Insieme a Graham Greene, Ian Fleming e John le Carré era uno dei quattro grandi cavalieri della spy story: il genere letterario nato in Inghilterra perché lì nel mondo della realtà è cominciato lo spionaggio moderno. Frederick Forsyth, scomparso ieri all’età di 86 anni, ne è stato uno degli autori più prolifici e di maggiore successo, pubblicando per mezzo secolo bestseller internazionali da cui sono stati tratti film, telefilm e ora anche una recente serie su Netflix.
Alcuni dei suoi titoli sono diventati dei classici, a cominciare dal primo, un folgorante esordio, Il giorno dello sciacallo, centrato su un complotto per assassinare il presidente francese Charles De Gaulle, a cui hanno fatto seguito fra gli altri I mastini della guerra, Dossier Odessa, Il quarto protocollo, Il vendicatore, tutti usciti in Italia per Mondadori.
«Non avevo un soldo, ero pieno di debiti, non avevo neanche la macchina e pensavo: come mi cavo fuori da questo buco?», raccontava minimizzando il suo talento. …
Insieme a Graham Greene, Ian Fleming e John le Carré era uno dei quattro grandi cavalieri della spy story: il genere letterario nato in Inghilterra perché lì nel mondo della realtà è cominciato lo spionaggio moderno. Frederick Forsyth, scomparso ieri all’età di 86 anni, ne è stato uno degli autori più prolifici e di maggiore successo, pubblicando per mezzo secolo bestseller internazionali da cui sono stati tratti film, telefilm e ora anche una recente serie su Netflix.
Alcuni dei suoi titoli sono diventati dei classici, a cominciare dal primo, un folgorante esordio, Il giorno dello sciacallo, centrato su un complotto per assassinare il presidente francese Charles De Gaulle, a cui hanno fatto seguito fra gli altri I mastini della guerra, Dossier Odessa, Il quarto protocollo, Il vendicatore, tutti usciti in Italia per Mondadori.
«Non avevo un soldo, ero pieno di debiti, non avevo neanche la macchina e pensavo: come mi cavo fuori da questo buco?», raccontava minimizzando il suo talento. «Così pensai: scriverò un romanzo». Oggi il suo editore inglese, Bill Scott-Kerr, lo ricorda con ben diverso riguardo: «I thriller di Forsyth sono dei capolavori. Sono il punto di riferimento cui aspirano tutti gli scrittori di spionaggio. I suoi libri hanno venduto 75 milioni di copie in tutte le lingue e continueranno a lungo ad appassionare. Lavorarci insieme era un piacere». La Bbc aveva da poco finito di girare un documentario su di lui che verrà trasmesso nei prossimi mesi.
Come Greene e le Carré sapeva per esperienza personale di cosa scriveva: non fu come loro un agente del servizio segreto britannico, ma collaborò con l’intelligence del proprio Paese, reclutato perché il suo vero mestiere di giornalista, per la Reuters e per la Bbc, forniva una copertura perfetta per consegnare documenti, incontrare persone, indagare misteri. Un ruolo clandestino e pericoloso che confessò lui stesso nella sua autobiografia, L’outsider. Il romanzo della mia vita.
E la sua vita sarebbe stata un romanzo anche senza scrivere libri di spionaggio e senza fare la spia a mezzo servizio. A 19 anni si arruolò nella Royal Air Force, diventando uno dei più giovani piloti nella storia dell’aviazione militare britannica. Poi, come corrispondente di guerra e inviato speciale, ha girato tutto il mondo, dall’Europa al Medio Oriente, dall’Africa al Sud America, raccontando conflitti, colpi di Stato, la fame in Biafra, rivoluzioni. La passione di viaggiare non gli è passata quando è diventato uno scrittore: era una necessità per documentarsi. I suoi libri potrebbero infatti sembrare reportage giornalistici: non c’è mai nulla di poco credibile.
A differenza di Greene, più volte candidato al Nobel per la letteratura, Forsyth non si prendeva eccessivamente sul serio come scrittore: «Il mio è intrattenimento, non letteratura», ripeteva a ogni intervista. Ma era intrattenimento di grande qualità. Come fa, gli domandai una volta, a pubblicare un romanzo dietro l’altro, a trovare storie sempre nuove? Mi svelò il suo metodo: «Per prima cosa riassumo la trama in una paginetta. Quindi da quella ricavo una pagina per ogni capitolo. Infine, se per esempio in un capitolo ci sono due personaggi che fanno a pugni, anche quella scena d’azione deve essere lunga almeno una pagina, non basta scrivere che Tizio molla un sinistro a Caio e quest’ultimo finisce a terra. Quando tutto questo lavoro preparatorio è concluso, mi metto a scrivere il romanzo vero e proprio».
A un certo punto, qualche anno fa, si stancò anche del metodo e annunciò che non avrebbe scritto più niente. Non ci credevo e invece ha mantenuto la parola. Ci incontrammo in un pub di Londra, dove veniva di tanto in tanto lasciando la sua bella casa nella campagna inglese, e davanti a una birra giurò che si era ritirato davvero. «Ho scritto tutto quello che volevo», mi disse. «Ho guadagnato più che abbastanza. Ora voglio passare gli anni che mi restano a riposare e godermela».
Alto, grosso, gioviale, era un conservatore vecchio stampo, che amava la patria, l’Occidente e il capitalismo, consapevole di essersi schierato dalla parte giusta della Storia durante la guerra fredda: un tema sul quale ha continuato a scrivere sui giornali, in particolare il Daily Express, come esperto di servizi segreti e di terrorismo.
Spesso lo interrogavo anche su questo: le sue risposte, sul Kgb, su Putin, su Al Qaeda, non erano mai banali. Non sempre gli scrittori sono uomini felici: lui aveva l’aria di esserlo, sino alla fine. E adesso che se n’è andato l’ultimo dei grandi autori di spionaggio, ai lettori e ai suoi numerosi epigoni resta la felicità di intrattenersi con “il metodo Forsyth”.