✕

Credenti e no, il confronto possibile fondato sul rispetto

Ascolta l'audio

Francesco è stato il papa più attivo nel dialogo con chi non ha la fede. Per molti un progresso, per altri un tradimento della tradizione
3 minuti di lettura

Un forte legame di amicizia e di reciproca stima ha legato papa Francesco a Eugenio Scalfari. Non sarebbe una notizia se non fosse per la distanza ideologica che separava in apparenza i due uomini e il significato profondo di un tale rapporto. Che il legame ci fosse è dimostrato dalle numerose visite e colloqui, di alcuni dei quali Scalfari ha dato conto su questo giornale.

Ma qual è l’aspetto notevole di un legame tanto insolito? Il fatto che Scalfari non ha mai nascosto il suo ateismo. Quando morì i funerali laici in Campidoglio, insieme solenni e affettuosi, testimoniarono per l’ultima volta la sua estraneità a una fede religiosa.

Gli atei dichiarati hanno per un tempo lunghissimo trovato poco ascolto all’interno delle gerarchie cattoliche. Per non…

Un forte legame di amicizia e di reciproca stima ha legato papa Francesco a Eugenio Scalfari. Non sarebbe una notizia se non fosse per la distanza ideologica che separava in apparenza i due uomini e il significato profondo di un tale rapporto. Che il legame ci fosse è dimostrato dalle numerose visite e colloqui, di alcuni dei quali Scalfari ha dato conto su questo giornale.

Ma qual è l’aspetto notevole di un legame tanto insolito? Il fatto che Scalfari non ha mai nascosto il suo ateismo. Quando morì i funerali laici in Campidoglio, insieme solenni e affettuosi, testimoniarono per l’ultima volta la sua estraneità a una fede religiosa.

Gli atei dichiarati hanno per un tempo lunghissimo trovato poco ascolto all’interno delle gerarchie cattoliche. Per non parlare ovviamente di secoli remoti quando un dichiarato ateismo o una visione ereticale rispetto alla dottrina ufficiale era causa di pene severe non esclusa quella di morte. Penso a Giordano Bruno, a Galileo Galilei ma anche a quei sacerdoti detto modernisti come Alfred Loisy in Francia o Ernesto Bonaiuti in Italia, perseguitato dalla Chiesa prima con la complicità del fascismo ma anche dopo la guerra e la caduta del regime mussoliniano. Questo periodo è cessato e Francesco non è certo stato il primo ad aprire verso i non credenti. Già nel 2011 è stata inaugurata a Parigi un’iniziativa chiamata “cortile dei Gentili” che voleva favorire esattamente un incontro tra credenti e non credenti.

Vale la pena di ricordare a che cosa si riferisse la denominazione. Il tempio di Gerusalemme aveva all’interno del suo vasto recinto un primo cortile, detto appunto dei Gentili, dove tutti erano ammessi, ebrei e non ebrei. C’era poi, all’interno del primo, un secondo cortile riservato esclusivamente ai circoncisi. Al centro di questo secondo cortile si ergeva il Sancta Sanctorum al quale poteva accedere solo il Sommo sacerdote. Ricordo la struttura del tempio (distrutto dalle truppe di Tito nel 70 e.v.) perché da lì è stata presa la denominazione citata poco sopra. ll Cortile dei Gentili, un’area di libera discussione aperta a ogni opinione, è diventato uno dei dipartimenti del Pontificio consiglio della cultura, dicastero della Santa Sede.

Francesco però ha applicato questa apertura alla sua maniera cioè aprendo non soltanto al dialogo ma anche ad alcune esigenze che venivano dal mondo esterno alla Chiesa. Molti ricordano una delle prime esternazioni del suo pensiero durante un volo di ritorno a Roma, nei primi tempi del suo pontificato. Alla domanda di un giornalista su quale considerazione si dovesse avere degli omosessuali, il pontefice rispose che non si sentiva di giudicare queste persone: «Chi sono io per giudicare?».

Parole ripetute quasi alla lettera nel 2015 quando, aprendo il Sinodo sulla famiglia, disse: «L’umiltà evangelica porta a non puntare il dito contro gli altri per giudicarli, ma a tendere loro la mano per rialzarli, senza mai sentirsi superiori... Non giudicate, per non essere giudicati».

Aperture importanti, attese da molti come una liberazione, da altri duramente criticate come un tradimento verso l’insegnamento tradizionale. Infatti, il papa ha talvolta dovuto retrocedere rispetto alle sue intenzioni e alla sua evidente convinzione. Aveva il senso della politica, conosceva le difficoltà di gestione di un istituto di immane complessità come la Chiesa, elemento che non va mai trascurato. Poteva sembrare un parroco ma c’era sempre grande finezza e capacità di distinguo in ciò che diceva e faceva, non per niente era un gesuita formatosi sulle sottigliezze della filosofia scolastica.

Alla base del rapporto con Scalfari e più in generale con il mondo dei non credenti c’era dunque questo affanno di ricerca, la voglia di capire le ragioni dell’altro, forse potrei aggiungere la curiosità, il desiderio di capire bene quale potesse essere la differenza tra adesione a una fede e libera spiritualità.

Molte persone consapevoli condividono del resto questi sentimenti. Aderire a una fede implica obbedienza a riti, simboli, dogmi, procedure, gerarchie, apparati. La spiritualità ne fa a meno, esiste una spiritualità di tipo umanistico coltivata per scelta senza speranza di premio né timore di castigo. Scalfari era un ateo di questo tipo, se mi è consentito l’avvicinamento, lo sono anch’io.

La spiritualità coltivata senza una fede trascendente significa cercare la comprensione dell’altro, percorrere il tragitto della vita cercando di arrecare il minor danno possibile, rispettando la natura che ci circonda, la terra che calpestiamo, apprezzando come una benedizione il cibo che ci nutre. Personalmente ho trovato questa visione umanistica della spiritualità nel pensiero di un grande filosofo ateo, Ludwig Feuerbach, spesso ingiustamente racchiuso nella formula «Non è stato dio a creare gli uomini bensì gli uomini a creare i vari dei». È così ma la formuletta non basta perché Feuerbach dice anche molte altre cose di grande umana bellezza.

Posso quindi benissimo immaginare questi due grandi vecchi a colloquio che esplorano con cautela e fascino l’uno il mondo dell’altro. Da parte di un uomo come Scalfari la cosa è già notevole, da parte di un pontefice regnante è addirittura eccezionale.

Chi non si riconosce in alcun dio, diciamo brutalmente un ateo, si trova a fare i conti con un dilemma: è preferibile coltivare alcune illusioni e rendere in questo modo la vita meno aspra, più capace di senso? Soprattutto ritenere possibile una sua prosecuzione dopo la morte corporale? O essere consapevoli della loro illusorietà a costo di fare più aguzzi gli spigoli contro i quali la vita ci manda a sbattere? La mia opinione è che per affrontare la seconda opzione ci vuole in ogni caso più coraggio. I colloqui tra Francesco e Scalfari mettevano a confronto due diversi tipi di coraggio. Il papa che sfidava resistenze e ostilità all’interno della Curia e di vaste diocesi come, per esempio, quella degli Stati Uniti, Scalfari che misurava la propria capacità di resistenza alla seduzione che il conforto di una fede esercita soprattutto quando il peso degli anni diventa grave, la schiena s’incurva, le gambe vacillano. C’era in quei confronti una somma di umanità ma anche un’indicazione che resta valida per tutti: atei e cattolici possono fare insieme un buon tratto di strada prima che le rispettive convinzioni li separino.

Leggi i commenti