Grazie 25 aprile, ci hai ridato la gioia di essere italiani
di Michela PonzaniDonne dei comitati antifascisti di Ferrara sfilano per la città liberata, 25 aprile 1945
«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case». Milano, ore 8 del mattino del 25 aprile 1945. Ai microfoni di Radio Milano liberata, Sandro Pertini annuncia l’insurrezione contro l’occupazione tedesca. Nemico giurato di Mussolini, Pertini è il sorvegliato speciale, l’uomo schedato nel 1925 come pericoloso sovversivo, il perseguitato mandato al confino di polizia sull’isola di Ventotene. L’uomo evaso nel 1944 dal carcere di Regina Coeli, tornato per organizzare la Resistenza e firmare il decreto di condanna a morte del tiranno. «Arrendersi o perire!» è l’intimazione data al nemico, che in Italia ha lasciato una lunga scia di sangue e che ora non ha più scampo.
Sandro Pertini tiene un comizio a Milano
Oggi in pochi lo ricordano, ma fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, i…
«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case». Milano, ore 8 del mattino del 25 aprile 1945. Ai microfoni di Radio Milano liberata, Sandro Pertini annuncia l’insurrezione contro l’occupazione tedesca. Nemico giurato di Mussolini, Pertini è il sorvegliato speciale, l’uomo schedato nel 1925 come pericoloso sovversivo, il perseguitato mandato al confino di polizia sull’isola di Ventotene. L’uomo evaso nel 1944 dal carcere di Regina Coeli, tornato per organizzare la Resistenza e firmare il decreto di condanna a morte del tiranno. «Arrendersi o perire!» è l’intimazione data al nemico, che in Italia ha lasciato una lunga scia di sangue e che ora non ha più scampo.
Sandro Pertini tiene un comizio a Milano
Oggi in pochi lo ricordano, ma fra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, in Italia si combatte una “guerra totale”: le popolazioni civili, investite di colpo da un conflitto che usa la violenza in maniera massiccia e indiscriminata, diventano il bersaglio strategico di una guerra terroristica, fra le più crudeli della storia. Rastrellamenti con incendi a case e villaggi, corpi impiccati sulla pubblica piazza a monito della popolazione, torture sui corpi dei prigionieri politici, stragi, deportazioni, razzie e stupri contro le donne. La guerra ai civili è una precisa strategia militare che segue la logica della “terra bruciata”, della guerra “casa per casa”; una tattica di terrorismo preventivo e intimidatorio, utilizzata dalle forze occupanti tedesche per “bonificare” il territorio dalle bande di ribelli e punire i civili che ai partigiani osano dare rifugio, cibo e cure. Ma a massacrare civili innocenti ci sono anche tanti italiani: spie, delatori, squadre di brigate nere, reparti della X Mas e militi della Gnr. Sono loro a straziare i corpi di donne, vecchi e bambini nelle operazioni di polizia antipartigiana (oltre 5000 casi censiti dall’Atlante delle stragi nazifasciste): fascisti animati dal culto del sangue e della violenza, da un crudele spirito di vendetta che cresce man mano che la guerra si sente perduta.
La lotta partigiana è una guerra di liberazione anzitutto contro la criminale violenza nazifascista che usa la “politica del terrore”; ma è anche una scelta di libertà. Per la generazione cresciuta nell’Italia degli anni ’30, all’ombra del culto del Littorio, la Resistenza è un atto di disobbedienza radicale, di «rifiuto del potere» fascista (come scriverà Italo Calvino), che si trasforma in assunzione di responsabilità. Braccati senza tregua, alla macchia, i partigiani raccolgono i principi stabiliti dalle Nazioni Unite nel 1941: libertà di pensiero e di parola, libertà dalla paura e dal bisogno. Liberare il Paese dai tedeschi è solo il punto di partenza per realizzare una società più giusta, per una svolta democratica dove ogni italiano possa esercitare un pezzo di sovranità (sottratta a un re traditore), e saldare l’orizzonte dei diritti civili a una dimensione di giustizia sociale.
A resistere dopo l’8 settembre del ’43 sono soprattutto ufficiali e soldati del regio esercito sbandato, come il maggiore Antonio Ayroldi, schifato da quel che ha visto in guerra. «Io sono un soldato che ha sentito il piombo nemico. L’infame governo di ladri fascisti ha rovinato la nostra patria», scriverà prima di morire alle Fosse Ardeatine. E poi tanti studenti ispirati da uno spontaneismo libertario, patriottico, influenzato da Mazzini e da Croce, operai, antifascisti della prima ora, sorvegliati speciali, che fin agli anni ’20 hanno patito il carcere e il confino, esuli in Francia e volontari nella guerra di Spagna: sono i “piccoli maestri” decisi a mettersi fuori legge per farla finita con un regime che ha portato la rovina d’Italia.
Ma nella lotta partigiana combattono anche le donne, ansiose di sovvertire un regime che le ha condannate a essere preda e bottino degli eserciti. Per loro la Resistenza è uno strappo definitivo con la società patriarcale, la liberazione dall’educazione fascista improntata al rispetto delle gerarchie, fuori e dentro le mura domestiche, che ha ridotto la donna a essere «la pietra fondamentale della casa, la sposa e la madre esemplare».
Combattere, però, non è una decisione presa a cuor leggero. Convincersi all’uso armato della violenza è un dramma di coscienza attraversato da dubbi, da crisi, da tormenti interiori: perché in fondo «ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione», come ricorderà Cesare Pavese nella sua La casa in collina.
Azioni di sabotaggio, attacchi a convogli in transito e a linee nemiche, agguati continui a tedeschi e fascisti nelle città occupate: chi combatte nella Resistenza deve misurarsi ogni giorno con il terrore senza cedere mai alla paura. È una scelta coraggiosa ma non scontata, una scelta dolorosa e carica di responsabilità, verso la quale il Paese dovrebbe avere riconoscenza.
E invece a ogni anniversario del 25 aprile il dibattito pubblico è scosso da un processo alla Resistenza che punta il dito sulle ragioni dell’antifascismo, confondendo torti e ragioni, meriti e bassezze, valori e disvalori, che cerca di equiparare le azioni partigiane ad atti di terrorismo. Si assiste, di contro, a una generale riabilitazione del fascismo, quasi a giustificare le colpe dei tanti crimini commessi da militi della Rsi, «buoni padri di famiglia», costretti solo a obbedire a ordini superiori.
«Assassini», «vigliacchi», «colpevoli sfuggiti all’arresto»: così i revisionisti hanno da sempre definito i partigiani, accusati d’irresponsabilità per non essersi costituiti ai nazisti in modo da evitare rappresaglie. Ma si tratta di una questione tirata fuori in maniera consapevolmente faziosa da chi, ancora oggi, si dimostra incapace di considerare il profondissimo dilemma umano che i partigiani di tutta Europa si erano posti, con estrema serietà e coscienza. In tutte le sue componenti politico-culturali, l’antifascismo voleva un’Europa in cui le nazioni potessero convivere pacificamente; ma con l’irrompere della guerra, l’idea della pace non poteva indurre alla soluzione d’arrendersi, di cedere al ricatto delle rappresaglie. Oggi, grazie alle sentenze pronunciate dalla giustizia internazionale, per i nazisti non è più possibile nascondersi dietro al dito degli ordini ricevuti. Perché per sterminare centinaia di donne e bambini, come accaduto a Sant’Anna di Stazzema o a Marzabotto-Monte Sole, non è sufficiente dire ho obbedito a un ordine; bisogna credere a quell’ordine, bisogna essere disposti a considerarlo legittimo.
La Resistenza ha affermato il diritto di un popolo a non farsi massacrare, a non farsi annientare senza muovere un dito: il diritto di lottare per restituire dignità al Paese in cui il fascismo aveva avuto origine.
Il 25 aprile è il simbolo di una libertà riconquistata a caro prezzo da chi patriota lo è stato davvero. Una giornata chiamata a celebrare il ricordo, per le generazioni future, di quei venti mesi di guerriglia, trascorsi clandestinamente sulle montagne, tra «agguati, rastrellamenti, e imboscate», dove ognuno, a modo suo, aveva imparato a combattere «per l’indipendenza della patria e per la dignità di uomini liberi». Nelle città presidiate dai Gap o a Nord della linea Gotica, tra gli Appennini e il Po, con la mobilitazione sociale nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle campagne, la Resistenza rappresentò il senso più profondo di una lotta che riscattò l’onore della patria, gettata nel fango da Mussolini e dai suoi miti guerrieri.
Ha scritto così Rosario Bentivegna, partigiano dei Gap, ricordando quei giorni: «Capimmo allora, poco più che ventenni, che la pace tra uomini liberi era la cosa più bella del mondo e quella lezione non l’abbiamo mai dimenticata, noi che abbiamo dovuto batterci nella più feroce delle guerre e abbiamo visto cadere, al nostro fianco tante persone che ci erano care. La guerra è la cosa più sporca, più ignobile che all’uomo possa capitare di vivere, anche se i fascisti la acclamavano e la invocavano come unica igiene del mondo».
I libri
Per l’ottantesimo anniversario del 25 Aprile Repubblica regala il 24 aprile, ai lettori di sei importanti città italiane, un libro sulla Liberazione dal nazifascismo, che approfondisce in particolare ciò che accadde in quella determinata città. I volumi - intitolati, con uno schema identico, Roma libera, Milano libera, Napoli libera, Torino libera, Bologna libera, Genova libera - sono in edicola in omaggio per i lettori, con il nostro quotidiano: ciascuno è abbinato a una edizione locale di Repubblica. Ogni saggio presenta parti condivise con gli altri volumi - tra cui la prefazione di Michela Ponzani che pubblichiamo qui - e tanti approfondimenti specifici.