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25 aprile. “L’ultimo bacio di mia madre quando le SS me la rubarono”

Partigiane a Milano (Photo by Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

 

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Incontro con Savina Reverberi, figlia di Gabriella Degli Esposti, martire partigiana, uccisa perché non volle tradire
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Modena. Quando le SS «le rubarono la mamma» Savina Reverberi aveva 12 anni. La mamma si chiamava Gabriella Degli Esposti, nome di battaglia Balella: aveva 32 anni, due figlie ed era incinta al settimo mese. «Siccome la pancia era troppo grande e il grembiule non si chiudeva, aveva messo un grembiulino anche davanti, sembrava una ragazzina. Aveva indosso quello e i calzettini quando la vennero a prendere. La picchiarono davanti a me, la sbatterono a terra, la presero a calci». Lei che urla: mamma cosa devo fare? E Gabriella che le manda un bacio dalla camionetta, prima di scomparire dietro al cancello. Savina oggi ha 92 anni ma quella scena ce l’ha ancora fissa davanti agli occhi. Pulsante. È quella che fa più male, insieme al pensiero delle sofferenze che ha dovuto sopportare la mamma, prima di morire.

Sì perché i tedeschi la torturarono per giorni, Balella, prima di fucilarla sul greto del fiume a San Cesario, insieme ad altri nove compagni, il 17 dicembre 1944. La picchiarono selv…

Modena. Quando le SS «le rubarono la mamma» Savina Reverberi aveva 12 anni. La mamma si chiamava Gabriella Degli Esposti, nome di battaglia Balella: aveva 32 anni, due figlie ed era incinta al settimo mese. «Siccome la pancia era troppo grande e il grembiule non si chiudeva, aveva messo un grembiulino anche davanti, sembrava una ragazzina. Aveva indosso quello e i calzettini quando la vennero a prendere. La picchiarono davanti a me, la sbatterono a terra, la presero a calci». Lei che urla: mamma cosa devo fare? E Gabriella che le manda un bacio dalla camionetta, prima di scomparire dietro al cancello. Savina oggi ha 92 anni ma quella scena ce l’ha ancora fissa davanti agli occhi. Pulsante. È quella che fa più male, insieme al pensiero delle sofferenze che ha dovuto sopportare la mamma, prima di morire.

Sì perché i tedeschi la torturarono per giorni, Balella, prima di fucilarla sul greto del fiume a San Cesario, insieme ad altri nove compagni, il 17 dicembre 1944. La picchiarono selvaggiamente. Le tagliarono i seni, le strapparono gli occhi. «Volevano farsi dire i nomi, perché casa nostra era la base più importante della zona e lei conosceva tutti, ma lei non parlò mai», racconta Savina con gli occhi stretti come fessure. Sulla mamma partigiana, martire, medaglia d’oro al valore militare, ha scritto (a mano) un libro di 700 pagine, che poi la figlia Patrizia ha battuto a macchina. Si è decisa a «mettere il cuore per iscritto» qualche anno fa, dopo il ritrovamento dell’armadio della vergogna, dopo aver seguito tutto il processo al tribunale militare di La Spezia, e dopo che l’unico imputato ancora in vita, Hans Schiffmann, morì.

Savina Reverberi con i bambini delle scuole

 

Ieri lo ha portato ai ragazzini della scuola media Sola e ai bambini di quinta elementare delle Begarelli, a San Damaso, Modena. «Vi chiedo scusa se non so parlare bene – inizia – ma non ho potuto studiare. Quando ho deciso di scrivere l’ho fatto per voi, perché comprendiate che dovete sempre lottare per la pace, perché quelli che ci rimettono di più con la guerra sono i bambini. La mia sorellina quando i tedeschi ci rubarono la mamma aveva solo tre anni». Era il 13 dicembre del 1944, poco dopo l’ora di pranzo. Il giorno prima il padre di Savina, era tornato dalle montagne perché era il suo compleanno, avevano mangiato tutti insieme. Una festa. «Mia mamma apparecchiò in cantina perché la porta dava sui campi, così il mio babbo sarebbe potuto scappare». Ma i tedeschi arrivarono quando lui già non c’era più. «La mamma mi aveva tenuta a casa da scuola, sentii un camion arrivare e la vidi sbiancare: cercavano Bruno Reverberi, mio padre. Lei finse di essere una sfollata, disse che il caseificio dei Reverberi era a Riolo. Ma sapeva che sarebbero tornati. Le sfollate che erano con noi la pregarono di scappare ma lei non volle. Diceva che avrebbero fatto male ad altri, al posto suo».

Gabriella Degli Esposti detta Balella

 

Veniva da una famiglia molto povera, Belella, di origini contadine. Sin dall’inizio, insieme al marito, rifiutò di prendere la tessera del partito fascista. Era attivissima nella Resistenza, fece della sua casa una base logistica fondamentale, si occupava del reclutamento. «Nei casari venivano le persone a portare il latte ed era lì che i miei genitori cercavano di insegnare ai giovani cosa voleva dire il fascismo. La mamma era molto conosciuta per questo, e le ragazze che avevano voglia di partecipare venivano da lei», dice Savina. Gabriella non stava zitta, non sopportava di stare nelle retrovie. Come quella volta in cui guidò le altre donne della campagna davanti al Comune, per chiedere pane e legna. La prima volta nel 1943, poi ancora. Le foto ritraggono in bicicletta col cartello: «Gruppi di difesa donna».

Raccoglieva scarponi e coperte da mandare sui monti, spediva i medici da chi era ferito, nascondeva la stampa clandestina nel manubrio della bicicletta. Una volta che i fascisti appesero il cadavere di un partigiano fuori dalla scuola, intimando ai bambini, inclusa Savina, di sputargli addosso, Gabriella di notte prese un carretto della frutta e portò il corpo al camposanto. Partecipava alle azioni di sabotaggio, sempre portandosi dietro Savina. «Faceva finta che fosse un gioco ma io me ne accorgevo, ero una piccola partigiana come lei – racconta la figlia – Ricordo che una volta ci portò a mettere chiodi sulla strada. Io stavo davanti, lei fingeva di raccogliere i radicchi selvatici alle mie spalle, ma vedevo le camionette ferme e sentivo i tedeschi sbraitare. Quando tornò disse al babbo: “Ti ho anche raccolto l’insalata”». Oppure: «Mi diceva dai, voltiamo i cartelli? Così quei ragazzi non ci vanno a morire in guerra». «Un giorno si fermò in stazione un treno carico di armi e il babbo andò a prenderle. Si era deciso che avrebbe dovuto portarle in una stamperia isolata. Ma la mamma l’indomani mattina disse: andiamo a fare la spesa a Manzolino? E invece di andare a fare la spesa portò lei le armi alla stamperia. Mio padre si arrabbiava e lei rispondeva: “Cosa vuoi che facciano a una donna con due bambine?”». C’è una lapide che ricorda i morti di San Cesario fuori dal centro commerciale Le Magnolie, a Castelfranco Emilia. È stata messa lì perché è proprio in quel punto che Gabriella fu vista agonizzante. «C’era un signore che mi diceva sempre: se non fosse per tua mamma io non sarei qui - racconta Savina - Un giorno gli chiesi il perché, e lui mi spiegò che dopo che la mamma fu torturata le facevano passare tutti gli arrestati davanti e le chiedevano: questo lo conosci? E questo? Ma lei diceva sempre di no. Lo fece anche con lui, così gli salvò la vita».

Savina fece in tempo a vederla, quella che chiama la camera della morte, prima che venisse abbattuta «per il progresso» e trasformata in un centro commerciale. Cercava tracce della mamma per terra, le trovò sulle pareti. «Erano piene di sangue. Quel muro lì ho cercato di abbracciarlo, avrei voluto portarmelo a casa per sentire il suo calore», ricorda piangendo.

Un bambino le chiede: le è rimasto qualcosa di sua mamma? Risposta: le scarpe. Svolgimento: «Mio padre un giorno mi disse di andare a prendere delle forbicine. Voleva farsi aprire la bara e tagliarle una ciocca di suoi capelli per convincere noi bambine che la mamma fosse morta davvero, perché speravamo sempre che sarebbe tornata a casa. Ma l’avevano rasata e i capelli non li aveva più. Così papà ci portò le sue scarpe». Ai bambini ora Savina si raccomanda: «Studiate e lottate per un mondo libero. Dovete sempre lottare per poter dire il vostro pensiero. Essere razzisti mai, perché il sangue che scorre nelle vene è uguale per tutti, come la linfa delle foglie». Li ascolta cantare Bella Ciao e recitare poesie sulla Resistenza, E dice: «Vorrei abbracciarmeli tutti». Poi lo fa.

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