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Pistoletto e Spadaro, l’artista e il gesuita uniti dalla bellezza

Michelangelo Pistoletto e Antonio Spadaro

 

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Sono protagonisti di un libro-dialogo sulla spiritualità e il processo creativo
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La prima parola è: meraviglia. La evoca l’artista, Michelangelo Pistoletto, e la sottolinea il suo interlocutore, Antonio Spadaro. Lo studioso di letteratura e arte, preso da entusiasmo, specifica come nella sua radice greca, thaumazein, il termine indichi un movimento che procede dall’interno senza partire dai ragionamenti, poiché è qualcosa che supera chi lo sperimenta. Del resto, l’artista vorrebbe portare la meraviglia oltre. Dove? Spiritualità (a cura di Francesco Monico, Marsilio) è un dialogo che cerca di far uscire entrambi dal proprio punto di vista: un creatore di opere e l’intellettuale, che è anche un sacerdote.

Sono nella casa di Pistoletto davanti a una tavola imbandita e con un vassoio ripieno di ciliegie a disposizione. Un segno d’amicizia, un alimento e anche una macchia …

La prima parola è: meraviglia. La evoca l’artista, Michelangelo Pistoletto, e la sottolinea il suo interlocutore, Antonio Spadaro. Lo studioso di letteratura e arte, preso da entusiasmo, specifica come nella sua radice greca, thaumazein, il termine indichi un movimento che procede dall’interno senza partire dai ragionamenti, poiché è qualcosa che supera chi lo sperimenta. Del resto, l’artista vorrebbe portare la meraviglia oltre. Dove? Spiritualità (a cura di Francesco Monico, Marsilio) è un dialogo che cerca di far uscire entrambi dal proprio punto di vista: un creatore di opere e l’intellettuale, che è anche un sacerdote.

Sono nella casa di Pistoletto davanti a una tavola imbandita e con un vassoio ripieno di ciliegie a disposizione. Un segno d’amicizia, un alimento e anche una macchia di colore. Di arte si parla molto. I due cercano un punto di contatto. Spadaro da discepolo di Ignazio di Loyola ha imparato l’arte della “visione” sulle pagine degli Esercizi spirituali del fondatore dell’ordine gesuita. Per cui si lascia guidare da quel metodo; il santo ha posto la visione alla base della capacità del fedele di “vedere” cose che non ci sono: rappresentarle mentalmente, immaginarle, e con ciò rendere visibile l’invisibile. Con questa facoltà, insieme alla sua conoscenza di temi e problemi — compresa la stessa arte di Pistoletto –, incalza con garbo e determinazione l’artista.

Una cosa li separa, come sottolinea nella sua presentazione Franco Monico: Pistoletto respinge ogni «scena drammatica della sofferenza», prediligendo un’arte ieratica e inclusiva, mentre Spadaro, fedele alle pagine sui “preamboli” degli Esercizi, sa bene quanto il cammino della fede comporti l’immersione nel dolore, che è prima di tutto quello di Cristo. Il tema su cui si misura tutto il dialogo è l’IA. Si discute di tecnologia, e in particolare dell’innovazione. Per l’artista l’IA non è altro che un’estensione del pensiero umano, una sorta di modernissimo Golem che lui interroga, consulta e a cui affida compiti esecutivi. Mentre l’uomo di fede — fede religiosa, perché l’artista ha anche lui una fede, quella nell’arte — punta su quello che la macchina tecnologica non crede possa fare: sostituire la sensibilità umana. Per Pistoletto la meraviglia, dote sorgiva e infantile, è sempre legata all’artificio.

L’arte è un processo. Meglio, per lui è un progetto. È intuitiva, certo, e prima di tutto organizzata. Si comprende che il suo cammino artistico è segnato da un continuo rapporto tra il pensare e il fare, un’attività che ha nell’invenzione il fulcro fondamentale. L’artista non “lavora” come il mistico, o come il santo per rappresentare il fuori di sé; Pistoletto «riconosce la propria immagine e la traduce dalla visione naturale a quella concettuale». Il discepolo d’Ignazio crede nella incarnazione e quindi «nella carne, nel corpo». Su questo crinale Pistoletto non lo segue, per quanto resti comunque un autore di emozioni, di meraviglie e persino di sentimenti, ricondotti comunque a una forma mentale. Spadaro gli domanda: «Tu vivresti con una macchina in casa?».

Risponde l’artista: «Ma io sto vivendo con una macchina». E aggiunge: «Tutto quello che noi elaboriamo è fatto di byte, non di sangue». Il sacerdote-intellettuale non può fare a meno di rilevare: «Sei molto romantico e idealista così, nonostante mi pare tu non voglia esserlo». Mentre con logica coerenza Spadaro l’incalza, Pistoletto risponde con una serie di provocazioni: «il mio cervello è tutto numerico oramai». Dai toni, dai puntini di sospensione, dalle pause e dalle riprese, dalle accensioni improvvise si capisce quale è il percorso mentale che compie ogni artista in cui il proprio fare è un esporre al mondo pensieri e opere.

Pistoletto non esita ad affermare: «L’intelligenza artificiale sono io… Sono io che sto lavorando per me stesso». L’artista è un dio. Non forse quello con la D maiuscola, ma la sua forza creativa lo pone in una sfera altra. Spadaro specifica: «L’arte che amo è firmata da una biologia».

L’elemento cristologico, di Dio che si è fatto uomo, che è carne, è il non detto del discepolo di Sant’Ignazio. A lui interessa l’invito che Pistoletto ha fatto alle religioni di ispirarsi all’arte. Lì è il punto d’incontro e di convergenza. Il sacerdote non può dimenticare che negli Esercizi spirituali si raffiguri Gesù nella grotta di Betlemme, ma sullo sfondo sta la croce. Che cos’è l’arte? Una manifestazione tangibile di una intelligenza creativa, propone Spadaro. Risponde l’artista: «Tra fantasia e intuizione c’è l’istinto umano della ricerca».

Il libro

Spiritualità di Michelangelo Pistoletto e Antonio Spadaro (Marsilio, pagg. 176, euro 17)

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