La figlia del Che: “Papà, tra peluche e rivoluzioni finite”
di Maurizio CrosettiAleida da bambina con il padre Ernesto Guevara in uno scatto inedito
Torino
C’è una bambina nella notte, una notte lontana. «Avevo tre anni, ed ero abituata a dormire nel lettone con mamma. Quando papà tornava a casa, mi riportava in camera mia. Ma prima di mettermi giù, mi dava sempre un enorme bacio sulla guancia e io mi svegliavo, spaventata». La bambina si chiamava Aleida, e il papà Ernesto Guevara.
Aleida Guevara, 64 anni, davanti alla locandina della mostra sul Che, al Museo Archeologico di Bologna fino al 30 giugno
La figlia del Che è una pediatra di 64 anni che da una vita toglie il mito di dosso a quell’uomo e gli lascia l’amore. Questo pomeriggio al Salone del libro (18.30, Sala Internazionale) firmerà i cataloghi della mostra dedicata al padre, aperta al Museo Civico Archeologico di Bologna fino al 30 giugno. «Sono felice che tanti giovani ancora vedano nel Che un simbolo di speranza e l’idea che un mondo migliore è possibile».
Torino
C’è una bambina nella notte, una notte lontana. «Avevo tre anni, ed ero abituata a dormire nel lettone con mamma. Quando papà tornava a casa, mi riportava in camera mia. Ma prima di mettermi giù, mi dava sempre un enorme bacio sulla guancia e io mi svegliavo, spaventata». La bambina si chiamava Aleida, e il papà Ernesto Guevara.
Aleida Guevara, 64 anni, davanti alla locandina della mostra sul Che, al Museo Archeologico di Bologna fino al 30 giugno
La figlia del Che è una pediatra di 64 anni che da una vita toglie il mito di dosso a quell’uomo e gli lascia l’amore. Questo pomeriggio al Salone del libro (18.30, Sala Internazionale) firmerà i cataloghi della mostra dedicata al padre, aperta al Museo Civico Archeologico di Bologna fino al 30 giugno. «Sono felice che tanti giovani ancora vedano nel Che un simbolo di speranza e l’idea che un mondo migliore è possibile».
Il taglio degli occhi è lo stesso, così come la profondità dello sguardo. «Il mio unico rimpianto è di essere stata troppo piccola per seguirlo, e combattere con lui. Rivoluzione resta una parola essenziale, quotidiana: vuol dire cambiare ciò che deve essere cambiato, nell’interesse delle persone che più ne hanno bisogno. Mi papi diede la vita per questo. Quando l’umanità dimentica l’etica, perde il diritto di esistere. È quanto sta accadendo a Gaza, e proprio da parte del popolo che subì l’Olocausto e ora lo sta replicando. Una cosa tremenda. nel silenzio quasi totale del mondo».
Aleida anzi Aliucha, come la vezzeggiava il suo papà, ci racconta l’ultimo ricordo vivo che ha di lui: «Avevo quattro anni, mio padre stava per partire per la Bolivia dove lo avrebbero ucciso. È l’unica sua memoria diretta che possiedo: mamma tiene in braccio mio fratello Ernesto, e papà lo accarezza teneramente. È vestito da militare, ora è qui davanti ai miei occhi e in qualche modo ci sta dicendo addio. Il suo motore era l’amore, non l’odio, la rabbia o la sete di vendetta». Un padre austero, a volte molto severo con i quattro figli: «Non tollerava la maleducazione e non accettava favoritismi. Se avevamo già mangiato a scuola, non potevamo chiedere altro cibo a casa». Eppure, Che Guevara era capace di grandi dolcezze: «Avevo paura del buio, e la mamma mi consolava raccontandomi la storia di un bimbo che nella notte era difeso dal suo leoncino. Così papà mi regalò un leone di peluche, e badate che era rarissimo che lui ci facesse dei doni: lo portavo sempre con me, non riuscivo nemmeno a fare la pipì senza il mio leone accanto».
La piccola Aleida in un altro scatto inedito con il padre Ernesto Guevara
Poi il padre andò a combattere ancora, per l’ultima volta: «Nostra madre Aleida March, donna straordinaria e a sua volta una combattente, ci spiegò che papà era via per aiutare altre persone. E, da grandi, ci insegnò a non approfittare mai dell’affetto popolare: dovevamo accettare solo quello che avevamo meritato. Lui, da lontano, ci mandava cartoline e disegni, mi raccontava storie. Nessuna sua tenerezza mi ha mai abbandonato, e naturalmente nemmeno lui lo ha fatto».
E se il Che fosse vivo adesso? «Lotterebbe per l’ambiente, starebbe con i ragazzi che si mobilitano per il pianeta, unica nave spaziale che possediamo. E ancora sentirebbe nel profondo di sé qualunque ingiustizia sociale, ovunque commessa. Si batterebbe per la scuola e la sanità gratuita per tutti, sempre».
Eppure, la dimensione mitica di Che Guevara non piace ad Aleida: «Perché rischia di sottrargli umanità. Anche la sua celebre foto col basco io non la amo, perché venne scattata al funerale dei compagni uccisi dagli americani nel marzo del 1960 in un attentato esplosivo. La fierezza nello sguardo del Che, in verità, era dolore».
Un uomo pieno di baci, carezze e orgoglio. Chissà cosa penserebbe adesso dell’avanzata mondiale delle destre: «Si domanderebbe dov’è la sinistra, cosa fa di concreto a parte le belle parole, dov’è quando chiudono una fabbrica o abbattono una foresta. Il nuovo Papa è stato due volte a Cuba, si è messo gli stivali in mezzo al diluvio, forse è più di sinistra lui di tanti».
Leggiamo ad Aleida alcuni versi di Camillo Sbarbaro: «Padre, se anche tu non fossi il mio padre, per te stesso, egualmente t’amerei». Lei ci guarda stupefatta: «È proprio così! Una ragazzina un giorno mi chiese: “Posso dire che il tuo papà è anche il mio?”. Mi commossi come nel giorno in cui riportarono a Cuba le spoglie del Che, nel 1997. Accompagnai un gruppo di bambini disabili, li aiutammo a oltrepassare la folla e infine arrivammo davanti al feretro di papà. Quei piccoli, che mai lo avevano conosciuto, si misero a piangere e io con loro. Ecco cosa vuol dire che ogni rivoluzione comincia da un gesto d’amore».