggio letterario creato nel 1887 dalla fantasia dello scrittore scozzese Arthur Conan Doyle, eppure diventato immortale nell’immaginario popolare, continuamente rinverdito e riadattato da teatro, cinema, serie televisive e nuovi romanzi, firmati da altri autori. Ma se il padre di tutti gli investigatori fosse davvero esistito? Se a scriverne le gesta fosse stato il dottor Watson, suo coinquilino e sua fedele spalla, mentre Conan Doyle si sarebbe soltanto appropriato della parte, fungendo da scaltro promotore delle avventure dell’impareggiabile duo?
Milioni di lettori lo hanno sempre creduto, incoraggiati da un mito che mescola volutamente finzione e realtà: a Londra c’è perfino l…
L’uomo che non ha mai vissuto e che non morirà mai: così viene generalmente riassunto Sherlock Holmes, personaggio letterario creato nel 1887 dalla fantasia dello scrittore scozzese Arthur Conan Doyle, eppure diventato immortale nell’immaginario popolare, continuamente rinverdito e riadattato da teatro, cinema, serie televisive e nuovi romanzi, firmati da altri autori. Ma se il padre di tutti gli investigatori fosse davvero esistito? Se a scriverne le gesta fosse stato il dottor Watson, suo coinquilino e sua fedele spalla, mentre Conan Doyle si sarebbe soltanto appropriato della parte, fungendo da scaltro promotore delle avventure dell’impareggiabile duo?
Milioni di lettori lo hanno sempre creduto, incoraggiati da un mito che mescola volutamente finzione e realtà: a Londra c’è perfino la casa-museo di Sherlock e Watson, con lunghissime file di visitatori davanti al portone, assai più numerosi di quelli che visitano la casa-museo di Charles Dickens. Da queste «regole del gioco», come le chiama lui stesso, parte l’ultimo libro di Marco Zatterin, Sherlock contro Dracula, un saggio, è il caso di dire, che si legge come un romanzo.
Come si intuisce dal titolo, nella vicenda narrata da Zatterin è realmente esistito anche il conte vampiro protagonista dell’omonimo romanzo dell’irlandese Bram Stoker (pubblicato nel 1897, dieci anni dopo Uno studio in rosso, l’esordio di Holmes). Ciononostante, nelle sue pagine non vi è nulla di surreale. Ogni particolare proviene dalle cronache dei giornali dell’epoca (non per nulla l’autore è anche un brillante giornalista) e/o dai quattro romanzi e cinquantasei racconti che compongono il canone holmesiano. Conan Doyle e Stoker, del resto, erano buoni amici, si incontrarono in più occasioni, lo scozzese invitò perfino l’irlandese al proprio secondo matrimonio. Una casualità?
Nel puzzle allestito in questo delizioso rompicapo, come nelle indagini di Agatha Christie, un fatto è un fatto, due sono una coincidenza, tre una prova. Chi, se non Dracula, poteva venire sospettato per «il torbido arcano» dei bambini assaliti nel parco londinese di Hampstead e ritrovati con il corpo coperto di graffi? La vicenda si apre insomma nel riconoscibile territorio dei gialli, dentro un mistero realmente accaduto nella capitale britannica, nell’autunno 1890. Ma dopo una decina di capitoli, il territorio cambia, trasformandosi in enciclopedico viaggio nell’universo del detective la cui espressione «elementare, Watson» è oggi proverbiale, sebbene lui non l’abbia mai pronunciata.
Impariamo cosa c’è nella casa di Sherlock Holmes e nel suo pub, ci avventuriamo in sua compagnia sul Tamigi, apprendiamo la vera storia dei Baskerville e del loro mastino, facciamo un salto in America nella “Terra dei Santi”, dove si svolge La valle della paura, rivisitiamo i film e i libri tratti o ispirati dalla sua saga. Incluso Il nome della rosa: nella prefazione del quale Umberto Eco rivela di avere trovato a Praga il volume di un abate, ma secondo un’altra versione, opportunamente intitolata Uno studio in rosa (Zatterin lascia decidere al lettore se reale o apocrifa), il testo su cui il grande semiologo italiano aveva messo le mani era opera del dottor Watson. Lo confermano numerose coincidenze: la descrizione fisica di frate Guglielmo da Baskerville ne fa il sosia perfetto di Holmes, il nome del frate richiama il minaccioso cane, il frate è dotato dello stesso acume del poliziotto privato e, quarto fatto (uno in più della norma di Agatha Christie), c’è anche lì una spalla, il giovane Adso, alter ego di Watson. Il gioco della coppia, insomma, il cui inventore originale è in effetti Cervantes, con Don Chisciotte e Sancho Panza, trasferito dal vittoriano fumo di Londra a un gelido monastero medievale.
Il libro
Sherlock contro Dracula di Marco Zatterin (Linea edizioni, pagg. 350, euro 18)