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Lucarelli incontra Carofiglio: “La vendetta non ci basta”

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Lo scrittore emiliano nel nuovo libro narra la tentazione sbagliata di farsi giustizia da sé. Qui ne discute con l’altro campione del noir
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La vendetta non serve a niente ed è un istinto tribale. La giustizia non è mai un regolamento di conti ma l’errore può portare a qualcosa di buono. Carlo Lucarelli e Gianrico Carofiglio ne discutono con Repubblica in occasione dell’uscita dell’ultimo romanzo di Lucarelli, Almeno tu (Einaudi Stile Libero). Nella trama, un padre, una figlia morta in un incidente che forse non è un incidente, il dubbio atroce, una decisione fatale e, appunto, la terribile vendetta. Così il dialogo tocca i meccanismi del noir ma anche il mestiere di genitori, con un occhio alle serie tv e un altro al profilo criminologico di Donald Trump.

La vendetta è il vero motore del libro. Che senso ha, vendicarsi?

Carlo Lucarelli: «Avevo voglia di una storia che facesse star male me per primo, cercavo un certo tipo di voce. E volevo scrivere una storia cattiva che scavasse negli errori, nelle cose che accadono perché si fa qualcosa di sbagliato. Non…

La vendetta non serve a niente ed è un istinto tribale. La giustizia non è mai un regolamento di conti ma l’errore può portare a qualcosa di buono. Carlo Lucarelli e Gianrico Carofiglio ne discutono con Repubblica in occasione dell’uscita dell’ultimo romanzo di Lucarelli, Almeno tu (Einaudi Stile Libero). Nella trama, un padre, una figlia morta in un incidente che forse non è un incidente, il dubbio atroce, una decisione fatale e, appunto, la terribile vendetta. Così il dialogo tocca i meccanismi del noir ma anche il mestiere di genitori, con un occhio alle serie tv e un altro al profilo criminologico di Donald Trump.

La vendetta è il vero motore del libro. Che senso ha, vendicarsi?

Carlo Lucarelli: «Avevo voglia di una storia che facesse star male me per primo, cercavo un certo tipo di voce. E volevo scrivere una storia cattiva che scavasse negli errori, nelle cose che accadono perché si fa qualcosa di sbagliato. Non sono io, quel padre, però anch’io ogni tanto mi domando: come genitore, ho fatto tutto giusto o sono stato soltanto fortunato?»

Gianrico Carofiglio: «Dalla vendetta non si torna indietro, mai. Ho letto il romanzo di Carlo e mi è molto piaciuto quel padre tranquillo, almeno all’inizio, il che rende la vicenda ancora più tragica. Tutto si muove sul margine dell’errore, a volte si arriva a risultati giusti sbagliando clamorosamente. Ho una certa passione per quel tipo di trame, e medito di scriverne una anch’io».

Farsi giustizia da sé è sempre sbagliato?

C.L.: «Sì, anche se come lettori o spettatori ci piace che qualcuno comunque paghi per le colpe commesse, e vogliamo che questo ci venga narrato nel modo più scorretto possibile. La vendetta è soddisfacente perché non lo è».

G.C.: «L’unica forma di giustizia degna di questo nome è quella delle procedure, e non lo dico soltanto da ex magistrato. Farla pagare a qualcuno asseconda la nostra natura tribale però non è giustizia».

Il romanzo racconta gli errori di un padre con le migliori intenzioni. Cosa gli accade dentro?

C.L.: «Non accetta quegli errori, non li riconosce. Essere genitori è il mestiere più difficile del mondo».

G.C.: «Nel mio ultimo libro parlo proprio di errori e ignoranza, quella beninteso che ci porta a saperne di più, come cause di eventi anche positivi. Nella storia umana esistono molte scoperte rivoluzionarie ma preterintenzionali, per dirla con un termine che si usa per questioni relative al diritto, al contrario di progetti in teoria impeccabili che però non lo sono affatto. Alla fine, vale sempre la fase di quel grande filosofo del passato, Mike Tyson: “Tutti hanno un piano, finché non prendono un pugno in bocca”».

Parliamo di noir: in molti casi, non è un vestito troppo stretto? Cosa significa per voi questo termine?

C.L.: «È essenzialmente un modo di raccontare storie, è una voce. Brutte storie che si raccontano tagliando i capitoli in modo che non si sappia quel che succederà dopo. Si scende nei misteri dell’animo umano, però senza dire tutto subito».

G.C.: «Ci sono romanzi scritti bene e romanzi scritti male, è la definizione di Chesterton che faccio mia. La narrativa di intrattenimento è rispettabilissima, però bisogna vedere cosa ci resta quando chiudiamo il libro, è una specie di test infallibile. Il noir si aggira nella penombra della coscienza, della morale e del diritto, è un’esplorazione. E permette di raccontare meglio la modernità metropolitana».

Ha ancora senso parlare di narrativa di genere?

C.L.: «I buoni libri scavalcano gli steccati, sono fatti di trama ma anche di lingua, sono atmosfera e incrocio di personaggi e situazioni. Il gusto del vero lettore non teme le classificazioni, e neppure io. Penso che scrivere significhi fare quello che si vuole nel miglior modo possibile».

G.C.: «Proviamo a immaginare un uomo che va in una città straniera, ha una rissa con un tizio, lo ammazza, poi conosce una donna molto bella e un po’ più grande di lui e se ne innamora e la sposa, diventa un personaggio importante di quella città e alla fine scopre che l’uomo che ha ucciso era il proprio padre. Un thriller di un certo livello, non credete? Ebbene, questa roba è l’Edipo re. Nessuno si sognerebbe di definirlo un noir».

Che rapporto avete con le serie tv?

C.L.: «Un tempo, il cinema era il parente più prossimo del nostro modo di raccontare storie, oggi lo sono le serie televisive. Come autore ne tengo conto eccome, e le guardo con grandissimo interesse anche se per lo più sono brutte e scritte male, per colpa dell’uso forzato degli ingredienti: qui ci vuole questo, là succede quest’altro. Ma le serie tv ben fatte mi aprono un modo diverso di narrare e sanno stupirmi. Confesso che ogni tanto rubacchio anch’io qualcosa da certe situazioni, e qualche serie l’ho pure scritta».

G.C.: «Produttori e autori sono ossessionati da cosa funziona oppure no, ma sbagliano e cadono in una micidiale trappola per la creatività. Con gli ingredienti fissi non avremmo avuto serie memorabili come Breaking Bad e Better Call Saul, e neppure la geniale Disclaimer, girata peraltro da un gigante come Cuarón. Poi, è vero che la maggior parte delle serie sono brutte: le guardo come si va da un vecchio amico. Di sicuro, lo schermo non toglie tempo alla lettura, il mio piacere privilegiato da quando avevo otto anni».

Lucarelli, lei legge Carofiglio?

C.L.: «Eccome. Lo farei anche se nei suoi libri non succedesse niente: il protagonista va a cena, al cinema e poi a letto. Perché lo leggo soprattutto per la scrittura, per la sua leggerezza profondissima e piena di cultura».

E lei, Carofiglio, legge Lucarelli?

G.C.: «Quando uscì Almost blue, lo lessi senza avere ancora cominciato a scrivere e pensai che non sarei mai stato capace di fare una cosa del genere. Torniamo sempre lì: è solo noir? Se ci metti mani e occhi, capisci che stiamo parlando di un’altra cosa».

Lucarelli, ci sbagliamo oppure la foto nella libreria alle sue spalle la ritrae abbracciato a Bill Clinton?

C.L.: «Uscivo da una moschea in Turchia e stava uscendo pure lui. Gli agenti della sicurezza mi spintonarono via, ma Clinton intervenne, disse “Fermi!” e poi mi chiamò: “Vieni con me”. La mia fidanzata scattò la fotografia del nostro abbraccio: sarebbe stato divertente apparire così, insieme noi due, di fronte alla stampa internazionale che stava lì fuori».

G.C.: «Forse, a quel punto qualcuno si sarebbe chiesto: ma chi è il tizio abbracciato a Lucarelli? Un noir, che con Trump sarebbe diventato un horror».

In effetti, Donald Trump fa più paura di qualunque personaggio dei vostri romanzi.

G.C.: «Vogliamo fare una riflessione sul suo profilo criminologico? Forma di sociopatia abbastanza estrema, con bisogno di sopraffazione e di infliggere sofferenza. Questa faccenda dei dazi ne è l’evidente dimostrazione. La cifra stilistica di questo signore è la stessa del programma televisivo che conduceva qualche anno fa, dove Trump si toglieva il gusto di dire a qualcuno: “Sei licenziato!”. Ci attende un periodo molto complicato».

Il libro

"Almeno tu” di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero, pagg. 176, euro 17, 50

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