«Mi dispiace moltissimo. Mi mancherà la sua amicizia. Mi mancheranno le sue telefonate, le sue visite. Avremmo dovuto vederci ancora, ma purtroppo non è stato possibile». Edith Bruck fuma sigarette sottilissime, ha i capelli raccolti e una coperta beige sulle spalle. Sulla poltrona del suo salotto pieno di ricordi, quattro anni fa venne a sedersi Papa Francesco. Aveva letto la sua lettera a Dio, il romanzo Pane perduto. Voleva conoscere la scrittrice e poetessa ungherese che ha scelto l’italiano come lingua salva, fatta di parole che non aprono ferite insopportabili. Ancora sulla soglia dell’appartamento, Francesco allargò le braccia. E lei gli andò incontro, piangendo. «Non so ancora dire il perché di quelle lacrime, di quell’emozione», dice oggi Bruck.
Nel suo ricordo, Francesco è una figura fatta «di z…
«Mi dispiace moltissimo. Mi mancherà la sua amicizia. Mi mancheranno le sue telefonate, le sue visite. Avremmo dovuto vederci ancora, ma purtroppo non è stato possibile». Edith Bruck fuma sigarette sottilissime, ha i capelli raccolti e una coperta beige sulle spalle. Sulla poltrona del suo salotto pieno di ricordi, quattro anni fa venne a sedersi Papa Francesco. Aveva letto la sua lettera a Dio, il romanzo Pane perduto. Voleva conoscere la scrittrice e poetessa ungherese che ha scelto l’italiano come lingua salva, fatta di parole che non aprono ferite insopportabili. Ancora sulla soglia dell’appartamento, Francesco allargò le braccia. E lei gli andò incontro, piangendo. «Non so ancora dire il perché di quelle lacrime, di quell’emozione», dice oggi Bruck.
Nel suo ricordo, Francesco è una figura fatta «di zucchero filato». Bianca. Calda come l’abbraccio in cui la strinse comportandosi da padre: «Adesso respira, prendiamo un po’ d’acqua. Calma, calma, calma», le disse. Un padre sollecito venuto a conoscere una sopravvissuta al campo di concentramento e al forno crematorio. Una bambina che nell’inferno dei campi ha perso la madre e il padre. Al Papa, Bruck raccontò dell’ufficiale tedesco che le aveva chiesto «come ti chiami?» e le aveva regalato un pettinino. «Avrei voluto essere io a farlo», disse Francesco porgendole un pettine immaginario. Una scena muta che la scrittrice non ha dimenticato.
Il Papa l’aveva cercata dopo aver letto la sua lettera a Dio, che è una lettera di smarrimento, di solitudine. Cosa l’aveva colpito?
«L’invocazione alla mia mamma, che ogni giorno pregava per qualsiasi cosa. Perché mio padre potesse avere delle scarpe, per un cappotto per noi. Parlava con Dio tutto il giorno, in ogni momento, chiedendo qualsiasi cosa, guardando verso l’alto, e io che ero una bambina di sei, sette anni lo trovavo surreale. Le dicevo: non pregare, non parlare con Dio, parla con noi. Tanto lui non ti ascolta».
Lei ha mai pregato, almeno da bambina?
«No, mai. Vedevo lei e mi arrabbiavo. Così come si sarebbe arrabbiata la mia mamma se avesse saputo che ho avuto l’ardire di scrivere una lettera a Dio, di rivolgermi a lui sfidando la sua impotenza».
Papa Francesco ha cercato di convincerla dell’utilità della preghiera, della necessità della fede?
«No, la cosa più incredibile di Francesco è che quando gli ho parlato dei dubbi che mi hanno accompagnata per tutta la vita, non ha detto quel che mi aspettavo».
Che cosa si aspettava?
«Che mi dicesse Dio c’è, stai tranquilla, è lì per noi».
E invece?
«E invece mi ha detto: Dio è una ricerca continua. Io come una bambina volevo sentirmi dire qualcosa di rassicurante, ma lui col ditino faceva: no, no. Questo Dio va cercato e non sappiamo dov’è».
Lei lo sta cercando?
«No, io non cerco. Ma posso dirle una cosa che ho sempre desiderato, sulla fede».
Cosa?
(La voce di Bruck si incrina e appaiono le lacrime). «Ho sperato più forte che potessi che la mia mamma, che invocava Dio ogni momento, ci credesse ancora quando è stata portata al forno. Non posso saperlo, perché ad Auschwitz ci hanno separate subito. Io a destra, lei a sinistra. Ma vorrei tanto che ci abbia creduto fino all’ultimo».
La prima cosa che ha fatto Francesco, quando vi siete visti, è stato chiedere perdono per quanto fatto nella storia agli ebrei.
«Sì, ma come si fa a chiedere perdono per mille anni di persecuzione e di conversioni forzate? La Chiesa ha colpe immense sull’antisemitismo».
Ancora oggi?
«Francesco no, ma la Chiesa sì. Anche se io penso, e sono stata l’unica a dirlo, che abbia sbagliato quando ha parlato di un genocidio a Gaza».
Il Papa ha scritto che la Corte penale internazionale doveva indagare sulla possibilità che fosse in corso un genocidio.
«Bisogna capire che genocidio è un’altra cosa: significa mettersi a tavolino medici, scienziati, e dire: con i capelli riempiamo le federe, col grasso facciamo il sapone. Paragonare qualsiasi tragedia alla Shoah significa appiattire, diminuire, banalizzare una storia che non ha eguali».
Pensa sia un’accusa usata contro Israele ingiustamente?
«Non credo ci sia malafede, non è questo: c’è ancora un difetto di comprensione di quel che è stata la Shoah. Era anche questo a far disperare il mio amico Primo Levi».
A Gaza sono morte decine di migliaia di persone. E decine di migliaia di bambini. Non è disumano?
«Assolutamente sì, certo. Io non sto difendendo la politica israeliana. Già sessant’anni fa quando facevo la giornalista parlavo della necessità dei due Stati e di una convivenza pacifica. La politica di Netanyahu non ha solo ucciso migliaia di persone, ma ha anche provocato un nuovo tsunami di antisemitismo che rischia di spazzarci via. Lui fa la sua politica e noi, gli ebrei, veniamo offesi o odiati in Italia, in Francia, dappertutto».
È ancora arrabbiata con Francesco per quelle parole?
«Quello che avrei voluto, è che potesse venire a trovarmi come aveva promesso quando mi ha chiamata per il compleanno. Gli ho detto: ho nostalgia. E lui: anch’io. Devo fare quella cosa (Bruck imita l’accento di Bergoglio) e poi vengo».
Se avesse potuto chiedergli ancora qualcosa, cosa gli avrebbe chiesto?
«Di fare di più contro l’antisemitismo».
Crede che Francesco abbia fatto tutto il possibile per la pace?
«Ha fatto quello che poteva, ma purtroppo non è cambiato niente. Verba volant, le parole fuggono e il mondo non cambia. Tutti noi vogliamo la pace, io ho detto che la porta santa del Giubileo è il mio cuore, che non odia nessuno. Ed è così, è vero, per questo ho sperato fino all’ultimo che Francesco guarisse. Lui sapeva che l’odio chiama odio, la vendetta chiama vendetta. Quel che ho sempre ripetuto ai ragazzi è: fate morire di fame il male dentro di voi, fate crescere il bene. È questa la mia religione».