Raccontare una vita è sempre un po’ raccontare la propria. Anche se non ci assomiglia del tutto, anche se è di un altro tempo e di un altro luogo, perché i dolori, gli amori, l’attrito dei giorni, il ticchettio del tempo che ci consuma gli anni sotto i piedi ci appartengono, in ogni tempo e in ogni luogo. Ci sono poi quelle vite degli altri che dicono tanto di noi, perché è anche grazie a loro se siamo fatti in questo modo e non in un altro, se ci brillano gli occhi per certe parole, se godiamo oggi di certe possibilità e di certi diritti. Il filo che lega Annalisa Cuzzocrea a Miriam Mafai è forte, un’assonanza di pensieri, passioni, idee. Sono donne contigue, Annalisa e Miriam, ed è anche per questo che l’una riesce a raccontarci così bene la storia dell’altra in un libro bellissimo e puro, senza nemmeno una lacrima di troppo e con tanta speranza, ancora.
Raccontare una vita è sempre un po’ raccontare la propria. Anche se non ci assomiglia del tutto, anche se è di un altro tempo e di un altro luogo, perché i dolori, gli amori, l’attrito dei giorni, il ticchettio del tempo che ci consuma gli anni sotto i piedi ci appartengono, in ogni tempo e in ogni luogo. Ci sono poi quelle vite degli altri che dicono tanto di noi, perché è anche grazie a loro se siamo fatti in questo modo e non in un altro, se ci brillano gli occhi per certe parole, se godiamo oggi di certe possibilità e di certi diritti. Il filo che lega Annalisa Cuzzocrea a Miriam Mafai è forte, un’assonanza di pensieri, passioni, idee. Sono donne contigue, Annalisa e Miriam, ed è anche per questo che l’una riesce a raccontarci così bene la storia dell’altra in un libro bellissimo e puro, senza nemmeno una lacrima di troppo e con tanta speranza, ancora.
Cuzzocrea ha custodito per anni le lettere, le carte, i segreti di Miriam Mafai, li ha avuti in dono in una scatola blu dai suoi figli, Sara e Luciano, e ha promesso a sé stessa di dischiudere lo scrigno ai nostri occhi per raccontare questa donna come si racconta l’eroina di un romanzo, il romanzo del nostro dopoguerra. Perché ci siamo tutti, nella sua storia (E non scappare mai, Rizzoli). Donne e uomini, madri e figli, militanti e spettatori attoniti di una politica che si è andata via via affievolendo come una lucciola in un quartiere mangiato dal cemento. Ci sono le lotte e le speranze della generazione che ha costruito la Repubblica e alcuni insegnamenti utili oggi per chi è più giovane e di quella stagione ha letto solo sui libri di storia e forse non riesce più a connettere la parola antifascismo a un senso di rivolta viscerale contro la violenza ottusa del regime e la privazione della libertà, perché di quella libertà gode tuttora. Questo libro è per tutti, per chi ricorda e per chi non ricorda più, per chi c’è stato e per chi è venuto dopo, come un dono che passa attraverso mani generose per arrivare fino a noi, come una scatola blu piena di memorie, da maneggiare con cautela, perché i ricordi, si sa, sono taglienti.
E davvero la vita di Miriam Mafai è come un romanzo. Figlia di due noti artisti di origine ebraica, Mario Mafai e Antonietta Raphaël, viene educata insieme alle sorelle Giulia e Simona ai valori dell’antifascismo, perciò dopo l’8 settembre del 1943 diventa partigiana e in seguito alla Liberazione si iscrive al Partito Comunista. Il “bernoccolo del giornalismo” lo aveva sempre avuto, come scrive lei stessa in una lettera del 1939 in cui manda al suo papà partito in guerra i suoi “dispacci di famiglia”, con piccole novità, aggiornamenti, storie minime del quotidiano che diventano notizie grazie alla sua penna. Aveva tredici anni e conosceva già la sua passione. Vi si dedica professionalmente a partire dai primi anni Cinquanta e poi per tutta la vita, collaborando con l’Unità, Paese sera, dirigendo Noi donne, organo dell’Unione donne italiane, fondando insieme a Eugenio Scalfari un nuovo quotidiano che aveva l’ambizione di rivoluzionare il sistema di informazione di quegli anni. Decisero di chiamarlo la Repubblica, correva l’anno 1976.
Niente nella sua vita rimane fuori, quella ragazza si vuole realizzare completamente «come donna e come comunista». L’impegno, l’amore, la maternità, la politica, il partito, l’impegno condiviso con Gian Carlo Pajetta, suo compagno per trent’anni, i viaggi, il lavoro. Lei vuole «anche le rose», in accordo con un famoso slogan femminista. Nell’immediato dopoguerra è tra le organizzatrici dei treni dei bambini, quella incredibile macchina della solidarietà tra Nord e Sud che ho avuto la fortuna di raccontare qualche anno fa in un mio romanzo. Poi a Pescara è assessora comunale, si occupa di educazione e di sostegno agli indigenti. Intanto c’è il matrimonio con Umberto Scalia, non è il suo primo marito, come si scopre tra le pagine di questo libro, che è anche una scatola di segreti e ci rivela il pungolo più doloroso che rimase confitto forse tutta la vita nel cuore di una donna in apparenza corazzata.
Natalia Ginzburg in un suo famoso articolo del 1948 scriveva che le donne hanno la cattiva abitudine di tanto in tanto di cascare in un pozzo, anche quelle più energiche e sprezzanti, le tranquille come le non tranquille, un pozzo fatto di malinconia e tristezza che proviene da tanti secoli di schiavitù, dalla consapevolezza «di non poter disporre della propria vita». Miriam Mafai ha disposto della propria vita e infine anche della propria morte. Ha messo il lavoro al primo posto quando il lavoro le è sembrata la cosa più importante per sé e anche per gli altri. Ha messo la politica, il partito, la necessità di raccontare, di farsi testimone del presente al primo posto perché credeva che insegnare questo ai suoi figli equivaleva a insegnare loro a vivere. Eppure il pozzo ce l’aveva dentro, in una lettera e in una pistola che ha sempre conservato, un pozzo fondo e scuro che le ricordava ogni momento quanto il dolore di una persona amata possa ferirci a morte, eppure lasciarci in vita. Il segreto di Miriam l’aiutò forse a sapere che da ogni pozzo si può tornare in superficie.
Questo libro è per tutti, dicevo, uomini e donne di ogni generazione, ma è soprattutto per le ragazze, a cui Miriam Mafai dedica uno degli ultimi pezzi, l’8 marzo del 2011, un anno prima di morire. «Corri, bambina, corri…, tu che hai buona la testa, le gambe e il cuore. Corri senza rallentare davanti agli ostacoli, alla stanchezza, alla nostalgia (che pure talvolta ti coglie) del tempo della lentezza e della protezione. Corri per arrivare dove avevi deciso, per soddisfare il tuo sogno e la tua ambizione».
Indagare il mistero delle persone che abbiamo amato è l’avventura più bella che possa capitarci, ci confida Annalisa Cuzzocrea nella sua postfazione. E tu Miriam, grazie a lei, continua a correre, nel nostro ricordo e nei pensieri. Corri, e non scappare mai!
Il libro – E non scappare mai di Annalisa Cuzzocrea (Rizzoli, pagg. 272, euro 19). L’autrice lo presenterà il 17 maggio ore 13.45 al Salone di Torino; il 20 a Roma, ore 18.30 da Spazio Sette; il 26 a Napoli, alla Fondazione Foqus; il 29 a Bologna, Librerie coop ambasciatori; il 4 giugno a Milano, Libreria Rizzoli Galleria.