Cultura

Bourouissa, il fotografo del dolore delle periferie

Mohamed Bourouissa, "La République, da Péripherique", 2006 © Mohamed Bourouissa ADAGP Courtesy of the artist and Mennour, Paris
Mohamed Bourouissa, "La République, da Péripherique", 2006 © Mohamed Bourouissa ADAGP Courtesy of the artist and Mennour, Paris 

Francese di origine algerina, racconta le banlieue e i conflitti nelle comunità. Il suo lavoro è in mostra al Mast di Bologna

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Brooklyn, 2014. Il titolare di un piccolo market di alimentari appende alla vetrina del negozio una serie di ritratti in polaroid. No, non sono i suoi amici, neppure i clienti affezionati, e lui non è un artista dilettante. Sono le fotografie dei ladruncoli che ha sorpreso a rubacchiare poche cose tra gli scaffali. Fermati, fotografati e messi alla gogna. Mi domando come avrei reagito di fronte a quella mostra spontaneamente mostruosa. Forse solo con una smorfia di disgusto, forse entrando e dicendo qualcosa di irrimediabile al titolare. Neanche io dopo tutto sono un artista. Mohamed Bourouissa invece è un artista. E ha reagito da artista. Ha fotografato una per una quelle degradanti immagini accusatrici e le ha riproposte tali e quali, ingrandite, in un suo lavoro, Shoplifters. Che adesso potete vedere esposto al Mast di Bologna, nella sua prima personale italiana, Communautes. Projets 2005-2025, egregiamente curata da Francesco Zanot.

Bourouissa è un artista francese, non ancora quarantenne. È nato in Algeria ma da quando aveva cinque anni vive in Francia. Fa mostre in tutto il mondo. Il cuore del suo lavoro è la rappresentazione sintetica e metaforica dei conflitti comunitari. Mentre mi aggiro fra quei ritratti vendicativi, appesi a pannelli di griglia bianca che aggiungono un senso di reclusione, ovviamente mi faccio qualche domanda. Prima di tutto, sul senso delle immagini originali. Sono palesemente ritratti in posa. Quasi tutti i ladruncoli sorpresi sono ripresi a mezzobusto e guardano l’obiettivo. Molti hanno ancora in mano la misera refurtiva: scatole di biscotti, birre, alimentari non identificati. La loro espressione è timorosa, solo in un caso vagamente sfidante. Perché posano arrendevolmente, da colpevoli? Posso immaginare che il titolare abbia proposto uno scambio abbastanza rivoltante: io ti lascio andare, non chiamo la polizia, ma tu ti lasci fotografare e mettere alla berlina. Ma mentre è evidente che all’origine di quelle fotografie sta un atto vendicativo disgustoso, resto incerto sul senso dell’operazione artistica, di stampo post modernista, di semplice prelievo e riproposizione. (Non del tutto semplice, in realtà: nel riprodurre le fotografie, Bourouissa ne ha accentuato volutamente i colori sbiaditi, aggiungendo una connotazione di violenza attraverso la forma).

Ragiono: cosa vedo? Attraverso gli occhi di un osservatore, sicuramente scandalizzato, e in sintonia con la sua sensibilità, vedo prima di tutto quelle merci da due soldi rubacchiate: junk food, cibo povero per poveri. Vedo le persone, quasi tutte visibilmente appartenenti a minoranze sociali. Vedo insomma qual che il fotografo commerciante nella sua ansia punitiva non si accorgeva di mettere in evidenza: l’emarginazione, la miseria, la fame, i contrasti di un quartiere difficile di New York. Mi chiedo ancora: quel che vedo è nella fotografia, o è solo nei mei occhi, nel mio giudizio politico? Sospendo la domanda, che farò più avanti all’autore.Intanto, rivedo alti suoi lavori. Quello che gli diede la notorietà ha ormai vent’anni, è una serie non molto estesa (una ventina di immagini) dal titolo Péripherique. Il boulevard péripherique è la grande circonvallazione di Parigi, il confine che segna l’inizio delle banlieue, la soglia fra una città e un’altra, il muro di asfalto oltre il quale, quando Bourouissa immaginò quel progetto, scoppiavano le rivolte dei figli degli immigrati non integrafi ed emarginati.

Mohamed Bourouissa, da "Shoplifters", Serie di 19 fotografie a colori © Mohamed Bourouissa ADAGP Courtesy of the artist and Mennour, Paris
Mohamed Bourouissa, da "Shoplifters", Serie di 19 fotografie a colori © Mohamed Bourouissa ADAGP Courtesy of the artist and Mennour, Paris 

Péripherique è un lavoro di messa in scena. Qualche mese dopo le rivolte delle banlieue, Bourouissa chiese a un numeroso gruppo di amici di aiutarlo recitando davanti al suo obiettivo alcune situazioni che riproponessero, visualizzassero la condizione di estrema tensione delle periferie parigine. Sono scene costruite con cura, con dettagli abilmente disseminati nell’inquadratura, con riferimenti espliciti alla storia della pittura (una bandiera francese sventolata rimanda a Delacroix) e alla sua fonte diretta di ispirazione (i tableaux vivents di Jeff Wall: c’è persino la citazione esplicita di un bicchiere di latte rovesciato). Ogni fotografia descrive un momento di tensione: un tafferuglio, un arresto, un catcalling di ragazze bianche spaventate, un litigio coi pugni stretti… Ultimamente, Bourouissa si è allontanato dalla fotografia, diciamo così, esclusivamente fotografica, e ha iniziato a contaminarla con altri materiali, a estrarla dalla sua dimensione piatta, proiettandola su oggetti (lamiere contorte di automobili, fogli di plexiglass colorato sovrapposti).

Una parabola comune a molti artisti, che accentuano, nel tempo, il proprio segno autoriale sulle opere. Ma io penso che ci sia altro, e alla fine lo chiedo direttamente a lui. Mohamed, prima hai utilizzato la fotografia quasi fra virgolette, con la messa in scena e la risemantizzazione; poi ne hai rotto l’illusione bidimensionale letteralmente de-formandola: ci stai dicendo che hai progressivamente maturato una diffidenza verso la fotografia come medium, che la giudichi insufficiente, debole o addirittura la sospetti di complicità col potere? Mi risponde dopo averci pensato su qualche istante, ammettendo di non avere una risposta precisa: “Non credo di avere una diffidenza verso la fotografia, semplicemente penso che serva lo strumento adeguato ad ogni singola cosa che vuoi esprimere. Però sì, credo che la fotografia abbia in sé una grossa dose di ambiguità, e dopo tutto nei miei primi lavoro l’ho messa volutamente in evidenza”.

Anche Zanot concorda su questo. “Quello di Bourouissa è una sorta di sabotaggio del medium e delle sue debolezze e complicità. Non dimentichiamo che tutto il suo lavoro sta dentro una storia del post- e neo-colonialismo e dei suoi effetti”. Nell’ultima sezione della mostra, c’è un lavoro curioso, Horse Day, un reportage video-fotografico su una sorta di rodeo quasi carnevalesco che Bourouissa ha incontrato Philadelphia: una parata di equitazione dove per una volta i cavalieri non sono bianco-cowboy, ma neri e ispanici. I cavalli invece sono addobbati con curiosissime decorazioni, frange, mantelli e una specie di corazza medievale fatta di scintillanti dischi di Cd. Una ribellione a certi miti sovranisti della frontiera, ma credo anche, per Bourouissa, una dichiarazione cifrata sulla sua idea di fotografia. Ovvero: sotto c’è la realtà, ma sopra, se vuoi criticarla, devi metterci una bardatura sfacciata e beffarda.

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