È necessario elaborare un “antifascismo dei moderni”? Ed è possibile farlo nel tempo presente, senza precipitare in una rinnovata retorica da ex combattenti e reduci e senza ricorrere a un’epopea consolatoria? Penso di sì, se si parte dalla convinzione, condivisa dalla gran parte degli studiosi, che il fascismo novecentesco sia stata la determinata forma storica di un regime che mirava alla negazione della libertà e di tutte le libertà; e dalla consapevolezza che, sconfitta quella determinata forma storica, altre potranno manifestarsi, tutte concentrate intorno alla stessa questione della libertà. Qui si trova il cuore nero dei fascismi: nella loro incompatibilità assoluta con il concetto di libertà, in ogni sua espressione e manifestazione.
Dunque, la fine violenta dei fascismi de…
È necessario elaborare un “antifascismo dei moderni”? Ed è possibile farlo nel tempo presente, senza precipitare in una rinnovata retorica da ex combattenti e reduci e senza ricorrere a un’epopea consolatoria? Penso di sì, se si parte dalla convinzione, condivisa dalla gran parte degli studiosi, che il fascismo novecentesco sia stata la determinata forma storica di un regime che mirava alla negazione della libertà e di tutte le libertà; e dalla consapevolezza che, sconfitta quella determinata forma storica, altre potranno manifestarsi, tutte concentrate intorno alla stessa questione della libertà. Qui si trova il cuore nero dei fascismi: nella loro incompatibilità assoluta con il concetto di libertà, in ogni sua espressione e manifestazione.
Dunque, la fine violenta dei fascismi del Novecento non comporta la loro estinzione, dal momento che la soppressione della libertà rimane la posta in gioco decisiva dei conflitti politici e sociali, una tentazione costante all’interno di diversi sistemi politici; e uno sbocco possibile, qualunque nome assuma, del degrado autoritario delle democrazie. Si tratta di quello che Umberto Eco chiamò “Ur-fascismo”, fascismo eterno. Emilio Gentile invita a manovrare con prudenza tale definizione, ma resta l’importanza del richiamo a quel fascismo originario e persistente che precede la sua traduzione in dittatura e che tende a riproporsi come un tratto permanente del sistema politico e del carattere nazionale. Tutto ciò, nelle categorie della scienza politica e nella percezione delle persone, richiama il peso opprimente dell’autoritarismo.
È questo che rinnova il senso profondo dell’attuale lotta antifascista: l’affermazione della libertà e delle libertà contro la deformazione autoritaria degli ordinamenti democratici. Un antifascismo dei moderni perché, come scriveva Benjamin Constant nei primi decenni del Diciannovesimo secolo, appartiene alla modernità un’idea di libertà come «diritto di essere sottoposto soltanto alla legge, di non essere arrestato, né tenuto in carcere, né condannato a morte, né maltrattato per la volontà arbitraria di uno o più individui». Ecco, è questa concezione ampia e integrale dell’autonomia della persona che oggi viene non solo mortificata nei Paesi dispotici ma anche insidiata e limitata in quelli liberali, dagli Stati Uniti all’Italia. Con numerose conseguenze. Sul piano storiografico, mette in discussione l’interpretazione crociana del fascismo come “parentesi” tra lo stato monarchico liberale e lo stato repubblicano democratico, lungo un percorso che andrebbe linearmente dall’Unità sino a oggi. Sembra vero, piuttosto, che solo con la guerra di Liberazione — con una rottura violenta, cioè — nasce la nuova Italia.
Viene in mente una frase di Piero Calamandrei rivolta ai suoi studenti: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati». Qui nacque la democrazia, come moto antifascista «per riscattare la libertà». Un’altra conseguenza è che il processo di liberazione nazionale si sviluppò all’interno di una guerra civile, che vide italiani in armi contro altri italiani in armi. Claudio Pavone, che scrisse un libro definitivo sul tema, così lo sottotitolò: «Sulla moralità nella Resistenza».
Questa lacerazione politica e, appunto, morale, non è stata mai elaborata compiutamente da una parte degli italiani, quelli sconfitti, e si è protratta fino a oggi, manifestandosi come ambiguità e revisionismo, oscillante tra menzogna e ottusità. Quando un membro del governo afferma che «con il fascismo c’era uno spirito di libertà straordinario» e un giornale titola sul 25 aprile come “lutto nazionale”, non è facile capire se si tratti semplicemente di imbecillità o di una tendenza politica, che richiede una cornice ideologica stracciona ma immediatamente riconoscibile.
Ancora una conseguenza. Il fatto che in Italia la conflittualità politica intestina sia particolarmente acuta discende propriamente dagli eventi del 1945. Le fratture dell’epoca non si sono mai ricomposte ed è mia opinione che non potessero farlo. La guerra civile ha lasciato tracce profonde e ferite non rimarginate, impedendo che si potesse formare una memoria condivisa. La grandissima maggioranza degli italiani e delle forze politiche si ritrova intorno ad alcuni principi (il parlamentarismo, il ripudio della violenza, la divisione dei poteri), ma essi non poggiano su una medesima e comune interpretazione dell’atto fondativo della Repubblica. Per questa ragione non c’è da stupirsi se il 25 aprile continui a essere una festa che non è di tutti.
Quelli che furono gli sconfitti di allora sono i vincitori politici di oggi. Certo, sono passati ottant’anni e due, tre generazioni. E, tuttavia, gran parte della destra post-missina è come se non accettasse ancora quella disfatta; è come se ne cercasse ancora la rivincita, incapace di riconoscere che se è al governo è grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza. La ragione risiede, tra l’altro, in quella irriducibile vocazione autoritaria che impedisce di ripartire da capo, di spezzare le radici, di darsi una nuova identità. La destra post-missina non può fare a meno di una traccia di continuità e la trova, in un modo o nell’altro, nel regime mussoliniano. E così, una volta conquistato il potere politico, accade che quella traccia si traduca in una irresistibile “volontà di potenza”. Come decisionismo e sostanzialismo, come controllo e repressione. In altre parole, come esercizio di forza statuale contro il disordine delle libertà. Ovvio: non è il fascismo, che non ritorna e non è destinato a ritornare, ma non per questo c’è meno bisogno dell’antifascismo dei moderni. Quello che promuove più libertà, più diritti, più democrazia.