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Adrian Pabst. Il post-liberalismo può salvare la democrazia?

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È la tesi di uno dei politologi di riferimento di una nuova corrente che vuole coniugare la solidarietà sociale e i valori dell’Occidente. Cercando nuovi leader che sappiano affrontare le diseguaglianze
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Con il libro Postliberalism: The New Politics of Meaning, del 2021, il pensatore tedesco britannico Adrian Pabst, cattolico, è diventato uno dei riferimenti di una corrente intellettuale che, prendendo le distanze dal liberalismo classico, cerca di dare forma a una nuova stagione politica. Ne fanno parte tra gli altri pensatori di diverso orientamento politico come John Milbank, Patrick Deneen, Yoram Hazony. Il “post-liberalismo” di cui parla Pabst non è un’ideologia nostalgica (o conservatrice come in questi ultimi due, o ancora di più nel vice presidente americano Vance), ma un tentativo di affrontare le crepe aperte nella democrazia contemporanea, costringendo i liberali a una riflessione critica: la disgregazione del legame sociale, l’impotenza delle istituzioni, la crisi di senso che colpisce individui e comunità.

Perché postliberali?

«La crisi della democrazia in Occidente è, in larga misura, la crisi del liberalismo. Questo – inteso come individualismo, come centralità della …

Con il libro Postliberalism: The New Politics of Meaning, del 2021, il pensatore tedesco britannico Adrian Pabst, cattolico, è diventato uno dei riferimenti di una corrente intellettuale che, prendendo le distanze dal liberalismo classico, cerca di dare forma a una nuova stagione politica. Ne fanno parte tra gli altri pensatori di diverso orientamento politico come John Milbank, Patrick Deneen, Yoram Hazony. Il “post-liberalismo” di cui parla Pabst non è un’ideologia nostalgica (o conservatrice come in questi ultimi due, o ancora di più nel vice presidente americano Vance), ma un tentativo di affrontare le crepe aperte nella democrazia contemporanea, costringendo i liberali a una riflessione critica: la disgregazione del legame sociale, l’impotenza delle istituzioni, la crisi di senso che colpisce individui e comunità.

Perché postliberali?

«La crisi della democrazia in Occidente è, in larga misura, la crisi del liberalismo. Questo – inteso come individualismo, come centralità della volontà individuale, dei diritti soggettivi, di una politica formale, procedurale e utilitaristica – è davvero al cuore di questa crisi. Le società non funzionano solo sulla base della scelta, del consenso e del contratto. Servono legami, appartenenze, corpi intermedi».

Che cosa dovrebbe venire dopo?

«Ciò che verrà dopo il liberalismo può essere anche peggio – a meno che cambiamo rotta. Il post-liberalismo cerca di ripensare le fondamenta della democrazia, rilanciando la partecipazione e la qualità delle élite politiche, e promuovendo riforme capaci di uscire dall’autodissoluzione liberale».

Centrale, secondo lei, è anche il disagio economico.

«Per decenni la democrazia liberale ha promesso prosperità e mobilità sociale. Ma oggi, anche con due redditi, molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese. La ricchezza si è concentrata in alto, mentre il ceto medio vive un’insicurezza crescente. La promessa di un futuro migliore è diventata illusoria. Questo mina la fiducia nel sistema».

E quindi? Una critica del capitalismo; ma non è la stessa tradizionale politica dei socialdemocratici e dei socialisti?

«No, perché la crisi non è solo economica ma anche culturale. Le persone non guadagnano abbastanza, ma soprattutto sentono che il loro lavoro non ha senso. Serve un’economia che generi valore, ma anche significato. E poi bisogna ripensare il capitalismo stesso: non basta regolare i mercati o espandere lo Stato. Stato e mercato agiscono spesso insieme contro la società. Dobbiamo trasformarli entrambi, rafforzando le istituzioni intermedie e promuovendo imprese con finalità sociali».

Ma come trovare spazio politico in un’epoca così polarizzata?

«Non esiste ancora un partito o un leader autenticamente post-liberale. Ma ci sono segnali. In Danimarca, i socialdemocratici hanno riavvicinato i lavoratori combinando apertura verso i migranti e politiche di integrazione. In Gran Bretagna, Starmer sta tentando di superare il vecchio consenso neoliberale. Il contesto è diverso, qui figure come JD Vance stanno portando temi post-liberali nel dibattito mainstream. Non sono d’accordo con lui sull’Ucraina e sull’immigrazione – ci sono differenze importanti – ma ha ragione a sottolineare qualcosa di fondamentale: l’Occidente sta perdendo fiducia nelle proprie tradizioni. La civiltà occidentale, con tutti i suoi difetti, merita ancora di essere difesa. Dove mi discosto da Vance è sulla compassione e la solidarietà. Un post-liberalismo degno di questo nome deve combinare la forza civica con l’empatia sociale. Altrimenti, diventa solo un’altra forma di illiberalismo».

Adrian Pabst, studioso del rapporto tra etica e politica, dirige la School of Politics dell’Università del Kent

 

C’è un legame con il pensiero sociale di Papa Francesco?

«Assolutamente. Laudato Si’ e Fratelli Tutti esprimono una fede profonda nella solidarietà e nella compassione verso i più vulnerabili. Francesco ha riaffermato l’idea che la natura è la nostra casa comune, e che la fraternità implica l’incontro personale con l’altro. Il suo pensiero è qui in piena continuità con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e credo che Papa Leone XIV proseguirà su questa strada».

Nel campo post-liberale ci sono anche autori conservatori come Patrick Deneen e reazionari come Yoram Hazony. Lei come si distingue da loro?

«Alcuni sono più anti che post-liberali. Io non voglio smantellare il liberalismo, ma superarlo. Ma se ci stanno a cuore diritti e libertà, dobbiamo recuperare anche valori come la dignità del lavoro e la dimensione relazionale della società».

Che tipo di Stato immagina?

«Quando le libertà individuali entrano in conflitto, è lo Stato a decidere. Ma serve uno Stato nuovo, relazionale, che sappia bilanciare individuo e comunità. La nostra visione è pluralista e internazionalista, non sovranista. Molti cosiddetti nazional-conservatori parlano di Stato forte, ma restano dentro una logica profondamente liberale, in stile Hobbes o Locke. Noi rigettiamo tanto l’individualismo assoluto quanto il collettivismo autoritario».

È una proposta politica che si ispira anche alla tradizione europea del personalismo?

«Non solo, anche all’umanismo, al pluralismo, al comunitarismo. E certo il personalismo di Mounier ha insegnato che la persona non è né individuo isolato né collettività indistinta, ma un essere in relazione, dotato di dignità e aperto alla trascendenza. E ci fa sollevare uno sguardo critico sopra quella che l’anglicano socialista Tawney definiva la “società acquisitiva”. Questo è il punto d’incontro tra democrazia, solidarietà e significato. Senza questo, il post-liberalismo rischia di perdere la sua anima».

In definitiva, si tratta di salvare il liberalismo oppure di archiviarlo?

«Di superarlo, senza rinnegarne i valori migliori. Il problema non sono le libertà, ma l’idea che bastino da sole. Dobbiamo ricostruire legami, responsabilità, senso. Questo è il compito politico del nostro tempo».

L’evento

Si intitola Democracy’s Discontent, da un titolo di di Michael Sandel del 1996, la conferenza, (29-31 maggio) di Reset Dialogues on Civilizations (www.resetdoc.org), la fondazione diretta da Giancarlo Bosetti. A Venezia, sull’isola di San Servolo, i lavori saranno aperti dallo stesso Sandel Partecipano, oltre allo stesso Pabst, John Milbank, Michael Lind, Mustafa Akyol.

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