Venezia
«Dovremmo iniziare a imparare l’italiano, sussurra Sheikha Al Mayassa ai Giardini della Biennale di Venezia, dove sorgerà il Padiglione del Qatar. Nell’ultimo mezzo secolo era capitato soltanto all’Australia e alla Repubblica di Corea di poter costruire un nuovo spazio permanente in quella che è la vetrina del contemporaneo più importante del pianeta. Per il piccolo Stato arabo è una vittoria del soft power, conquistata con tenacia, dopo le polemiche degli ultimi anni: dalle accuse di calpestare i diritti civili ai Mondiali di calcio.
La “sceicca dell’arte”, come viene soprannominata, sorella dell’emiro regnante a Doha, ci lavorava da tempo, dopo aver portato avanti in patria un programma culturale coinvolgendo le eccellenze dell’arte e dell’architettura, da Jean Nouvel a Alejandro Ara…
Venezia
«Dovremmo iniziare a imparare l’italiano, sussurra Sheikha Al Mayassa ai Giardini della Biennale di Venezia, dove sorgerà il Padiglione del Qatar. Nell’ultimo mezzo secolo era capitato soltanto all’Australia e alla Repubblica di Corea di poter costruire un nuovo spazio permanente in quella che è la vetrina del contemporaneo più importante del pianeta. Per il piccolo Stato arabo è una vittoria del soft power, conquistata con tenacia, dopo le polemiche degli ultimi anni: dalle accuse di calpestare i diritti civili ai Mondiali di calcio.
La “sceicca dell’arte”, come viene soprannominata, sorella dell’emiro regnante a Doha, ci lavorava da tempo, dopo aver portato avanti in patria un programma culturale coinvolgendo le eccellenze dell’arte e dell’architettura, da Jean Nouvel a Alejandro Aravena, passando per Jeff Koons e Olafur Elíasson. Adesso sorride davanti a quanti del mondo dei musei e delle fiere sono qui a vivere quello che il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco definisce «un momento storico».
Ci sono, tra gli altri, il direttore del Victoria and Albert Museum Tristram Hunt, quello di Art Basel Vincenzo de Bellis; Diane von Fürstenberg si avvicina a salutare la nuova padrona di casa, che dice: «Questa giornata segna l’inizio della nostra presenza a Venezia, offriamo un messaggio di inclusione, non solo di appartenenza a una cultura. Torniamo a far parte di questa storia che incrocia l’Occidente e l’Oriente della Terra».
E, nel momento più difficile del conflitto israelo-palestinese, Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, che arriva dal Paese mediatore tra le parti in guerra, precisa: «La bellezza parla di pace. Curatori e architetti hanno dato vita a questo. Ma soprattutto sognatori. Questo non è un padiglione, ma una casa dove incontrarsi per parlare di pace. La cultura è accessibile a tutti. La diplomazia culturale si esprime in una lingua inclusiva, dove non arrivano i politici». Buttafuoco non teme di cedere all’enfasi: «È un momento storico. Siamo nello spazio dove sorge, e lo dico al presente, il Padiglione permanente del Qatar. Sua eccellenza Sheikha Al Mayassa ha colto il significato: questo luogo è il giardino della diplomazia. Secondo un antico insegnamento, siamo chiamati a costruire questi giardini. È soltanto un primo passo: l’installazione che attraversiamo qui adesso ripete quel concerto di significati che diventano giardino. È l’arte che costruisce ogni volta l’immagine».
Il presidente della Biennale riprende un verso dei poeti del deserto citato anche da Franco Battiato, con cui condivideva l’interesse per la cultura islamica: «Al riparo del faggio anelo alla semplicità delle foglie». «Il passaggio degli emiri – continua – è stato testimonianza di bellezza, arte, civiltà. I versi di commiato che hanno lasciato a questa terra sono: “Vuote le mani ma pieni gli occhi del ricordo di lei”». Là dove sorgerà il padiglione vero e proprio, al momento, c’è una struttura di bambù dell’architetta pachistana Yasmeen Lari, che in questo Community Centre, come è stato battezzato, richiama la stessa struttura adoperata per dare rifugio alle vittime dei villaggi distrutti da inondazioni e terremoti. Un passo decisivo per la collaborazione tra il Qatar e Venezia è stato il protocollo firmato lo scorso anno a cui è seguita una donazione al comune di 50 milioni di euro «per soddisfare le pressanti esigenze della città nella gestione di un patrimonio unico ed estremamente complesso, che trascende i confini e rappresenta un tesoro per l’umanità».
La partecipazione del Qatar a questa Biennale Architettura continua idealmente a Palazzo Franchetti, di fronte all’Accademia, con la mostra Beyti Beytak. My Home is your home (La mia casa è la tua casa, ndr). Il nome è già un programma. Nel pomeriggio di ieri l’incontro tra la sceicca e Lina Ghotmeh, l’architetta che sta progettando il Padiglione qatariota. «È un padiglione nazionale certo, ma vuole supportare più voci nell’educazione e nella cultura. Abbiamo indetto un concorso per realizzarlo» chiarisce Al Mayassa. «C’erano anche due architetti del nostro Paese, dell’Africa, del sudest asiatico, ma poi la scelta è caduta su Lina, che è libanese. Lina sarà la prima architetta donna a costruire ai Giardini della Biennale di Venezia, è segno che i tempi sono cambiati. Sono 20 anni che in Qatar lavoriamo sulla diffusione della storia della cultura islamica. L’islam vuole riflettere la diversità e l’inclusione. Abbiamo un’idea per niente monolitica della religione. Vogliamo promuovere la convivenza pacifica».
Per Ghotmeh «crescere a Beirut significava rispondere proprio a questa domanda: come vivere insieme nella diversità? La bellezza è la risposta perché raduna le persone insieme. Beirut è stata devastata e ricostruita velocemente dopo la guerra. E per me anche il tema di portare la memoria nell’architettura è fondamentale. L’ospitalità impronterà il design del padiglione che verrà. I confini sono stati costruiti dagli uomini. Come architetti abbiamo il privilegio di mettere in connessione le culture attraverso il nostro linguaggio». «Esplorare e spingere gli altri verso la creatività è un altro obiettivo» continua Sheikha Al Mayassa «lavorare con gli artigiani e i materiali locali è fondamentale per portare avanti questo discorso. Se vogliamo puntare all’integrazione dobbiamo partire dall’essere umano, dalla formazione, costruire dal nulla dove le cose non ci sono ancora. Mantenere un equilibrio tra il progresso e la conservazione di una tradizione».
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