MILANO – Di fronte all’ingresso in viale Alemagna una balenottera azzurra di cartapesta si tuffa in una pozza d’asfalto, esotica apparizione in scala uno a uno realizzata da Jacopo Allegrucci, autore di alcuni tra i carri più noti del carnevale di Viareggio. Stavolta gli sono stati commissionati, fuor di parata, animali veri destinati all’effimero dall’uomo, creature che come la balena, la giraffa, l’elefante e l’ippopotamo, presto saranno dodo da tassonomia andata.
Dal 13 maggio e fino al 9 novembre, seguiranno nell’ordine il cetaceo nel ruolo di testimonial del mondo fuori controllo protagonista della Triennale XXIV, esposizione che a Palazzo dell’Arte a Milano per sei mesi metterà in scena le grandi Inequalities planetarie. La storica rassegna di idee e progetti d’architettura (ma non solo) è come sempre benedetta dal Bureau International des Expositions e vede Stefano Boeri, come da statuto Bie, ricoprire il ruolo di commissario generale della manifestazione in qualità di preside…
MILANO – Di fronte all’ingresso in viale Alemagna una balenottera azzurra di cartapesta si tuffa in una pozza d’asfalto, esotica apparizione in scala uno a uno realizzata da Jacopo Allegrucci, autore di alcuni tra i carri più noti del carnevale di Viareggio. Stavolta gli sono stati commissionati, fuor di parata, animali veri destinati all’effimero dall’uomo, creature che come la balena, la giraffa, l’elefante e l’ippopotamo, presto saranno dodo da tassonomia andata.
Dal 13 maggio e fino al 9 novembre, seguiranno nell’ordine il cetaceo nel ruolo di testimonial del mondo fuori controllo protagonista della Triennale XXIV, esposizione che a Palazzo dell’Arte a Milano per sei mesi metterà in scena le grandi Inequalities planetarie. La storica rassegna di idee e progetti d’architettura (ma non solo) è come sempre benedetta dal Bureau International des Expositions e vede Stefano Boeri, come da statuto Bie, ricoprire il ruolo di commissario generale della manifestazione in qualità di presidente di Triennale.
La scultura di Jacopo Allegrucci che rappresenta la balena in estinzione posizionata all’ingressodella Triennale
Con Inequalities l’istituzione milanese chiude la trilogia partita sei anni fa da Broken Nature e che, passando per Unknown Unknowns, si è posta da principio l’obiettivo di descrivere nel segno della scienza le dinamiche del cosiddetto antropocene. Il capitolo finale della saga, esplorato ieri in anteprima, nonostante l’estrema densità, è forse quello che più di tutti si pone il problema di come arrivare al grande pubblico provando a ridurre la complessità statistica che descrive diseguaglianze di ogni genere in installazioni, progetti, esempi chiari. «Abbiamo cercato di dare forma e anima ai numeri, Triennale ha una vocazione popolare» spiega stanco e di corsa Boeri alla vigilia della vernice.
Popolare l’ultima Triennale di due anni fa lo era stata davvero. Oltre 300 mila visitatori, quasi 20 mila in più rispetto alla Biennale d’architettura di Venezia. A gamba tesa è entrata lungo lo scalone d’onore che lega il primo piano al secondo l’attualità del conflitto tra Israele e Palestina. Titolo del progetto è 471 Days, tanti i giorni trascorsi tra il 7 ottobre 2023 e la tregua dello scorso 19 gennaio. Curata da Filippo Teoldi, per ogni giorno del conflitto una striscia più o meno lunga a seconda dei morti durante le 24 ore pende dal soffitto, mentre una didascalia confronta i caduti quotidiani palestinesi con quelli israeliani. «Ci tenevamo a rappresentare il dramma, l’abbiamo fatto in numeri che come noto costituiscono fatti, non opinioni» conclude Boeri.
Il piano terra di Triennale (il totale dell’edizione 24 è di dieci mostre, otto progetti speciali, venti padiglioni nazionali) è stato consacrato alle diseguaglianze geopolitiche. Come quelle descritte dalle mappe (disegnate da Tundrastudio, Colorzenith) dell’Atlante del mondo che cambia, sezione curata da Maurizio Molinari a partire dagli ultimi quattro libri pubblicati con Rizzoli. C’è poco lontano Radio Ballads, videoinstallazione curata tra gli altri da Hans-Ulrich Obrist, ci sono le sale firmate dall’archistar Norman Foster che dispiega i progetti con cui attraverso la propria fondazione si occupa di rispondere alla fame di alloggi ed energia del terzo mondo. C’è soprattutto la mostra Cities (il 70% della popolazione entro il 2050 vivrà in città) curata da Nina Bassoli che in apertura propone un corto di Amos Gitai: sette attori palestinesi e sette israeliani che recitano brani del Libro di Amos.
Al piano uno si parla invece di biodiversità per dire che le differenze sono una valore determinante. Qui protagonista è la mostra We the Bacteria curata da Beatriz Colomina e Mark Wigley, lunga ricognizione tra i microorganismi (i batteri che presto resisteranno al 70% degli antibiotici) che tengono in vita gli esseri umani. Un argomento che vede il sud del pianeta in vantaggio biologico. Telmo Pievani propone, dal castoro al polipo, otto geniali casi di biodiversità, Nic Palmarini con Marco Sammicheli immagina otto ministeri (del tempo, del sonno, della socialità e così via) che servirebbero in una società sempre più longeva e in cui vivere bene è la prossima frontiera. Ma come si fa a vivere tranquilli, sapendo che i cinque uomini più ricchi da soli posseggono la metà dei soldi del mondo?