La prima Repubblica nelle ombre dei padri, il libro di Marco Follini
di Francesco BeiL’incipit, come scrive Filippo Ceccarelli nella sua prefazione, è uno sparo nel buio. Una telefonata inaspettata la sera di Natale: un ex presidente della Repubblica — Francesco Cossiga — svela all’autore che suo padre, il generale Vittorio Follini, sarebbe stato uno dei capi di Gladio. La notizia, sorprendente quanto evasiva, accende il motore del racconto: da quel momento il figlio si mette sulle tracce della figura paterna, con l’intento di decifrare un’esistenza vissuta sul confine tra pubblico e privato, tra il potere visibile e quello nascosto.
Ci sono saggi che si presentano come romanzi, e romanzi che invece si travestono da memoir. Beneficio d’inventario di Marco Follini (Neri Pozza) è un po’ l’uno e un po’ l’altro: un ibrido stilistico che mescola racconto e riflessione, con la sobrietà di un’autobiografia non confessata — Follini junior del resto, nella sua precedente vita a Montecitorio, aveva fatto dell’asciuttezza la sua cifra — e la precisione quasi notarile del saggio…
L’incipit, come scrive Filippo Ceccarelli nella sua prefazione, è uno sparo nel buio. Una telefonata inaspettata la sera di Natale: un ex presidente della Repubblica — Francesco Cossiga — svela all’autore che suo padre, il generale Vittorio Follini, sarebbe stato uno dei capi di Gladio. La notizia, sorprendente quanto evasiva, accende il motore del racconto: da quel momento il figlio si mette sulle tracce della figura paterna, con l’intento di decifrare un’esistenza vissuta sul confine tra pubblico e privato, tra il potere visibile e quello nascosto.
Ci sono saggi che si presentano come romanzi, e romanzi che invece si travestono da memoir. Beneficio d’inventario di Marco Follini (Neri Pozza) è un po’ l’uno e un po’ l’altro: un ibrido stilistico che mescola racconto e riflessione, con la sobrietà di un’autobiografia non confessata — Follini junior del resto, nella sua precedente vita a Montecitorio, aveva fatto dell’asciuttezza la sua cifra — e la precisione quasi notarile del saggio politico. Un’opera che sfugge alle classificazioni perché, in fondo, come suggerisce il titolo, vuole proprio evitare le certezze: accoglie la complessità, la ambiguità, la zona grigia dove si annidano le verità più profonde.
Ne esce un ritratto avvincente, nel quale l’indagine storica si intreccia con quella esistenziale. Follini racconta con affetto e pudore la biografia del padre, partigiano cattolico a 16 anni, uomo di principi che ha sempre scelto il silenzio alla retorica, la discrezione al protagonismo. Ma è attraverso di lui che si muove un’intera stagione della Repubblica: i contatti con l’America, le reti di intelligence, il ruolo ambiguo della Dc nel secondo dopoguerra, la guerra fredda combattuta anche nelle retrovie.
L’operazione è ambiziosa, perché tenta di restituire una forma narrativa alla storia non ufficiale dell’Italia repubblicana. E lo fa evitando sia il complottismo sia la nostalgia: Follini sa che ogni ricostruzione, anche la più sincera, è parziale, e che la memoria è sempre un esercizio a rischio di deformazione. Beneficio d’inventario non pretende di spiegare tutto, ma prova a comprendere. Non racconta la verità, ma le condizioni — familiari, culturali, politiche — in cui una verità può o non può essere detta.
Prendiamo l’America. Liberatrice dal nazifascismo o potenza neocoloniale? «Si poteva immaginare — forse — che un giorno o l’altro ci sarebbe stato chiesto un tributo più impegnativo, un arruolamento vero e proprio. Ma si poteva anche sognare che quel giorno non sarebbe mai arrivato fino a noi, che non ce ne sarebbe stato davvero bisogno. Che Gladio facesse parte di quella America, che fosse il bastone che accompagnava tutte quelle carote, lo si poteva forse intuire. Ma allora si vedevano solo le carote, non il bastone».
A fare da controcanto alla figura del padre, c’è l’autore stesso, il Follini politico, anche se il figlio si affaccia solo di rimbalzo, quasi volesse proteggere la distanza tra sé e la materia incandescente che maneggia. Il centro resta la figura paterna, e il rapporto che ognuno ha — o non ha avuto — con chi lo ha preceduto. Si avverte in ogni caso l’impronta di chi ha vissuto la politica come un mestiere serio, e non come una forma di spettacolo.
In questo senso, Beneficio d’inventario è anche un atto di resistenza culturale: contro la semplificazione, contro il tifo manicheo. C’è un’Italia, in queste pagine, che sembra lontanissima — fatta di uomini che credevano nella disciplina, nello Stato, nel valore della parola data — eppure ancora capace di interrogarci. Non è l’Italia dei leader, ma quella degli uomini che hanno lavorato dietro le quinte. Alcuni con luci, altri con ombre. Tutti consapevoli che il potere non è mai innocente, ma può essere esercitato con una forma di dignità. Quanto all’appartenenza a Gladio, qui non si fa spoiler. Ma, pagina dopo pagina, un’idea che somiglia alla verità, alla fine viene fuori.
Il libro
Beneficio di inventario di Marco Follini (Neri Pozza, pagg. 192, euro 18)