Uno spettro si aggira per L’Italia, e non è il comunismo. Come nel film di Win Wenders, Il cielo sopra Berlino, c’è un esercito di fantasmi, fatto di vite spezzate, senza volto e senza voce, che ci guarda dall’alto e ascolta i nostri pensieri, e che forse solo gli occhi dei bambini possono vedere. Sono gli angeli custodi delle nostre cattive coscienze (per nulla tormentate dalla loro fine), che ci ostiniamo a chiamare “morti sul lavoro”, anche se dovremmo dire “dal lavoro”. Semplicemente perché dietro la loro fine c’è sempre una colpa, una responsabilità fatta di infortuni e incidenti mortali, nei campi, nei cantieri, nelle nostre case, che non sono frutto del caso o della fatalità del destino, ma portano il nome dell’illegalità.
È una strage di dimenticati del nostro tempo a infiammare le pagine di Operaicidio, amara inchiesta che Bruno Giordano e Marco Patucchi dedicano alle vittime del lavoro irregolare e precario. Rider che muoiono per strada, in bicicletta, mentre controlliamo …
Uno spettro si aggira per L’Italia, e non è il comunismo. Come nel film di Win Wenders, Il cielo sopra Berlino, c’è un esercito di fantasmi, fatto di vite spezzate, senza volto e senza voce, che ci guarda dall’alto e ascolta i nostri pensieri, e che forse solo gli occhi dei bambini possono vedere. Sono gli angeli custodi delle nostre cattive coscienze (per nulla tormentate dalla loro fine), che ci ostiniamo a chiamare “morti sul lavoro”, anche se dovremmo dire “dal lavoro”. Semplicemente perché dietro la loro fine c’è sempre una colpa, una responsabilità fatta di infortuni e incidenti mortali, nei campi, nei cantieri, nelle nostre case, che non sono frutto del caso o della fatalità del destino, ma portano il nome dell’illegalità.
È una strage di dimenticati del nostro tempo a infiammare le pagine di Operaicidio, amara inchiesta che Bruno Giordano e Marco Patucchi dedicano alle vittime del lavoro irregolare e precario. Rider che muoiono per strada, in bicicletta, mentre controlliamo il loro tragitto sull’app, muratori che allungano il turno per portare a casa più soldi, braccianti uccisi dalla sete, nei campi di pomodoro. Nessuna libertà dalla miseria e dal bisogno. Per loro, la solidarietà ha ancora il volto della carità di un lavoro che non è diritto ma condanna a morte.
Della loro memoria, resta traccia solo nei ricordi dei famigliari. Madri rimaste a piangere il lutto, che però non si arrendono ma urlano il loro dolore nel pretendere giustizia, facendosi carico (molto spesso da sole) del coraggio della verità. È accaduto a Emma, la madre di Luana D’Orazio, schiacciata a 22 anni nell’ingranaggio di un orditoio, in una fabbrica di Prato, che ha voluto guardare tutte le foto delle perizie: anche quelle che mostravano lo scempio sul corpo di sua figlia. È lei oggi a lottare anche e soprattutto a nome di suo nipote, il piccolo figlio di Luana divenuto improvvisamente orfano a 5 anni, per colpa di chi non ha voluto controllare quel rullo mortale. Per donne come lei, dovremmo solo rispetto e anche tanta gratitudine. Non solo perché riconoscere un corpo significa dare un nome a chi se n’è andato, in una degna sepoltura che lega i morti al mondo dei vivi. Ma perché stringersi in nuovi legami di solidarietà per non crollare, in mezzo a un mondo che dimentica in fretta, significa trasformare un legame spezzato in una memoria. È con la potenza del dolore che queste donne prendono per mano la nostra coscienza, portandola dentro un abisso che fingiamo di non vedere.
Non si può morire a 18 anni, nel tuo ultimo giorno di stage, come accaduto a Lorenzo Parelli, entrato in una fabbrica di costruzioni meccaniche vicino a Udine. Morire di manodopera gratuita nell’alternanza scuola lavoro, sfruttati, senza diritti né tutele, per colpa di leggi che, di fatto, sfruttano manodopera minorile. Lorenzo avrebbe dovuto continuare a studiare nel centro di formazione professionale gestito dall’istituto salesiano che frequentava, non essere colpito alla testa da una putrella d’acciaio di 150 chili. Non ci pensiamo mai abbastanza, ma dietro i tanti casi di morte denunciati dall’Inail, ci sono sogni, speranze di gioventù infrante per sempre, a cui non è stato dato neppure il tempo di sbocciare.
Così gli autori ci inchiodano al ricordo di Giuliano De Seta, giovanissimo studente schiacciato da una tonnellata di stampo d’acciaio, in una fabbrica nella provincia di Venezia. E forse non è poi così vero che il Novecento sia finito. Perlomeno non quello dei migranti che muoiono nelle gallerie, da minatori, costretti a vivere in baracche senza acqua né riscaldamento.
Un’esplosione innescata da una fuga di gas: come a Marcinelle, muore Salvatore, calabrese di Roccabernarda, vicino a Cutro, incastrato in una galleria. E chissà quante volte, nelle sue trasferte dal Sud, avrà immaginato il suo futuro. Forse da calciatore, lui che non perdeva una partita sugli spalti del Crotone. Il giorno del funerale c’era l’intero paese, la maglia con il numero 5 sulla bara perché Sasa? era un pilastro della squadra locale. Nel corteo uno striscione diceva che «gli eroi non indossano solo le divise militari».
Di certo non è stata la guerra a unire per sempre Vadym, giovane ucraino di 35 anni e il suo amico Daniel di 33, che ogni giorno partiva dalla provincia di Latina per andare a lavorare allo stabilimento di Sermoneta. Reduci, morti come fratelli d’armi, la loro trincea è stata la revisione dei contenitori di gas liquido. Il fuoco nemico, la deflagrazione di una bombola che li ha colpiti in pieno. Assunto da poche settimane, Vadym ha lasciato una compagna e una figlia di sette anni nella casa di Latina. E insieme a loro la passione per il mare e per la pesca. Daniel, che gli amici chiamavano “Condor”, stava mettendo da parte i soldi per comprarsi una motocicletta, e magari partire per un viaggio. Anche per loro, ai funerali, hanno parlato tante persone. Persino «istituzioni, politici, sindacati». In fondo è sempre così quando si assiste allo «sdegno del giorno dopo, parole inutili e retoriche. Come sempre».
Il libro
Operaicidio di Bruno C. Giordano e Marco Patucchi (Marlin, euro 16,90, pagg. 182)