L’ultima rivoluzione americana si sta compiendo nello stupore del mondo incredulo, incapace di reagire. Chi confidava nell’egemonia dei principi democratici, dopo la vittoria sul nazifascismo e sul comunismo che ha sigillato il Novecento, ha dovuto ricredersi già all’inizio del nuovo secolo, con l’attacco del jihadismo alle Torri Gemelle. Chi pensava di accontentarsi della mediocrità senza illusioni, ma pacifica, dell’indistinto democratico è stato smentito dal ritorno della guerra. E chi vigilava dagli spalti aspettando l’arrivo del nemico esterno, avanguardia del promesso scontro di civiltà, si trova oggi sorpreso alle spalle e costretto a fronteggiare una crisi endogena, nata ed esplosa tutta all’interno della nostra porzione di mondo. L’Occidente sembra cieco davanti a questo rovesciamento di punti cardinali, di alleanze e di valori che sta ribaltando tutte le sue credenze mentre abbatte ogni punto di riferimento: come se la radicalità del cambiamento lo ipnotizzasse, rendendolo i…
L’ultima rivoluzione americana si sta compiendo nello stupore del mondo incredulo, incapace di reagire. Chi confidava nell’egemonia dei principi democratici, dopo la vittoria sul nazifascismo e sul comunismo che ha sigillato il Novecento, ha dovuto ricredersi già all’inizio del nuovo secolo, con l’attacco del jihadismo alle Torri Gemelle. Chi pensava di accontentarsi della mediocrità senza illusioni, ma pacifica, dell’indistinto democratico è stato smentito dal ritorno della guerra. E chi vigilava dagli spalti aspettando l’arrivo del nemico esterno, avanguardia del promesso scontro di civiltà, si trova oggi sorpreso alle spalle e costretto a fronteggiare una crisi endogena, nata ed esplosa tutta all’interno della nostra porzione di mondo. L’Occidente sembra cieco davanti a questo rovesciamento di punti cardinali, di alleanze e di valori che sta ribaltando tutte le sue credenze mentre abbatte ogni punto di riferimento: come se la radicalità del cambiamento lo ipnotizzasse, rendendolo incapace di ribellarsi alla storia che ha improvvisamente cambiato direzione. La spiegazione va forse cercata in un vuoto di pensiero dell’Europa, il grande pensiero sull’umanità che attraverso la filosofia, la teoria politica, le scienze storiche e sociali creava una rete di comprensione e interpretazione dei fenomeni, mantenendo vivo il rapporto tra razionalità e realtà, tra politica e morale, e elaborando la cifra riconoscibile di una civiltà. Oggi siamo dentro il vortice di una rivoluzione tecnologica che trasforma la nostra vita, ma a differenza della rivoluzione industriale di fine del XVIII secolo che fu accompagnata da un’esplosione intellettuale straordinaria, dov’è il patrimonio di idee che dovrebbe illuminare il cambio d’epoca?
Se lo chiede Aldo Schiavone in Occidente senza pensiero (il Mulino), il primo saggio che studia la crisi delle democrazie e delle forme politiche del nostro mondo alla luce del terremoto trumpiano, e della disconnessione storica tra Europa e Stati Uniti, di cui non conosciamo ancora il costo, anche se sperimentiamo lo spazio vuoto che si allarga davanti a noi. Un vuoto di pensiero, prima ancora che di politica: «nulla interpreta il salto d’epoca per dargli una forma politica, giuridica, etica, economica adeguata alle potenzialità della tecnica ma in grado di proseguire il percorso di libertà e uguaglianza che ha scandito la storia del mondo moderno». L’Occidente è orfano della sua stessa intelligenza, patisce un deficit di conoscenza proprio quando il salto di fase necessiterebbe di concetti, categorie e saperi in grado di esplorare il limite, rispondendo a domande mai fatte prima. Viviamo nello scarto tra ciò che la tecnica ci autorizza a esplorare e ciò che siamo in grado di pensare: e in questo squilibrio artificiale di azioni senza pensiero «rischia di emergere la nuova forma del Male nella storia, l’ultima incarnazione di quella potenza del negativo che ha attraversato da sempre il cammino della nostra specie».
Il vuoto riguarda specialmente l’Europa, serbatoio di idee e teorie per l’intero Occidente, anche dopo la perdita della supremazia, con le democrazie sociali del XX secolo e la pretesa comunista di alternativa nate sui libri delle stesse biblioteche. Poi l’America per un decennio è sembrata padrona della storia, ma non è riuscita a concettualizzare l’idea di mondo che proiettava la sua dimensione imperiale: all’accumulo di potere è mancata la leva responsabile di una teoria conseguente. Finché l’ultimo balzo tecnologico ha destrutturato le grandi architetture istituzionali e culturali che hanno garantito il Novecento, travolgendo anche il patto democratico tra capitale e politica. Il capitale si è emancipato dal lavoro, polverizzato in bolle e nicchie disunite estranee alla cultura di classe, e ha preso dimora nello spazio immateriale dei flussi finanziari e di informazione, dando vita a un meccanismo tecnofinanziario sovranazionale che non ha bisogno di intese con la politica degli Stati, a cui anzi nega qualsiasi primato. In più la cornice democratica ha incominciato a scricchiolare, perdendo il contrappeso della base operaia di massa, smarrendo il potere che ormai viaggia sopra i confini, consumando l’efficacia delle procedure tradizionali, spiazzate e superate dalla velocità ubiqua delle nuove tecnologie. Il quadro in cui la democrazia del ’900 spiccava vittoriosa su comunismo e fascismo è ormai fuori uso, lasciando posto a un groviglio culturale senza un apparato di idee e istituzioni in grado di reggere e leggere la nuova realtà. Nel vuoto del buio, le nuove destre occupano lo spazio incustodito, con la predicazione ultraliberista, (dove si uniscono tecnica e capitale) e populista, dove nasce una risposta impaurita alla globalizzazione sregolata.
Questa base popolare cerca riparo nelle barriere del nazionalismo, ma si scopre alleata con l’élite tecnocratica della Silicon Valley, per sua natura globale: il rigetto comune per lo Stato e per le regole della democrazia è più forte delle differenze, almeno per il momento, e propone alla nuova destra questa piattaforma bipolare, in ebollizione permanente. Proprio qui, dice Schiavone, c’è la prova dell’abdicazione dell’élite occidentale dal suo ruolo guida, nell’incapacità di dare una risposta democratica alla ribellione e alla frustrazione degli sconfitti del mondo globale: e c’è anche – aggiungerei – la conferma di quella che potremmo chiamare la “neutralità” del capitalismo rispetto alle democrazia, nel momento in cui rifiuta di farsene forza di sostegno. Eppure, conclude il saggio, un’altra globalizzazione è possibile, con il dispositivo tecnocapitalista che continui a produrre innovazione e ricchezza ma in una società di cittadini e non solo di consumatori, con corpi intermedi tra il potere e l’individuo, la garanzia di istituzioni sovranazionali, una pubblica opinione attiva. Con l’Occidente (e la sinistra) capaci di comprendere finalmente l’errore di considerare il modello novecentesco di democrazia rappresentativa come l’ultimo punto d’arrivo, la fine della storia.
«È impossibile che la democrazia trasmessa dai nostri Padri resista intatta a un simile salto d’epoca». Quindi critica e rivoluzione della teoria democratica, nella convinzione che globalizzazione e democrazia possono coesistere, in un nuovo compromesso della modernità tra capitalismo e democrazia, con la tecnica e il diritto associati al patto. È la via per «dare una nuova ragione e una nuova etica al potere che abbiamo raggiunto»: anche perché la tecnica da sola dona potenza, avverte Schiavone, ma non assicura salvezza. Resta una domanda su questo magma di futuro e reazione che ribolle al fuoco dei moderni stregoni, producendo un plusvalore di potere mai visto, a patto che accettino di uscire dai confini regolati del bene comune: cosa li può convincere a rientrare nel limite, oggi che si è spezzato il grande interdetto democratico del dopoguerra?
Il libro
Occidente senza pensiero di Aldo Schiavone, il Mulino, pagg. 152, euro 15 (esce il 30 maggio)