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Voto alle donne, forza ai partiti: ecco perché il 2 giugno 1946 fu la svolta della democrazia

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Un saggio di Umberto Gentiloni ripercorre la storia della festa della Repubblica
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Il 2 giugno del 1946 segna una svolta decisiva nella storia del paese. È insieme tante cose: una data, una festa, un nuovo inizio. La fine dell’Italia fascista e monarchica e la nascita dell’Italia repubblicana. Un evento eccezionale. Mai – scrive Calamandrei – si è visto una repubblica proclamata per libera scelta di un popolo, mentre è ancora sul trono il re. È difficile sottovalutarne il rilievo, accresciuto dal pieno inserimento dell’Italia nel nuovo ordine internazionale determinato dalla vittoria degli Alleati.

Per di più si tratta della prima elezione a suffragio universale, che sancisce il sacrosanto diritto di voto alle donne che travolge l’antico privilegio maschile portando a compimento il processo di unificazione del paese.Tuttavia, nonostante la molteplicità dei suoi significati, o proprio per questo, intorno a quella data si genera, fin dagli anni Settanta, uno scontro politico e culturale che il libro, appena edito da il Mulino, di Umberto Gentiloni, intitolato appunt…

Il 2 giugno del 1946 segna una svolta decisiva nella storia del paese. È insieme tante cose: una data, una festa, un nuovo inizio. La fine dell’Italia fascista e monarchica e la nascita dell’Italia repubblicana. Un evento eccezionale. Mai – scrive Calamandrei – si è visto una repubblica proclamata per libera scelta di un popolo, mentre è ancora sul trono il re. È difficile sottovalutarne il rilievo, accresciuto dal pieno inserimento dell’Italia nel nuovo ordine internazionale determinato dalla vittoria degli Alleati.

Per di più si tratta della prima elezione a suffragio universale, che sancisce il sacrosanto diritto di voto alle donne che travolge l’antico privilegio maschile portando a compimento il processo di unificazione del paese.Tuttavia, nonostante la molteplicità dei suoi significati, o proprio per questo, intorno a quella data si genera, fin dagli anni Settanta, uno scontro politico e culturale che il libro, appena edito da il Mulino, di Umberto Gentiloni, intitolato appunto 2 giugno, ricostruisce in tutti i suoi passaggi con competenza ed equilibrio. Al suo centro la questione, insieme storica e politica, del rapporto tra passato e presente, processo ed evento, continuità e discontinuità. Per quanto straordinario, quell’evento si incardina in una storia di lungo periodo, quella della faticosa costruzione della democrazia italiana. Si può dire che tale storia – da qui la sua peculiarità – sia caratterizzata da due inizi che si succedono senza però corrispondersi, anzi contraddicendosi: quello, risorgimentale, dell’unità d’Italia, guidato dai Savoia e quello, repubblicano, che pone termine alla loro dinastia con l’esilio di re Umberto.

È dallo scarto tra questi due inizi che si generano le ombre, le tensioni, i dissidi che continuano ad addensarsi intorno al 2 giugno. Fin dall’inizio la gestione del referendum non è stata semplice. Gentiloni ripercorre con mano felice gli eventi drammatici che scandiscono il delicato transito dal ristretto regime liberale prefascista alla democrazia di massa postbellica. Gli entusiasmi, ma anche i rischi, i dubbi che accompagnano la scelta referendaria, in una situazione internazionale già percorsa dai venti della guerra fredda. Pur assicurando piena autonomia alla giovane classe dirigente italiana, gli Alleati non nascondono le proprie opzioni – monarchica da parte degli inglesi, aperta al nuovo per gli americani, con i sovietici a favore della repubblica. De Gasperi e Togliatti guidano con mano ferma il processo in corso immettendolo, pur con diverse finalità, nella democrazia dei partiti. Ciò che ne scaturisce è un compromesso alto, che tiene insieme i due piani della tenuta istituzionale e dell’allargamento del quadro democratico. Si è trattato di un’operazione complessa: voltare pagina senza strappare il tessuto della comunità nazionale. Porre una classe politica diffusa e plurale alla guida del paese. Rovesciare la piramide sociale, coinvolgere i cattolici, dare spazio alla sinistra, lasciano un posto a liberali ed azionisti. Soprattutto il voto delle donne rende il senso della svolta. Il film di Paola Cortellesi C’è ancora domani ricostruisce con commossa delicatezza il momento cruciale, tra esitazione ed ebbrezza, con cui le donne, col cuore in gola, varcano per la prima volta la soglia della cabina elettorale. Nulla è più come prima, il senso della libertà ritrovata, la rottura degli argini di classe, una cappa opprimente che va in frantumi.

C’è tutto per dare al 2 giugno il valore di una festa popolare, inserita dal ’49 nel calendario repubblicano. Ma non senza riserve. La parata delle forze armate per le strade di Roma comincia a inquietare una parte del paese che vi vede qualcosa di difforme dall’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra. Una frattura con lo spirito della Resistenza, con l’anima antifascista della lotta partigiana. Così la festa della Repubblica viene prima contestata, poi temporaneamente soppressa, infine marginalizzata, quasi nascosta. Per essere poi recuperata dal Presidente Ciampi nel segno di un patriottismo costituzionale volto a riappropriarsi dell’intera storia democratica italiana. Ciò non significa cancellare la differenza tra vincitori e vinti, ma allargare il cerchio dell’antifascismo fino a includere anche coloro che non ne hanno fatto parte. Già negli anni Trenta la sinistra ha sperimentato sulla propria carne l’errore di abbandonare il terreno dei simboli alla destra. Se orientata al futuro, oltre che al passato, la festa del 2 giugno può ancora unire gli italiani in un’unica comunità democratica.

Il libro

2 giugno, di Umberto Gentiloni Silveri, il Mulino, pagg. 168, euro 13

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